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Kennedy, l’ultimo giorno a Dallas

Il bagno di folla. Lo sparo. L’arresto di Lee Oswald. La cronaca e il graphic novel degli eventi del 22 novembre 1963, quando in Texas venne ucciso l’allora presidente degli Stati Uniti
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Love Field

Sono le 11.38 di venerdì 22 novembre 1963. A Dallas oggi non piove. Sulla pista dell’aeroporto di Love Field atterra l’Air Force One. L’aereo presidenziale ha lasciato solo 13 minuti prima Forth Worth.

Ieri il presidente ha cominciato la sua visita in Texas, promossa dal vice Lyndon Johnson, texano di Stonewall. Nello Stato dei petrolieri il trentacinquesimo leader degli Stati Uniti d’America non è amato. All’interno dello stesso partito democratico lo accusano di non curare gli interessi degli stati occidentali. L’anno prossimo ci sono nuove elezioni e servono fondi: l’avversario repubblicano che corre per la Casa Bianca è Barry Goldwater di Phoenix, Arizona. A Dallas bisogna sorridere, stringere mani, farsi fotografare, prima del discorso previsto al Trade Mart, per pranzo.

Ma ora il portellone si apre. Dalla scaletta lei scende prima di lui. Jackie ha un completo Chanel di lana rosa, con cappello in t…

Love Field

Sono le 11.38 di venerdì 22 novembre 1963. A Dallas oggi non piove. Sulla pista dell’aeroporto di Love Field atterra l’Air Force One. L’aereo presidenziale ha lasciato solo 13 minuti prima Forth Worth.

Ieri il presidente ha cominciato la sua visita in Texas, promossa dal vice Lyndon Johnson, texano di Stonewall. Nello Stato dei petrolieri il trentacinquesimo leader degli Stati Uniti d’America non è amato. All’interno dello stesso partito democratico lo accusano di non curare gli interessi degli stati occidentali. L’anno prossimo ci sono nuove elezioni e servono fondi: l’avversario repubblicano che corre per la Casa Bianca è Barry Goldwater di Phoenix, Arizona. A Dallas bisogna sorridere, stringere mani, farsi fotografare, prima del discorso previsto al Trade Mart, per pranzo.

Ma ora il portellone si apre. Dalla scaletta lei scende prima di lui. Jackie ha un completo Chanel di lana rosa, con cappello in tinta, guanti bianchi e borsetta blu. John Kennedy, in abito scuro, è abbronzato e spettinato appena da una brezza di vento. Il sorriso irlandese si spalanca già. Perché al di là di una rete metallica c’è la folla. La gente salta, urla. Qualcuno regge cartelli: “Noi amiamo Jack”; “Hurrà per JFK”. Ci sono anche detrattori: “Aiuta Kennedy a eliminare la democrazia”; “Nel 1964 Goldwater e Libertà”; “Yankee andate a casa e portatevi quelli uguali a voi”.

Come il giorno precedente, Johnson e Lady Bird danno il benvenuto ufficiale al presidente e alla first lady. La seconda e la prima coppia d’America si riuniscono di nuovo. Il comitato di accoglienza è composto da 12 persone. La moglie del sindaco di Dallas Earle Cabell offre a Mrs Kennedy un bouquet di rose rosse.

JFK rompe in fretta il cerimoniale e si dirige verso la rete metallica. Lascia, ancora una volta, che la gente lo tocchi, gli stringa la mano.

Il corteo

Alle 11.55 due ufficiali di polizia in moto guidano il corteo presidenziale fuori dall’aeroporto di Love Field. Svoltano a sinistra su Mockingbird Lane. Il capo della polizia Jesse Curry conduce la prima auto, una Ford bianca. Con lui ci sono lo sceriffo della contea di Dallas Bill Decker e due agenti del servizio segreto. Seguono tre motociclette. Ecco allora la limousine scoperta, una Lincoln Continental blu del 1961, con due agenti del servizio davanti; nel sedile centrale prendono posto a destra il governatore del Texas John Connally e, a sinistra, la moglie Nellie. Su quello posteriore, a destra John e a sinistra Jackie. Due motociclisti per lato scortano la macchina.

Subito dietro una Cadillac Halfback decapottabile con sei agenti e altri quattro in piedi sui predellini. Sulla Lincoln che segue, guidata dall’ufficiale di pattuglia Hurchel Jacks, affiancato dal’agente Rufus Youngblood, ci sono, sul sedile posteriore destro, il vicepresidente Lyndon Johnson, su quello sinistro il senatore Ralph Yarborough e, seduta tra i due, la moglie di Johnson Lady Bird. Una Varsity blindata ospita il capo della polizia di Stato texana, l’assistente del vicepresidente Ciff Carter e tre agenti. Chiudono due auto riservate alla stampa.

