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Morale a terra e munizioni scarse. Inizia il lungo inverno degli ucraini al fronte

Forze speciali del battaglione Azov sul fronte a Donetsk

 (reuters)
La situazione sul terreno rimane ferma ma aumenta la pressione russa a Nord. Le divisioni a Kiev causano scoramento tra i soldati sul campo e scarseggiano le munizioni
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Nel Donbass è caduta la prima neve, più a Sud il fango dell’autunno ha cominciato a imprigionare veicoli e soldati. E il secondo inverno di guerra sarà molto duro per gli ucraini. Ormai c’è la certezza che l’aiuto bellico dell’Occidente non sarà uguale al passato: 638 giorni di battaglia hanno svuotato i magazzini della Nato e l’attenzione al conflitto sta scemando, in Europa come negli Usa. Le tensioni tra il presidente Zelensky e il generale Zalužnyj hanno aperto una crepa tra governo e militari, finora compatti nell’affrontare l’invasione russa. Putin invece ostenta tranquillità e scaraventa ondate di uomini e mezzi senza curarsi delle perdite, contando su un’industria che sforna armi a pieno ritmo e sui rifornimenti nordcoreani.

Stallo al fronte

Al fronte la situazione in apparenza non è cambiata. Le manovre sembrano indicare la spinta per conquistare terreno prima che le condizioni meteo paralizzino del tutto le offensive. Gli ucraini cercano di consolidare l’avanzata a orie…

Nel Donbass è caduta la prima neve, più a Sud il fango dell’autunno ha cominciato a imprigionare veicoli e soldati. E il secondo inverno di guerra sarà molto duro per gli ucraini. Ormai c’è la certezza che l’aiuto bellico dell’Occidente non sarà uguale al passato: 638 giorni di battaglia hanno svuotato i magazzini della Nato e l’attenzione al conflitto sta scemando, in Europa come negli Usa. Le tensioni tra il presidente Zelensky e il generale Zalužnyj hanno aperto una crepa tra governo e militari, finora compatti nell’affrontare l’invasione russa. Putin invece ostenta tranquillità e scaraventa ondate di uomini e mezzi senza curarsi delle perdite, contando su un’industria che sforna armi a pieno ritmo e sui rifornimenti nordcoreani.

Stallo al fronte

Al fronte la situazione in apparenza non è cambiata. Le manovre sembrano indicare la spinta per conquistare terreno prima che le condizioni meteo paralizzino del tutto le offensive. Gli ucraini cercano di consolidare l’avanzata a oriente del fiume di Dnipro, fondendo le tre teste di ponte in un unico schieramento. Insistono nell’attaccare la “Linea Surovikin”, come avviene dal 6 giugno. E colgono le incertezze del nemico per lanciare assalti improvvisi: ci hanno provato a Gorlovka, nel tentativo di spezzare la tenaglia che mira ad assediare Avdiivka. Ma non hanno le riserve umane e materiali per ottenere una vittoria.

Mosca infatti risponde colpo su colpo e mette in campo sempre nuove forze, aggiornando strumenti e tattiche. C’è un impiego crescente di aviazione ed elicotteri, con missili e bombe di precisione. Ci sono battaglioni mandati alla carica e spesso decimati in pochi giorni. E c’è una crescente pressione offensiva a Nord nelle regioni di Karkhiv e Sumy: un volume di fuoco e di incursioni che aumenta, sperando di mandare in crisi la volontà di resistenza ucraina. Mosca sta prendendo l’iniziativa e progressivamente obbliga gli avversari a mettersi sulla difensiva. Inoltre la propaganda del Cremlino soffia sul fuoco delle liti di potere. Tre giorni fa il ministro della Difesa Umerov ha detto che non c’è ancora la decisione sulla rimozione di due alti generali. E Zelensky ha dichiarato al Sun: «I militari impegnati sul campo dovrebbero occuparsi solo di azioni militare, non politiche. Sarebbe un grave sbaglio se un soldato facesse politica mentre si trova al fronte».

Il morale vacilla

L’Ucraina è una democrazia e queste notizie arrivano agli uomini nelle trincee che da ventuno mesi lottano e muoiono. Finora non si sono lasciati condizionare ma adesso sanno che i tempi del conflitto si allungano almeno fino all’estate 2024. Lo ha messo nero su bianco il loro comandante Zalužnyj, evidenziando la necessità di inventare nuove tattiche per sottrarsi a uno stallo che inevitabilmente porterebbe la Russia a imporsi. Tanti fattori che possono incidere sulle motivazioni delle truppe in prima linea.

I fanti russi invece vanno al massacro senza ribellarsi. Stalin diceva: «Nell’armata rossa ci vuole più coraggio a ritirarsi che ad avanzare», sottolineando le punizioni per chi disobbedisce. Putin teme il peso della guerra sul suo popolo. Non a caso, ha appena varato un nuovo sussidio per le famiglie dei caduti ed è recalcitrante a ordinare un’altra mobilitazione. Ma il regime appare saldo.

La guerra di logoramento

In una guerra di logoramento, la tenuta del morale conta quanto le risorse belliche. Sul secondo aspetto, la prospettiva di Kiev è cupa. Non si sa dove trovare le munizioni per i cannoni. La donazione americana di proiettili cluster si è esaurita nel corso dell’estate e i rifornimenti arrivano a singhiozzo. La promessa dell’Unione europea di consegnarne un milione entro primavera si è già rivelata un bluff. Mancano pure i mezzi corazzati. La Nato ne ha forniti decine; la Russia ne tira fuori centinaia, tra residuati restaurati e nuovi modelli. Più che i missili a lungo raggio o altri ordigni hitech, i soldati ucraini sognano i vecchi cingolati occidentali M113, che li proteggono dai droni. Pure di questi veicoli superati ce ne saranno pochi. Le donazioni infatti sono più rarefatte ed esigue: lo si vede nella lentezza dei decreti del governo italiano.

Per Putin oggi congelare il fronte sarebbe di fatto una vittoria. E dal G20 lancia segnali: «Dovremmo pensare a come fermare questa tragedia. La Russia non ha mai respinto negoziati di pace con l’Ucraina». Parole che restano inaccettabili a Kiev. Ma che nelle cancellerie occidentali adesso trovano un diverso ascolto.

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