✕

Gaza, incollati alla radio nell’attesa della tregua

(reuters)
Nel Sud della Striscia tutti parlano del cessate il fuoco. Si pensa al futuro e si immagina un nuovo governo senza Hamas
2 minuti di lettura

Khan Yunis — L’eco di voci che si susseguono concitate dalle mille radioline accese un po’ ovunque è il suono che ieri ha ritmato la giornata della popolazione rifugiatasi nel Sud della Striscia di Gaza.

Tutti incollati ai transistor, l’unico mezzo d’informazione che in questi giorni difficili non ci ha abbandonato mai, nemmeno quando la linea dei cellulari spariva. A parte le attività necessarie per assicurarsi la sopravvivenza, ieri qui la gente non ha fatto altro che ascoltare le notizie delle radio palestinesi che trasmettono da Ramallah: Sawt El Ghad, Radio Angham, Turath Radio. Il loro segnale è forte e chiaro e mandano in onda, oltre ai notiziari locali, ampi stralci dei telegiornali di Al Jazeera. Le stazioni di Gaza – compresa Al-Aqsa, gestita direttamente da Hamas – invece tacciono ormai da oltre un mese, spente dalle bombe o dalla mancanza di elettricità.

L’attesa è spasmodica. Dopo giorni di bombardamenti, pioggia battente e cattive notizie, si spera in un solo annuncio: l…

Khan Yunis — L’eco di voci che si susseguono concitate dalle mille radioline accese un po’ ovunque è il suono che ieri ha ritmato la giornata della popolazione rifugiatasi nel Sud della Striscia di Gaza.

Tutti incollati ai transistor, l’unico mezzo d’informazione che in questi giorni difficili non ci ha abbandonato mai, nemmeno quando la linea dei cellulari spariva. A parte le attività necessarie per assicurarsi la sopravvivenza, ieri qui la gente non ha fatto altro che ascoltare le notizie delle radio palestinesi che trasmettono da Ramallah: Sawt El Ghad, Radio Angham, Turath Radio. Il loro segnale è forte e chiaro e mandano in onda, oltre ai notiziari locali, ampi stralci dei telegiornali di Al Jazeera. Le stazioni di Gaza – compresa Al-Aqsa, gestita direttamente da Hamas – invece tacciono ormai da oltre un mese, spente dalle bombe o dalla mancanza di elettricità.

L’attesa è spasmodica. Dopo giorni di bombardamenti, pioggia battente e cattive notizie, si spera in un solo annuncio: l’ok allo scambio di prigionieri e al cessate il fuoco temporaneo che potrebbe iniziare già oggi, insieme all’ingresso di una quantità maggiore di aiuti che rimetta in forze una popolazione ormai alla fame.

Nessuno vuol minimamente prendere in considerazione che le cose possano andar male: dopo oltre sei settimane di buio, la prospettiva di cinque giorni di pace sembra quanto di meglio possa accadere. Le speranze sono tante, ma la più grande è quella di riabbracciare presto i familiari rimasti a Nord. Tanto più che da due giorni i contatti telefonici con la parte settentrionale della Striscia, teatro principale delle operazioni militari, sono interrotti: mancano notizie dei propri cari e la paura che siano morti è sempre tanta.

Gaza, il trasferimento in Egitto di un gruppo di bambini dell'ospedale Al Shifa nati prematuramente

Nessuno potrà risalire oltre il Wadi Gaza, la riserva naturale scelta dagli israeliani come linea di demarcazione fra il Nord e il Sud della Striscia: ma chi è rimasto a casa o negli ospedali di Gaza City, sottovalutando il pericolo o non potendo affrontare in poche ore un viaggio di 20-25 chilometri a piedi, potrà ora venire a Sud: ci sarà infatti abbastanza tempo per muoversi.

C’è poi chi spera in cose piccole, come dormire una notte intera senza il terrore dei bombardamenti. O cercare cibo migliore, procurarsi tende, coperte, magari un alloggio un po’ meno di fortuna. Soprattutto si spera che un primo cessate il fuoco sia seguito da un altro e poi da un altro ancora, fino alla pace. Un’utopia forse, ma nessuno vuole essere riportato alla realtà. C’è chi addirittura ha il coraggio di parlare di futuro: tornare a casa, rimboccarsi le maniche, ricostruire.

(reuters)

Non solo: dopo settimane in cui l’argomento era tabù, si è perfino tornati a parlare di politica. A immaginare un nuovo governo senza Hamas. Nei capannelli che si formano spontanei per strada, una tregua dopo tutto questo tempo e ben 14mila morti non è certo considerata un loro successo. A fine giornata prendono il sopravvento le questioni pratiche: i camion carichi di aiuti e la possibilità, se arriverà anche la benzina, di far ripartire l’essenziale: riparare il mulino colpito dalle bombe, rimettere in moto le pompe della rete fognaria, riaccendere l’impianto per desalinizzare l’acqua marina e avere così dell’acqua potabile.

Cinque giorni di cessate il fuoco passeranno in un soffio, certo. Ma consentiranno alla gente di ricaricarsi. Sognando che prima o poi questa guerra finisca.
(testo raccolto da Anna Lombardi)

Leggi i commenti