Cisgiordania, torta ma niente festa. L’attesa per Ubai in uscita dal carcere
di Francesca BorriBEIT UMMAR (CISGIORDANIA) — A casa della famiglia Abu Mariya, la Sacher al cioccolato è pronta. E anche la cena. Qui e lì sono appesi palloncini, come fosse un compleanno, ed è tutto un viavai di vicini, zii e cugini. Ma senza troppo rumore. Ora è ufficiale: Ubai, 18 anni, arrestato l’8 agosto, è tra i detenuti che stanno per essere rilasciati da Israele, e suo padre Yousef sta per andare al carcere di Ofer. A Ramallah. Ma nessuno ha molta voglia di parlare. Questa libertà è costata i 14mila morti di Gaza. «E quelli del 7 ottobre», dice Yousef. «Non dimenticare di scriverlo». «Ho aspettato tanto questo giorno - aggiunge - ma non avrei mai voluto fosse così». Yousef è un’icona della resistenza non violenta: arrestato già 34 volte. Però - gli chiediamo - senza il 7 ottobre suo figlio non sarebbe stato rilasciato. La violenza a volte paga?. «Il 7 Ottobre è esattamente la prova che la violenza fa morti e basta».
Per i palestinesi, il carcere è una sorta di medaglia al valore. Qualun…
BEIT UMMAR (CISGIORDANIA) — A casa della famiglia Abu Mariya, la Sacher al cioccolato è pronta. E anche la cena. Qui e lì sono appesi palloncini, come fosse un compleanno, ed è tutto un viavai di vicini, zii e cugini. Ma senza troppo rumore. Ora è ufficiale: Ubai, 18 anni, arrestato l’8 agosto, è tra i detenuti che stanno per essere rilasciati da Israele, e suo padre Yousef sta per andare al carcere di Ofer. A Ramallah. Ma nessuno ha molta voglia di parlare. Questa libertà è costata i 14mila morti di Gaza. «E quelli del 7 ottobre», dice Yousef. «Non dimenticare di scriverlo». «Ho aspettato tanto questo giorno - aggiunge - ma non avrei mai voluto fosse così». Yousef è un’icona della resistenza non violenta: arrestato già 34 volte. Però - gli chiediamo - senza il 7 ottobre suo figlio non sarebbe stato rilasciato. La violenza a volte paga?. «Il 7 Ottobre è esattamente la prova che la violenza fa morti e basta».
Per i palestinesi, il carcere è una sorta di medaglia al valore. Qualunque sia il motivo per cui sei finito dentro: quando torni, torni da eroe. In più, Hebron è il bastione di Hamas. E quindi, a scanso di equivoci, l’Autorità Palestinese ha proibito di festeggiare. Ma non era necessario. Non solo perché questo è il Sud della Cisgiordania, e la guerra, qui, è dietro l’angolo. Ma anche perché l’intesa, così, con 50 ostaggi per 150 detenuti, è veramente minima. La proporzione, come è noto, è di uno a tre: un ostaggio israeliano in cambio di tre detenuti palestinesi. Dal momento che gli ostaggi sono circa 250, fa al più 750 detenuti. Un decimo dei 7.200 attuali. E Israele è stato chiaro: si tratterà solo di detenuti minori.
Gli Abu Mariya abitano un po’ fuori Hebron. A Beit Ummar. Se il 40% dei palestinesi è stato in carcere almeno una volta, qui la percentuale è il 71%: perché qui abitano anche i coloni più estremisti. E quindi non è tanto un’area di raid, di scontri tra l’Idf e miliziani vari, ma un’area di accoltellamenti, sparatorie, risse: di civili contro civili. E prima o poi, tutti vengono arrestati. Anche Ubai era già stato arrestato. Altre quattro volte. «Ma sempre solo per avere tirato pietre», assicura Fidaa, sua madre. «Tra l’altro, ha un polso quasi bloccato perché è stato centrato da un proiettile. Era in fisioterapia. E ora potrebbe essere troppo tardi per operarlo», dice. Anche se in realtà, è tesa più per danni di altro tipo. Danni meno visibili: ma più profondi. Nonostante per i palestinesi sia una sorta di rito di passaggio, il carcere è il carcere: e ti radicalizza. «Sarà ancora il mio Ubai?», si chiede. Pestato dalle guardie, è finito in infermeria con ferite alla testa e una prognosi di 14 giorni.
I 150 detenuti di questi primo scambio sono più o meno tutti come Ubai. E probabilmente l’obiettivo di Saleh al-Arouri, il comandante delle Brigate al-Qassam della Cisgiordania che nel 2011 ha mediato lo scambio tra il caporale dell’Idf Gilad Shalit e 1.207 palestinesi, tra cui l’architetto del 7 ottobre Yahya Sinwar, era molto diverso. Immaginava mesi di trattative, non una corsa contro il tempo nel mezzo di una guerra. E il problema non è solo Israele, che ha delle procedure giudiziarie da rispettare. Il problema è anche interno a Hamas e Fatah, e alla Jihad: che non hanno una lista condivisa delle figure più di rilievo per cui battersi. E certo non si batteranno per Marwan Barghouti.
Che temono: perché è quello che più di tutti i palestinesi vorrebbero libero.