Fra Israele e Hamas un’intesa fragile che potrebbe saltare in qualsiasi momento
di Gianluca Di FeoL’alba del cessate il fuoco è un momento delicato e pericoloso. Fermare le armi dopo settimane di odio e battaglie richiede un’organizzazione monolitica ma soprattutto tanta freddezza. Nella tensione accumulata durante gli scontri casa per casa basta nulla per premere il grilletto e cancellare con l’ultima raffica il lavoro delle diplomazie: pochi secondi possono azzerare accordi limati con lunghissime discussioni. La tregua imposta all’improvviso tra due schieramenti è sempre fragile, esposta agli errori, agli equivoci e alle provocazioni di chi cerca la guerra ad oltranza. Come a Gaza, dove accanto ad Hamas ci sono altre fazioni, a partire dalla Jihad islamica addirittura più estremista o dai trafficanti che sperano di arricchirsi mercanteggiando ostaggi e borsa nera tra le macerie.
La Storia è piena di grandi intese rimaste in sospeso, come quella nel Kashmir tra Pakistan e India interrotta periodicamente da bordate di artiglieria. O quella raggiunta con la mediazione russa ne…
L’alba del cessate il fuoco è un momento delicato e pericoloso. Fermare le armi dopo settimane di odio e battaglie richiede un’organizzazione monolitica ma soprattutto tanta freddezza. Nella tensione accumulata durante gli scontri casa per casa basta nulla per premere il grilletto e cancellare con l’ultima raffica il lavoro delle diplomazie: pochi secondi possono azzerare accordi limati con lunghissime discussioni. La tregua imposta all’improvviso tra due schieramenti è sempre fragile, esposta agli errori, agli equivoci e alle provocazioni di chi cerca la guerra ad oltranza. Come a Gaza, dove accanto ad Hamas ci sono altre fazioni, a partire dalla Jihad islamica addirittura più estremista o dai trafficanti che sperano di arricchirsi mercanteggiando ostaggi e borsa nera tra le macerie.
La Storia è piena di grandi intese rimaste in sospeso, come quella nel Kashmir tra Pakistan e India interrotta periodicamente da bordate di artiglieria. O quella raggiunta con la mediazione russa nel settembre 2020 per risolvere la questione del Nagorno Karabakh: è stata solo la premessa alla resa dei conti che pochi mesi fa ha portato all’occupazione azera. Alcune invece resistono e nei decenni si trasformano in muri, come quello che separa le due Coree o quello che divide Cipro. Altre spesso vengono indette per le festività: a Natale dai terroristi dell’Ira o nel Ramadan dalle sigle islamiste in Siria. Per il Capodanno 1968 Paolo VI convinse gli Usa e i sudvietnamiti a indirne una, ma i vietcong la sfruttarono per colpire e diventò una giornata di sangue. C’è poi chi la considera solo un’oppurtunità per riprendere fiato e poi lottare con maggiore ferocia: lo facevano i serbi a Sarajevo ogni volta che gli stormi della Nato li costringevano a zittire i cannoni.
Quando poi il conflitto avviene tra guerriglie, golpisti e coalizioni dai contorni indefiniti, assicurare il rispetto della pausa si fa più difficile. In Sudan ad esempio gli annunci di cessate il fuoco reggono per poche ore, poi ricominciano gli attacchi. Ancora più arduo il caso di Gaza, in cui è necessario conciliare due belligeranti che non hanno rapporti diretti. Avvenne già nel febbraio 2005, quando fu inventata una sorta di formula parallela: “Il presidente Abbas sospenderà la violenza contro gli israeliani e il premier Sharon sospenderà la violenza e le attività militari contro i palestinesi”.
Nei manuali di negoziazione la creatività viene sempre consigliata. D’altronde quella della tregua è un’arte che ha assunto una dimensione scientifica negli uffici dell’Onu: esistono tabelle per valutarne la tenuta, con una scala da uno a cinque scandita da diversi parametri a partire dal numero e dalla frequenza degli incidenti. Sono le premesse fondamentali per definire l’intervento dei peacekeeper, le truppe impegnate per mantenere la pace che però hanno bisogno di capire il livello di violenza rimasto sul campo. Secondo questi testi, anche una calma relativa può essere accettabile, se permette almeno la distribuzione di aiuti umanitari: come nel 2018 in Yemen, nel governatorato di Hodeidah ridotto alla fame dall’assedio contro gli Houthi. Dopo l’iniziativa delle Nazioni Unite ci sono state altre scaramucce e bombardamenti, ma cibo e medicine sono tornate a circolare.
Una questione chiave è chiarire chi è il garante delle intese. Ad esempio, le indiscrezioni sulla trattativa in corso citavano una richiesta di Hamas: lo stop per un certo numero di ore ai voli dei droni e degli aerei da ricognizione israeliani, in modo da non smascherare la posizione dei covi sotterranei dove sono custoditi gli ostaggi. Solo gli Stati Uniti paiono in grado di dare questa assicurazione nei cieli della Striscia. In passato però Israele non ha esitato a ignorare le sospensioni delle ostilità davanti all’occasione di eliminare i capi dei terroristi. Ci sono stati diversi episodi controversi ma il precedente più noto è quello del 2008: il raid che ha ucciso sette membri di Hamas - presentato come un’azione preventiva per impedire che catturassero dei soldati - ha frantumato il cessate il fuoco con i palestinesi e innescato un vortice di ritorsioni reciproche fino all’offensiva dei tank nelle strade di Gaza. Cosa accadrebbe se nei giorni di tregua finisse nel mirino Yahya Sinwar, l’artefice del massacro del 7 ottobre? Ogni mossa però adesso è condizionata dai quasi duecento cittadini israeliani che resteranno comunque nelle mani jihadiste