✕

A Gaza i capi di Hamas non si vedono più e la gente spera che non ritornino

(reuters)
L’annuncio del cessate il fuoco ha infranto un grande tabù: siamo tornati a discutere di politica. E a chiederci chi potrà guidare la Striscia in futuro
2 minuti di lettura

Khan Yunis — Dopo che per settimane tutti sono stati intenti solo a pensare a come sopravvivere e a discutere del prezzo del pane e di dove trovare acqua potabile, l’annuncio della tregua ha infranto un grande tabù: siamo tornati a discutere di politica.

Un’altra Gaza è possibile? E come sarà il suo futuro? Ieri, giornata interlocutoria e di attesa, la gente ha continuato a formare capannelli spontanei in strada per discutere di cosa accadrà ora. Chi guiderà la Striscia dopo Hamas è la domanda che ci si pone un po’ ovunque. D’altronde, è anche da quello che dipenderà la ricostruzione.

Mohammed Dahlan

 

La gente è convinta che Israele non fermerà la guerra senza una soluzione politica. E le ipotesi che fanno sono principalmente due: un governo di transizione guidato da Mohammed Dahlan, l’ex leader di Fatah qui a Gaza che oggi vive ad Abu Dhabi dove ha fatto fortuna, ma è di Khan Yunis e ha man…

Khan Yunis — Dopo che per settimane tutti sono stati intenti solo a pensare a come sopravvivere e a discutere del prezzo del pane e di dove trovare acqua potabile, l’annuncio della tregua ha infranto un grande tabù: siamo tornati a discutere di politica.

Un’altra Gaza è possibile? E come sarà il suo futuro? Ieri, giornata interlocutoria e di attesa, la gente ha continuato a formare capannelli spontanei in strada per discutere di cosa accadrà ora. Chi guiderà la Striscia dopo Hamas è la domanda che ci si pone un po’ ovunque. D’altronde, è anche da quello che dipenderà la ricostruzione.

Mohammed Dahlan

 

La gente è convinta che Israele non fermerà la guerra senza una soluzione politica. E le ipotesi che fanno sono principalmente due: un governo di transizione guidato da Mohammed Dahlan, l’ex leader di Fatah qui a Gaza che oggi vive ad Abu Dhabi dove ha fatto fortuna, ma è di Khan Yunis e ha mantenuto i rapporti con molta gente. Nemico di Hamas, è anche un oppositore di Abu Mazen che da tempo lo accusa di aver complottato per deporlo. Dahlan potrebbe forse occuparsi del governo civile mentre gli israeliani o le Nazioni Unite gestiscono almeno per un periodo la sicurezza. L’altra ipotesi è il ritorno dell’Autorità Palestinese: ma con Abu Mazen così anziano, è difficile capire chi sarà il leader.

Di sicuro, Hamas è politicamente al collasso. Lo dimostra il fatto che in strada non si fanno più vedere militanti o membri del governo. Quel che resta del regime sono poliziotti e funzionari. I pezzi grossi sono spariti e la gente lo nota: d’altronde non sono più così popolari, visto che la loro azione ha portato alla morte di 15mila persone.

Attenzione, questo non vuol dire che il movimento sia finito. Nessuno immagina che scomparirà del tutto. Ma di sicuro la maggior parte dei cittadini di Gaza non vuol più sentir parlare del regime di Hamas: almeno per ora la loro presenza al governo non sarà accettata né supportata.

Nella strenua attesa della tregua, si susseguono voci di ogni genere. Nessuno ha chiari i termini del cessate il fuoco. Alcuni pensano addirittura che potranno tornare brevemente a Nord per vedere in che condizioni sono le loro case, magari recuperare qualcosa di utile, trasportare un parente anziano o infermo rimasto indietro. Ipotesi – o forse dovremmo definirlo un desiderio - che ai più informati sembra però improbabile: gli israeliani non lo permetteranno e hanno già eretto barricate per impedire che qualcuno ci provi. A farli parlare così è però la speranza: che la pace questa volta sia davvero vicina. Certo, sappiamo tutti che le cose non sono così facili. Israele non mollerà facilmente la presa, soprattutto sul Nord e su Gaza City, e anzi le operazioni potrebbero estendersi per un certo periodo anche qui a Sud. Ci saranno ancora combattimenti e altri morti. Ma ci auspichiamo che se i patti verranno rispettati da ambo le parti, non ci saranno ulteriori escalation.

(reuters)

Sappiamo anche che se anche dovesse arrivare la pace, le condizioni della Striscia sono così drammatiche che ripartire sarà lungo e difficile. Chi non è morto sotto le bombe potrebbe morirà per gli stenti, per le ferite, per il dolore di aver perso i propri cari. Ma il negoziato significa che un dialogo è in atto. È possibile. Ai discorsi astratti, fanno comunque da contrappeso quelli sulla realtà più immediata: gli aiuti umanitari che entreranno dopo la liberazione dei primi ostaggi. Il carburante su tutto, che risolverà non pochi problemi visto che la sua mancanza è responsabile di almeno il 70% della crisi. Fra le tante urgenze – avere acqua potabile e cibo a sufficienza, rimettere a regime gli ospedali magari con l’aiuto di quelli da campo di Paesi stranieri, avere di che riscaldarsi, rimettere in moto le fogne – ce n’è una che è più importante di tutte: rimuovere le migliaia di cadaveri che da settimane giacciono insepolti sotto le macerie, potenziali fonti di malattie. Erano persone che hanno diritto a una degna sepoltura e i parenti devono sapere che fine hanno fatto.
(testo raccolto da Anna Lombardi)

Leggi i commenti