Il percorso

C’è sole sulla Mockingbird e poi su Lemmon Avenue. Si aspettavano nuvole, e invece… Il vestito di Jackie è pesante. Lei inforca occhiali da sole. JFK, a bassa voce, le chiede di metterli via.

La gente vuole vederti

Jacqueline obbedisce. All’angolo tra Lemmon Avenue e Lomo Alto un gruppo di bambini regge un lungo striscione con sopra scritto: “Fermatevi, per favore, e stringeteci le mani”. Il presidente ordina al conducente di arrestare l’auto. Scende e li raggiunge. Dopo poco, ancora uno stop: Kennedy va a salutare una comitiva di suore. Dal Lee Park su Turtle Creek, la folla cresce via via. Il mormorio si alza da Harwood Street a Live Oak, fino a Main Street. Qui un uomo si getta contro la limousine: un agente dei servizi segreti lo ferma immediatamente. Ma non ci sono voci di dissenso. Le bandiere sono appese alle finestre. Sono le 12.21 quando, intanto, al Trade Mart dove John Kennedy è atteso di lì a poco, gli invitati al pranzo ufficiale mostrano all’ingresso i loro biglietti e poi prendono posto. Fuori all’edificio, poliziotti in attesa. All’interno un pianista sta provando Hail to the Chief, Salute al Capo. Dozzine di rose gialle colorano il tavolo ancora vuoto.

Quando il corteo arriva in Houston Street, la folla diminuisce, ma gli applausi e le urla di gioia si sentono ancora forti. La signora Nellie Connally, moglie del governatore, si gira indietro verso JFK e dice: “Non si può dire che Dallas non la ami, signor presidente”. “No, davvero”, le risponde Kennedy.

Gli impiegati del Texas School Book Depository, del Dal-Tex Building e degli edifici della Contea di Dallas sono ai lati della strada, sulla Houston e sulla Elm. Ecco la Dealey Plaza. In tanti si fermano in piedi sul prato a guardare il corteo. C’è chi ha portato i figli piccoli a vedere il presidente. Alcuni notano un uomo fermo a una finestra all’angolo del sesto piano del Texas School Book Depository. Una persona vede anche il fucile che sporge ed è sicuro che si tratti di un agente dei servizi segreti.

Hanno sparato al presidente

12.30, la Lincoln presidenziale è sulla Dealey Plaza, passa di fronte al Texas School Book Depository. Un uomo del servizio segreto in servizio al corteo comunica via radio al Trade Mart: “Mancano cinque minuti all’arrivo”. Dalla cima del terrapieno sul lato destro di Elm Street, il sarto Abraham Zapruder riprende il corteo con la sua cinepresa 8 millimetri modello 414 PD.

Improvvisamente, uno sparo. Un passante viene ferito leggermente. Altro sparo.

Il presidente Kennedy abbassa la testa e porta le mani alla gola. Uno stormo di piccioni si alza in volo dal tetto del Texas School Book Depository verso cui si dirige subito l’agente di polizia Marrion Baker.

Il senatore Yarborough, dall’auto del vicepresidente, grida: “Mio Dio! Hanno sparato al presidente!”. L’agente Youngblood salta dal sedile anteriore a quello posteriore e copre il vicepresidente Johnson con il suo corpo.

Nella Lincoln presidenziale, intanto, anche il governatore Connally è stato colpito. Urla: “No, no, no, no, no!” e si ripara sulle ginocchia della moglie. Kennedy non può abbassarsi. Il busto ortopedico lo blocca. Un altro sparo. La testa di JFK esplode. Il sangue si sparge sugli occupanti dell’auto. Jackie si alza e si avvia carponi sul lato posteriore della limousine, come per raccogliere qualcosa. Un agente del servizio segreto corre a fermarla.

L’hanno ucciso! L’hanno ucciso!

Gridano sulla Dealey Plaza. I genitori tengono per mano i figli e corrono. Qualcuno si stende sul prato senza parole o piangendo.

L’armonia del corteo si disintegra. Auto e motociclette guadagnano velocità. Il corrispondente della United Press International, Merriman Smith, dalla macchina riservata alla stampa detta al telefono il primo bollettino:

Tre colpi di arma da fuoco sono stati sparati contro il corteo del presidente Kennedy, nel centro di Dallas

Excalibur

Al Parkland Memorial Hospital di Dallas ricevono la notizia dell’emergenza solo cinque minuti prima dell’arrivo dei feriti. Molti pensano che l’SOS lanciato dalla Dealey Plaza sia uno scherzo. La Lincoln blu arriva e nessuno è in attesa all’ingresso del pronto soccorso. Un agente del secret service è il primo a entrare per dare disposizioni. Connelly, che a prima vista non appare in pericolo di vita, viene ricoverato nella Trauma Room Numero 2; Kennedy nella Numero 1. Jackie chiede di essere ammessa nella stanza. Un’infermiera protesta, ma poi la richiesta della first lady viene accolta.

