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Spagna, l’accusa di Iglesias (Podemos): “Il patto con gli indipendentisti non può reggere, il governo Sánchez nasce zoppo”

L’ex vicepremier stronca sul nascere le ambizioni dell’esecutivo appena varato: “È solo un’operazione di potere, rischia di riaprire la strada alle destre”
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MADRID – In Spagna, alla fine, la scorsa settimana è nato il governo Sánchez. Possibile solo con un patto con gli indipendentisti, e concedendo l'amnistia ai catalani secessionisti che sembrava una chimera e un cedimento impossibile. Gli ex indignados di Podemos, benché abbiano votato la fiducia, sono ufficialmente fuori dall'esecutivo spagnolo. E l'ex leader del movimento nonché ex vicepremier Pablo Iglesias, che da due anni e mezzo ha lasciato ogni incarico politico, può darci una mano a capirne di più. Iglesias è tornato a insegnare a tempo pieno Scienze Politiche alla Complutense, segue i tre figli ma comunque continua attivamente a muovere le fila della sinistra spagnola.

Iglesias, alla nascita di quale governo stiamo assistendo?
“Cinico. Per portare a casa il governo, Pedro Sánchez ha dovuto accettare un’amnistia che non ha mai voluto e che ha sempre criticato, chiudendo accordi con una galassia di partiti - tra cui il basco Bildu che in passato è stato il braccio politico di Eta…

MADRID – In Spagna, alla fine, la scorsa settimana è nato il governo Sánchez. Possibile solo con un patto con gli indipendentisti, e concedendo l'amnistia ai catalani secessionisti che sembrava una chimera e un cedimento impossibile. Gli ex indignados di Podemos, benché abbiano votato la fiducia, sono ufficialmente fuori dall'esecutivo spagnolo. E l'ex leader del movimento nonché ex vicepremier Pablo Iglesias, che da due anni e mezzo ha lasciato ogni incarico politico, può darci una mano a capirne di più. Iglesias è tornato a insegnare a tempo pieno Scienze Politiche alla Complutense, segue i tre figli ma comunque continua attivamente a muovere le fila della sinistra spagnola.

Iglesias, alla nascita di quale governo stiamo assistendo?
“Cinico. Per portare a casa il governo, Pedro Sánchez ha dovuto accettare un’amnistia che non ha mai voluto e che ha sempre criticato, chiudendo accordi con una galassia di partiti - tra cui il basco Bildu che in passato è stato il braccio politico di Eta - le cui posizioni sono distanti dal Partito socialista spagnolo”.

È un semplice accordo per l’investitura?
"Il governo attuale ha una base di consenso fragile, per ogni questione importante e divisiva il rischio è che si perdano pezzi per strada. Io vedo due possibilità: o si intraprende un percorso di riforma dello Stato in senso confederativo e repubblicano o il governo avrà vita breve e la destra potrà tornare alla Moncloa”.

Quindi chi parla di compromesso storico spagnolo è fuoristrada?
"Si, perché il compromesso storico in Italia, che è stato un fallimento, fu il tentativo di comunisti e democristiani di includere la grande maggioranza del Paese. Ora invece l’accordo che ha portato al nuovo governo Sánchez rappresenta solo la metà della Camera, ma soprattutto le varie parti che lo compongono non condividono un progetto di Paese rendendolo un governo dai piedi di argilla. Non c’è una direzione condivisa”.

L’ondata indipendentista è stata però finalmente riportata al terreno della politica. Questo è innegabilmente un fatto storico. Ma sarà anche la fine dell’indipendentismo?

"Io non penso che gli indipendentisti, catalani e baschi, rinunceranno a rivendicare l’indipendenza. Invece abbandoneranno la strada unilaterale perché ha fallito clamorosamente. Cercheranno una via giuridica perché venga loro riconosciuto il diritto di autodeterminazione. Ma è difficile, il Psoe non lo accetterà".

Qual è lo stato di salute della sinistra spagnola?

"Senza mezzi termini oggi siamo alla guerra civile a sinistra. Tra Podemos e Sumar nel giro dei prossimi cinque anni uno dei due scomparirà. Sono tempi difficili per le sinistre europee e tutti noi guardiamo all’America Latina come grande riserva ideologica”.

E lei cosa farà, tornerà attivamente in politica?
"Mi chiedono spesso “quando torni?” ma io dico no, sono dove mi piace stare. Continuerò a insegnare e a fare comunicazione. Sono stato il leader di una formazione politica per caso, perché ero l’unico in quel momento che aveva una proiezione elettorale, ma non è quello che mi piace. Sono stato vicepresidente del governo, mi è servito e ho imparato tanto. Ma non ho nostalgia, non è la mia vocazione”.

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