LONDRA – Nel 2010, quando alcuni sommozzatori trovarono nelle acque del Baltico il relitto di una nave affondata a metà del diciannovesimo secolo, rimasero delusi che a bordo non ci fosse nulla di valore: riportarono in superficie soltanto qualche vecchia cassa di vino. Tredici anni più tardi, si sono resi conto di avere messo le mani su un tesoro: adesso quelle bottiglie, identificate come Veuve Clicquot del 1829, vengono vendute all’asta in America per quasi 200 mila dollari l’una. A renderle eccezionalmente pregiate, affermano gli esperti, è l’invecchiamento in un ambiente particolare: a 50 metri di profondità sotto il livello del mare. “Non ho mai assaggiato uno champagne così buono in vita mia”, proclama il professor Philippe Jeandet, docente di biochimica alimentare all’università di Reims, nel cuore della regione celebre per la produzione dello spumante francese le cui bollicine sono il simbolo universale di lusso e feste. “L’aroma mi è rimasto in bocca per tre o quattro ore”.
…LONDRA – Nel 2010, quando alcuni sommozzatori trovarono nelle acque del Baltico il relitto di una nave affondata a metà del diciannovesimo secolo, rimasero delusi che a bordo non ci fosse nulla di valore: riportarono in superficie soltanto qualche vecchia cassa di vino. Tredici anni più tardi, si sono resi conto di avere messo le mani su un tesoro: adesso quelle bottiglie, identificate come Veuve Clicquot del 1829, vengono vendute all’asta in America per quasi 200 mila dollari l’una. A renderle eccezionalmente pregiate, affermano gli esperti, è l’invecchiamento in un ambiente particolare: a 50 metri di profondità sotto il livello del mare. “Non ho mai assaggiato uno champagne così buono in vita mia”, proclama il professor Philippe Jeandet, docente di biochimica alimentare all’università di Reims, nel cuore della regione celebre per la produzione dello spumante francese le cui bollicine sono il simbolo universale di lusso e feste. “L’aroma mi è rimasto in bocca per tre o quattro ore”.
Come molte altre casuali scoperte, anche questa è diventata un business: le cantine sottomarine sono l’ultimo ritrovato dell’industria vinicola, “l’area di crescita più rapida nel settore dello champagne”, afferma una rivista di categoria. La casa della “vedova Clicquot”, ora proprietà dell’esclusivo marchio Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy) ma sempre legata al nome della fondatrice, che all’inizio dell’Ottocento fu una delle prime donne d’affari in un mondo dominato dagli uomini, ha cominciato a deporne casse di bottiglie in appositi contenitori nello stesso punto del ritrovato relitto, intorno alle isole Aland, arcipelago finlandese nel tratto di mare fra Helsinki e Stoccolma. La costa della Bretagna, in Francia, è dove stanno sbocciando la maggior parte delle cantine sottomarine. E la domanda cresce così in fretta, riporta il quotidiano britannico Guardian, che una società di esplorazioni petrolifere ha creato una nuova divisione, Amphoris (Anfora), per costruire vinoteche sottomarine. Cantine per invecchiare, o affinare come si dice in gergo, il vino in mare sono sorte recentemente anche in Italia: in Liguria, in Sardegna e sull’Adriatico al largo di Ravenna. Insomma, un autentico boom.
Ma cos’è che rende speciale l’aroma dello champagne invecchiato a 50 metri di profondità? La salinità dell’acqua e la temperatura costante sono due elementi citati dai produttori. “Affumicato, pungente, coriaceo, incredibile” sono le definizioni più citate da chi ha bevuto un sorso di quello ripescato fra Finlandia e Svezia. “Dopo essere invecchiate in condizioni ideali per 170 anni nelle profondità del Baltico”, riassume il professor Jeandet su Proceedings of the National Academy of Sciences, illustre rivista scientifica inglese, “questo Veuve Clicquot ha scritto una nuova pagina nella storia del vino”. Viene in mente il titolo di un romanzo di Stefano Benni: “Il bar sotto il mare”. Chissà se, prima o poi, ne verrà aperto uno di fianco alle cantine sottomarine.