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Gaza, la strada sbarrata dai militari davanti a chi vuol tornare a Nord

(afp)
Il racconto dal primo giorno di quattro giorni di tregua nel Sud della Striscia. Nel frattempo, ampi gruppi formati prevalentemente da uomini si sono avviati verso il Settentrione
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KHAN YUNIS — Un giorno di - cupa - felicità. Il Sud della Striscia di Gaza si è svegliato euforico: nella notte non ci sono stati bombardamenti e per quattro giorni non ci saranno operazioni militari israeliane. Fin dalle prime ore del mattino, dunque, con la tregua entrata ufficialmente in vigore alle 7, la gente è uscita di casa riempiendo rapidamente le strade: molti non lasciavano i rifugi da settimane. Gli anziani hanno sistemato le sedie al pallido sole d’autunno, i bambini si sono lanciati in giochi sfrenati che ultimamente non gli erano permessi. Ci sono stati abbracci fra familiari e amici che non si rivedevano da tempo. Il luogo più affollato era il mercato: qui intere famiglie sono andate a fare acquisti senza il timore di morire sotto le bombe, nonostante sui banchi ci fosse ben poco.

Diverso il discorso a Nord, pieno di posti di blocco israeliani: qui i movimenti sono rimasti limitati. L’unico percorso permesso è quello sulla Salah al Din Road e solo verso Sud. L’…

KHAN YUNIS — Un giorno di - cupa - felicità. Il Sud della Striscia di Gaza si è svegliato euforico: nella notte non ci sono stati bombardamenti e per quattro giorni non ci saranno operazioni militari israeliane. Fin dalle prime ore del mattino, dunque, con la tregua entrata ufficialmente in vigore alle 7, la gente è uscita di casa riempiendo rapidamente le strade: molti non lasciavano i rifugi da settimane. Gli anziani hanno sistemato le sedie al pallido sole d’autunno, i bambini si sono lanciati in giochi sfrenati che ultimamente non gli erano permessi. Ci sono stati abbracci fra familiari e amici che non si rivedevano da tempo. Il luogo più affollato era il mercato: qui intere famiglie sono andate a fare acquisti senza il timore di morire sotto le bombe, nonostante sui banchi ci fosse ben poco.

Diverso il discorso a Nord, pieno di posti di blocco israeliani: qui i movimenti sono rimasti limitati. L’unico percorso permesso è quello sulla Salah al Din Road e solo verso Sud. L’esercito l’aveva ribadito già all’alba, lanciando volantini con su scritto: «La guerra non è ancora finita. La pausa umanitaria è temporanea. Il Nord della Striscia è una pericolosa zona militare. Per la vostra sicurezza, rimanete nella zona umanitaria a Sud. Non è consentito ed è pericoloso spostarsi da Sud a Nord». È servito a poco. La gioia della tregua ha confuso molti, convinti che sia l’inizio della fine di questo doloroso conflitto, la prima di una serie di altre tregue e altri accordi. Che il peggio, insomma, sia passato.

Dalle prime luci del mattino, ampi gruppi formati prevalentemente da uomini si sono avviati verso Nord, a piedi o con qualsiasi mezzo: biciclette, carretti trainati da asini, pochissime automobili stracariche di persone ammassate anche sul cofano e sul tetto. «Vogliamo andare a seppellire i nostri morti, recuperare i cadaveri di quelli che sono ancora sotto le macerie, aiutare i parenti rimasti indietro» spiegavano alcuni. «Dobbiamo scoprire cos’è rimasto delle nostre case. E se sono ancora in piedi, cercare di recuperare ad ogni costo abiti pesanti, coperte, pentole da cucina» dicevano i più ottimisti. Gli è andata molto male. Ci sono infatti stati tafferugli all’altezza del Wadi Gaza, scelto come confine: gli israeliani hanno sparato, uccidendo due persone e ferendone altre sette. Agli altri non è rimasto che tornarsene indietro sconsolati e terrorizzati. Qualcuno però in effetti ha iniziato a raccogliere i cadaveri: gli uomini della Mezzaluna rossa portavano via quelli lungo il percorso che li conduceva all’ospedale indonesiano. Li hanno deposti li per poi tornare con le ambulanze cariche di 35 feriti gravi, successivamente evacuati in Egitto.

Intanto a Rafah nelle prime ore del mattino si sono radunati centinaia di palestinesi con passaporto egiziano che, pur senza essere stati convocati, speravano di andarsene. Sono stati dispersi. Invece per la prima volta è stato permesso a un centinaio di residenti della Striscia rimasti bloccati ad Al-Arish, in Egitto, di rientrare. Sono passati, suonando forte i clacson per tutta la giornata, anche i camion di aiuti umanitari: dovevano essere 210, ma al tramonto erano ancora solo 137. La Mezzaluna rossa egiziana ha protestato: troppo lenti i controlli degli israeliani.

Oltre a 30mila tonnellate di provviste, sono entrati 129mila litri di carburante e tre camion pieni dell’essenziale gas da cucina. Per la prima volta – grazie al coordinamento dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite – hanno potuto raggiungere il Nord di Gaza, dove c’è ancora almeno mezzo milione di persone e la situazione è davvero disperata. Ad essere delusi sono stati gli oltre cento giornalisti della Striscia che per tutta la giornata hanno presidiato il valico sperando di assistere alla storica uscita degli ostaggi; in realtà, oltre a vedere da lontano i movimenti dell’intelligence egiziana, hanno potuto testimoniare solo l’uscita degli ostaggi thailandesi e del filippino, sfrecciati su auto della Croce Rossa. Non hanno visto uscire i 13 israeliani: consegnati all’ospedale Nasser di Khan Yunis, sono passati da un varco secondario.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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