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Gaza, cosa potrebbe succedere nella guerra dopo la pausa per liberare gli ostaggi

(ansa)
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che, conclusa la fase dello scambio fra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi, Israele riprenderà il conflitto fino all’eliminazione di Hamas. Lo stop apre però uno scenario di incertezza
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LONDRA – Israele è di fronte a un dilemma: i due obiettivi che ha fissato all’indomani dell’attacco del 7 ottobre, distruggere Hamas e liberare gli ostaggi, si contraddicono. Per distruggere Hamas, lo Stato ebraico deve continuare la guerra, perché è ancora lontano dall’avere eliminato definitivamente la minaccia del gruppo jihadista che controlla Gaza dal 2006. Ma per ottenere il rilascio di tutti i 240 ostaggi in mano ad Hamas, lo Stato ebraico deve fermare la guerra, o almeno sospenderla, con una pausa la cui durata, in base agli accordi mediati da Stati Uniti e Qatar, è in mano all’organizzazione fondamentalista islamica che da un mese e mezzo li tiene prigionieri.

Nella conferenza stampa di mercoledì sera, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che, conclusa la fase dello scambio fra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi, Israele riprenderà il conflitto fino al raggiungimento dell’obiettivo fissato di sradicare completamente Hamas da Gaza. Rinviata da gioved…

LONDRA – Israele è di fronte a un dilemma: i due obiettivi che ha fissato all’indomani dell’attacco del 7 ottobre, distruggere Hamas e liberare gli ostaggi, si contraddicono. Per distruggere Hamas, lo Stato ebraico deve continuare la guerra, perché è ancora lontano dall’avere eliminato definitivamente la minaccia del gruppo jihadista che controlla Gaza dal 2006. Ma per ottenere il rilascio di tutti i 240 ostaggi in mano ad Hamas, lo Stato ebraico deve fermare la guerra, o almeno sospenderla, con una pausa la cui durata, in base agli accordi mediati da Stati Uniti e Qatar, è in mano all’organizzazione fondamentalista islamica che da un mese e mezzo li tiene prigionieri.

Nella conferenza stampa di mercoledì sera, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che, conclusa la fase dello scambio fra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi, Israele riprenderà il conflitto fino al raggiungimento dell’obiettivo fissato di sradicare completamente Hamas da Gaza. Rinviata da giovedì a venerdì mattina, se non ci saranno nuovi intoppi, la pausa apre tuttavia uno scenario di incertezza. Ecco come la guerra potrebbe riprendere, secondo le indiscrezioni di Gerusalemme e le ipotesi degli esperti.

Come si è arrivati alla pausa

La Casa Bianca ha avuto un ruolo chiave nella trattativa. Rivelazioni del New York Times indicano che Joe Biden ha sbloccato gli ostacoli con due telefonate, una a Netanyahu, l’altra all’emiro del Qatar in qualità di emissario di Hamas, riuscendo a convincere le due parti ad accettare meno di quello che chiedevano: Israele voleva il rilascio di più ostaggi, tutti in una volta, ha finito per accettarne 50, al ritmo di una dozzina al giorno; Hamas voleva una pausa lunga almeno cinque giorni, ne ha accettata una di quattro giorni, con una sospensione di voli aerei di ricognizione e droni spia israeliana per soltanto sei ore al giorno.

La palla ad Hamas

Ammesso che sia superato il dissenso delle ultime ore su questioni apparentemente minori, che ha provocato il rinvio di un giorno nell’inizio della pausa, l’accordo lascia per così dire la palla ad Hamas, che può prolungare la pausa, dopo il primo scambio di 50 ostaggi israeliani per 150 detenuti palestinesi, continuando a rilasciare altri 10 ostaggi al giorno. Non è del tutto chiaro per quanto potrebbe prolungarla. Per ora Israele ha reso nota una lista di 300 detenuti palestinesi da rilasciare, tutti donne e minorenni, così come sarebbero donne e bambini gli ostaggi che Hamas si è impegnata a liberare: al ritmo di tre palestinesi per ogni israeliano, questo significherebbe un totale di 100 israeliani liberati per 300 palestinesi rilasciati, estendendo potenzialmente la pausa dai quattro giorni iniziali fino a un massimo di nove giorni.