I chirurghi si mettono al lavoro. Gli uomini dei servizi segreti, intanto, si raggruppano attorno al vicepresidente Johnson e alla moglie, tenendoli al riparo in un’ala discreta dell’ospedale. Tra i pazienti del Parkland si sparge la voce. I reporter accorsi sul posto sono a caccia di telefoni, si muovono tra la hall e gli uffici dell’ospedale per comunicare con le redazioni.

Il primo a rilasciare una dichiarazione è il senatore Yarborough:

Signori è stata un’azione orribile. Excalibur si è inabissata tra le onde

Alle 13 esatte il dottor Kemp Clark dichiara morto il presidente Kennedy. Un sacerdote somministra l’estrema unzione. Alle 13.13 la notizia arriva al vicepresidente Johnson. Alle 13.26, lui e la moglie vengono caricati dentro auto anonime e portati all’aeroporto di Love Field. Salgono a bordo dell’Air Force One alle 13.33. Alla stessa ora il portavoce di JFK Malcolm Kilduff annuncia alla stampa la morte del presidente “per una ferita d’arma da fuoco al cervello”. Sull’assassino – precisa – ancora nessuna notizia.

Un assassino

Alle 13.12, gli uomini dello sceriffo di Dallas trovano tre cartucce vuote accanto alla finestra d’angolo del sesto piano del Texas School Book Depository. Chiedono una lista degli impiegati presenti. Uno, in servizio oggi, manca all’appello. Alle 13.22 viene rinvenuto un fucile Carcano 6,5 mm, nascosto tra gli scatoloni di libri nella stessa stanza dove si trova quella finestra.

Intanto, alle 13.15, l’agente ufficiale J.D. Tippett si aggira nei pressi di un drugstore tra la Decima e Patton. Da lì scorge un uomo, si insospettisce e gli si avvicina. Questi tira fuori una pistola dalla giacca, spara quattro volte e scappa via. Nove persone assistono alla scena. Un autista di pickup prende la radio di Tippett e avverte la centrale. Alle 13.40, al cinema Texas Theater, su West Jefferson, a otto isolati dalla sparatoria, un uomo entra senza fermarsi a pagare il biglietto. L’addetta al botteghino chiama la polizia. Alle 13.50, si accendono le luci in sala. L’ufficiale M.N. McDonald ferma l’uomo seduto da solo in decima fila e gli dice “Alzati”. L’altro risponde solo: “Ora è tutto finito” e si alza. Poi colpisce l’ufficiale in faccia e mette mano alla pistola. Il colpo non parte. Inizia una colluttazione con gli altri 25 agenti intervenuti. L’arrestato urla: “Protesto contro la violenza di questa polizia!”.

Venticinque minuti più tardi, il capitano Will Fritz, capo della Omicidi, torna al dipartimento di polizia e avvisa: Lee Harvey Oswald, l’impiegato che mancava all’appello del Texas School Book Depository è stato arrestato per sospetto omicidio del presidente.

Ritorno a casa

La ditta Oneal Funeral Home recapita alle 13.30 una bara chiara al Parkland Memorial. Dopo che il corpo di Kennedy vi viene adagiato, Jackie si sfila la fede e la mette al dito del marito. La bara viene chiusa per essere trasportata dentro un carro funebre. Il dottor Earl Rose, medico della contea di Dallas, protesta. Il presidente è stato vittima di un omicidio: il suo corpo perciò non può essere consegnato prima di una regolare autopsia.

Ma lo staff di Kennedy e il servizio segreto portano il feretro sull’auto in attesa. Jacqueline si siede sul sedile posteriore. Alle 14.20 il presidente ritorna, chiuso in una bara, sull’Air Force One. Qui il suo successore è pronto a giurare nelle mani di una donna, il giudice Sarah T. Hughes, che sale a bordo dell’aereo alle 14.35 con un piccolo pezzo di carta con su scritto il testo del giuramento.

“Aspettiamo Mrs Kennedy”, dice Lyndon Johnson, prima di procedere. “La voglio qui”. Jackie, che si è ritirata in camera da letto, arriva con il completo rosa macchiato di sangue. Come il guanto destro e la gamba sinistra. Johnson le sussurra:

È il momento più triste della mia vita

Il giuramento dura 28 secondi. La mano del trentaseiesimo presidente sfiora la Bibbia lasciata da JFK nella sua stanza dell’Air Force One.

Cecil Stoughton, fotografo dell’esercito, ha il tempo di scattare una foto.

Alle 15 in punto, Kennedy, presidente per 34 mesi e due giorni, lascia Dallas per sempre.

L’Air Force One atterra alla Andrew Air Force Base di Washington alle 18.05. Robert Kennedy, fratello di JFK e ministro della giustizia, sale sull’aereo, schiva Johnson e va da Jackie. La bara viene portata fuori. Seguono Bob e Jackie, mano nella mano. Lei ha ancora il vestito rosa, le macchie di sangue.

Devono vedere cosa gli hanno fatto

ha detto sull’aereo a Lady Bird che si era offerta di aiutarla a cambiarsi. Il feretro viene caricato su un’ambulanza diretta al Bethesda Naval Hospital per l’autopsia.

Il presidente Johnson, con la moglie alle spalle, legge un messaggio davanti ai microfoni: “Questo è un momento triste per tutti. Abbiamo sofferto una perdita che non siamo nemmeno in grado di capire. Per me è una tragedia personale profonda. So che il mondo intero condivide il dolore che Mrs Kennedy e la sua famiglia stanno sopportando. Farò del mio meglio. È l’unica cosa che posso fare. Chiedo il vostro aiuto e quello di Dio”.

I Johnson si ritirano nella loro casa della Washington Spring’s Valley. Il presidente raggiunge nella notte il suo vecchio ufficio alla Casa Bianca.

Al Bethesda l’autopsia procede a cura degli anatomopatologi James Humes, J. Thorton Boswell e Pierre Finck. Jackie rimane all’ospedale della Marina tutto il tempo. Sveglia, composta, in silenzio, sempre con lo stesso vestito. Chiede che i suoi figli, che sono a casa alla nonna materna Janet Lee Auchincloss, facciano ritorno alla Casa Bianca. Qui la bambinaia Maude Shaw informa la maggiore, Caroline, di quanto accaduto.

Ken O'Donnell, Lawrence O'Brien e Dave Powers, stretti collaboratori di Kennedy, vanno da Gawler & Sons Funeral Home per scegliere una nuova bara di mogano scuro con manici d’argento. La famiglia Kennedy chiede che la Marina si faccia carico di imbalsamare il corpo di JFK. Ma al Bethesda rispondono che non è loro compito. L’incarico viene assegnato alla stessa ditta Gawler.

Il prigioniero

Dal suo arrivo negli uffici del Dipartimento di polizia di Dallas, intorno alle 14 di venerdì 22 novembre 1963, fino alle 11.15 di domenica 24 novembre Oswald, che mostra un ferita evidente all’occhio destro, viene interrogato per circa 12 ore. Sette ore il venerdì. Sempre senza assistenza legale. Nulla viene registrato su nastro o attraverso resoconto stenografico. Dal test della paraffina risulta che la sua mano ha certamente sparato. Alle 19.05 viene accusato dell’uccisione dell’agente Tippit. Alle 23.26 viene accusato dell’omicidio del presidente Kennedy.

A mezzanotte di venerdì i poliziotti lo conducono nel seminterrato della prigione davanti ad alcuni giornalisti.

Alla domanda “Ha ucciso il presidente Kennedy?” risponde:

No. Mi è stato detto solo che sono accusato di avere ucciso un poliziotto. Non pensavo di essere accusato anche di questo. Nessuno me l’ha ancora detto. L’ho saputo dai giornalisti che nella hall mi hanno fatto questa domanda

A un reporter che gli si avvicina sussurra:

Sono solo un capro espiatorio

Alle 00.40, Oswald viene portato nella sua cella al quinto piano, dove dorme 8-9 ore.

Sabato 23 novembre il prigioniero viene interrogato per tre ore; alle 13.10, riceve la visita della moglie Marina e della madre, al quarto piano, nella “visiting area”.

Il giorno dopo, domenica 24 novembre, viene sottoposto a interrogatorio per meno di due ore a partire dalle 9.30 di mattina. Oswald lascia l’ufficio del capitano Fritz intorno alle 11.15 per essere trasportato alla prigione della contea. I poliziotti lo conducono al seminterrato. Qui, alle 11.21, davanti alle telecamere, viene ferito da Jack Rubinstein, detto Jack Ruby,

che gli si avvicina e gli spara un solo colpo all’addome, dicendo “Hai ucciso il presidente, topo di fogna!”.

Oswald viene dichiarato morto all’1.07, al Parkland Hospital, lo stesso dove JFK è morto due giorni prima.

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