Nulla esclude, almeno in teoria, che dopo i primi 50 o i primi 100 Hamas decida di liberare anche gli altri civili, gli uomini, prolungando la pausa, in cambio di un maggior numero di detenuti palestinesi: anche se liberasse tutti i civili, avrebbe sempre alcune decine di prigionieri militari con i quali prolungare la trattativa. Un bottino altissimo, se si tiene conto che nel 2011 Hamas ottenne da Israele il rilascio di 1027 detenuti palestinesi per un solo soldato israeliano, e fra quei 1027 ce n’erano alcune centinaia con le mani macchiate di sangue: incluso Yahya Sinwar, l’attuale capo politico di Hamas a Gaza e il cervello dell’attacco del 7 ottobre.

Falchi e colombe

All’interno del governo israeliano e dei suoi servizi di sicurezza, riferiscono indiscrezioni da Gerusalemme, negli ultimi giorni si sono formati due schieramenti: uno favorevole a trattare con Hamas sugli ostaggi e dunque a concedere una pausa nel conflitto, l’altro determinato a continuare la guerra. Il primo, diciamo lo schieramento delle “colombe”, è guidato da David Barnea, direttore del Mossad, il celebre servizio di spionaggio di Israele; il secondo, quello dei “falchi”, da Yoav Gallant, il ministro della Difesa. Barnea crede che la priorità vada data al rilascio degli ostaggi e che Israele possa poi continuare a perseguire i suoi obiettivi a Gaza, in un modo o nell’altro: anche di questo deve avere parlato con William Burns, il direttore della Cia, l’agenzia di spionaggio americana, nell’incontro che hanno avuto in Qatar. Al contrario, Gallant teme che una pausa nelle operazioni militari, specie se prolungata, darebbe ad Hamas la possibilità di riorganizzarsi e di contrastare con più efficacia le forze armate israeliane. È inoltre possibile che i capi di Hamas cerchino di approfittarne per uscire dalla striscia attraverso qualche tunnel non ancora scoperto da Israele e scomparire.

Nel contrasto fra queste due correnti del potere israeliano pesa il fattore delle responsabilità personali. Il Mossad, il cui compito fondamentale sono le missioni all’estero, è meno nel mirino delle accuse a esercito e servizi di sicurezza interni per non avere previsto l’attacco di Hamas e per il ritardo della risposta militare che ha lasciato intere comunità ebraiche lungo i confini con Gaza alla mercè di Hamas per quasi 24 ore. Il ministro della Difesa Gallant, viceversa, sa che, finita o interrotta la guerra, anche lui, come il premier Netanyahu, sarà chiamato a rispondere degli imbarazzanti errori pagati da Israele con la morte di 1200 cittadini e il rapimento di 240, il peggiore bilancio in un giorno nei 75 anni di esistenza dello Stato ebraico.

Danni subiti da Hamas

È indubbio che la controffensiva israeliana ha danneggiato Hamas più di ogni guerra precedente. Secondo una stima di vari esperti militari, il gruppo jihadista ha perso sotto i bombardamenti e l’invasione di terra israeliana circa 5 mila dei suoi 25 mila combattenti. Sono inoltre state distrutte buona parte delle infrastrutture da cui Hamas lanciava razzi verso Israele dal nord di Gaza: infatti il numero dei razzi lanciati è drasticamente calato. I raid israeliani hanno distrutto o danneggiato anche il 50 per cento degli edifici del nord della striscia (50 mila edifici vengono ora giudicati “inabitabili”) e ucciso un totale di circa 13 mila palestinesi, fra cui 5 mila bambini o minorenni, secondo le cifre del ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas. Ma Hamas non è stata annientata. Quattro quinti delle sue forze militari sarebbero ancora intatti e si sono probabilmente nascosti nel sud di Gaza, portandosi dietro tutte le proprie armi e un gran numero di razzi. Così come sarebbero vivi Sinwar, leader politico di Hamas a Gaza, e Mohammed Deif, il suo capo militare, coloro che hanno pianificato e comandato il massacro del 7 ottobre. Mercoledì Israele ha anche reso noto di avere distrutto 400 tunnel costruiti da Hamas sotto Gaza, ma secondo calcoli israeliani questa sarebbe soltanto una piccola parte di una rete di gallerie che si estende complessivamente per 500 chilometri, non per nulla soprannominata “la metropolitana di Gaza”.

Danni subiti da Israele

Finora sono circa 70 i soldati israeliani che hanno perso la vita nell’invasione di Gaza: un numero assai più basso delle previsioni temute dal governo di Gerusalemme. Lo sforzo militare per distruggere Hamas richiede però un ingente impegno da parte dell’esercito israeliano, che oltre ai suoi 150 mila effettivi ha mobilitato 300 mila uomini e donne della riserva per affrontare la duplice sfida di Hamas nel sud e quella degli Hezbollah libanesi a nord, quest’ultima ancora contenuta, seppure abbia causato l’evacuazione di decine di migliaia di civili dalla zona al confine con il Libano. Le guerre israeliane del passato sono durate poco: sei giorni quella del ’67, diciotto quella del ’73. Ma Netanyahu ha avvertito dall’inizio che questa guerra sarebbe stata “lunga” e l’ha definita “la seconda guerra d’indipendenza di Israele”, paragonandola a quella del 1948: che durò più di nove mesi. Militarmente ed economicamente, il prezzo per Israele in tal caso sarebbe ancora più alto. Per ora Gerusalemme sembra determinata ad andare avanti.

L’attacco a Gaza sud

In questi giorni le forze israeliane hanno già avvertito la popolazione palestinese di Khan Yunis, il maggiore centro del sud di Gaza, di spostarsi verso quella che viene indicata dal comando israeliano come una nuova “zona sicura”, intorno a Muwasi, un’area di 14 chilometri quadrati nel sud-ovest della striscia. Agenzia umanitarie che operano a Gaza lo definiscono un piano impossibile: i 400 mila abitanti originari di Khan Yunis sono già diventati più di un milione e mezzo per l’evacuazione degli abitanti dal nord di Gaza verso il sud, richiesta da Israele per non causare perdite civili ancora più ingenti, e i rappresentanti dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati e di varie ong reputano irrealizzabile e pericoloso trasferire ora una massa di gente così grande in una zona così piccola come quella di Muwasi. Ma fonti israeliane affermano che non c’è altro modo di eliminare la minaccia militare di Hamas, i suoi combattenti, i suoi capi, le sue armi, se non quello di attaccarli nel loro ultimo rifugio: nei tunnel sotto Khan Yunis e dintorni, appunto.

L’ipotesi cessate il fuoco

Fonti diplomatiche avanzano un’altra ipotesi: se la pausa per lo scambio ostaggi-detenuti sarà abbastanza lunga, il presidente Biden e altri mediatori cercheranno di utilizzarla per trovare una soluzione alternativa alla ripresa del conflitto, ovvero per trasformarla in un cessate il fuoco definitivo. Per adesso le indiscrezioni non dicono quale potrebbe essere questa soluzione. È chiaro che Israele non accetterebbe niente che lasci Hamas in condizioni di continuare a governare Gaza e di continuare dunque a minacciare lo Stato ebraico. Ma questo non significa necessariamente che tutti i capi e i militanti di Hamas debbano morire, perlomeno non subito, non mentre si trovano a Gaza. Esiste un precedente in materia: l’invasione israeliana del Libano nel 1982, per sgominare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) di Yasser Arafat, che lanciava attacchi e attentati terroristici contro Israele dal Libano, in modo analogo a quanto Hamas fa da anni da Gaza. Quella guerra si concluse con l’evacuazione dal Libano dell’Olp: Arafat e i suoi ottennero una sorta di passaggio sicuro per trasferirsi in Tunisia. Non si capisce se c’è un Paese arabo che accoglierebbe oggi non solo i leader di Hamas, ma anche migliaia di suoi combattenti. D’altra parte, i capi di Hamas, visto come sono andate le cose nel nord di Gaza, dovrebbero rendersi conto che, se Israele fa lo stesso nel sud della striscia, per loro non c’è speranza.

Quale che sia la possibile soluzione, la Casa Bianca sta valutando se ne esiste una, perché il prolungamento della guerra danneggia le chances di Biden per le presidenziali dell’anno prossimo, facendogli perdere consensi tra l’elettorato americano più giovane e più di sinistra, che gli rimprovera il sostegno incondizionato a Israele. Una cosa è certa, afferma un ex-capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano: “Quando fermi una guerra, non sai come la riprenderai, rischi di perdere impeto”. Se viceversa la guerra riprenderà come prima, commenta un esperto di affari mediorientali, “è probabile che le forze israeliane saranno costrette a rimanere a Gaza per un periodo molto più lungo del previsto, naturale conseguenza di un’operazione militare senza un chiaro piano politico per il dopo”.

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