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A Gaza alla coda per la benzina, i poliziotti si tolgono i simboli di Hamas: “Siamo padri di famiglia”

(afp)

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Gli agenti che osservano la sicurezza a Khan Yunis si preparano già al dopo: modi più cortesi e niente mostrine
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KHAN YUNIS – “Per fare un pieno di benzina, quattro giorni di tregua bastano appena”: la battuta amara che oggi qui a Gaza ripetono tutti, è purtroppo, realtà. Dopo le lunghe settimane passate senza carburante che avevano letteralmente messo in ginocchio ogni attività, dal funzionamento degli ospedali allo spurgo delle fogne, l’ingresso di camion-cisterne hanno finalmente permesso ai benzinai di riaprire nella zona sud di Gaza. Ma per procurarsene un po’, si affrontano file sterminate. Non di ore, ma di giorni: mediamente due (notte compresa, tant’è che le famiglie fanno dei turni). Per procurarsi un’essenziale bombola del gas da 12 litri, quanto basta a cucinare un mese, ci vuole un tempo leggermente minore: un giorno e mezzo. Anche questa è infatti merce rara e ambitissima: giacché si era ormai costretti a cucinare su fuochi.

A regolare il gran caos di queste file lunghe chilometri, ci pensano gli agenti di polizia. Molti di loro si sono levati le insegne che li riconducevano a…

KHAN YUNIS – “Per fare un pieno di benzina, quattro giorni di tregua bastano appena”: la battuta amara che oggi qui a Gaza ripetono tutti, è purtroppo, realtà. Dopo le lunghe settimane passate senza carburante che avevano letteralmente messo in ginocchio ogni attività, dal funzionamento degli ospedali allo spurgo delle fogne, l’ingresso di camion-cisterne hanno finalmente permesso ai benzinai di riaprire nella zona sud di Gaza. Ma per procurarsene un po’, si affrontano file sterminate. Non di ore, ma di giorni: mediamente due (notte compresa, tant’è che le famiglie fanno dei turni). Per procurarsi un’essenziale bombola del gas da 12 litri, quanto basta a cucinare un mese, ci vuole un tempo leggermente minore: un giorno e mezzo. Anche questa è infatti merce rara e ambitissima: giacché si era ormai costretti a cucinare su fuochi.

A regolare il gran caos di queste file lunghe chilometri, ci pensano gli agenti di polizia. Molti di loro si sono levati le insegne che li riconducevano al regime di Hamas e sono improvvisamente diventati gentili. Non urlano e non spintonano più i cittadini com’era usuale. Si prodigano anzi molto più nell’aiutare la gente fornendo informazioni e occupandosi che funzioni al meglio la distribuzione degli aiuti umanitari. Una presa di distanze da chi li comandavano prima nella speranza evidente di non perdere il posto, né essere oggetto di delazioni nella non remota eventualità di un cambio di governo: “Sono un padre di famiglia che non si è mai occupato di politica”, dice a tutti quelli che incontra Ahmed, sergente di 50 anni.

(reuters)

Le speranze della tregua

In realtà le cose vanno solo apparentemente meglio. Giorni e notti senza bombardamenti sono un sollievo, certo e il rinnovo della tregua fa ben sperare. Insieme all’ingresso degli oltre 150 camion carichi di aiuti che hanno permesso a tanti di procurarsi beni essenziali come acqua, latte in polvere, coperte. Ma non siamo certo tornati alla normalità. Manca ancora tutto e l’incertezza del futuro continua a dominare pensieri e paure. Anche per questo, si usa la poca benzina a disposizione, per lasciare i propri rifugi e andare a trovare quegli amici e parenti che sono a Sud e dai quali presti ci si potrebbe dover separare di nuovo. E infatti le strade sono molto trafficate di nuovo. Tanto più che in auto si va anche a procurarsi materiali per riparare le tende strappate dal vento e le finestre divelte.

Intanto, sono stati riallacciati pure i cavi delle linee fisse, danneggiati settimane fa: e questo sta rendendo più semplici le comunicazioni fra sud e nord, dove comunque restano ancora circa 300mila persone. Ci si informa sulla salute dei propri parenti: e dei propri possedimenti. Chi vi scrive, ad esempio, credeva di aver avuto la casa distrutta dai bombardamenti di Jabalia. L’appartamento, invece, è danneggiato ma ancora in piedi. Ad abitarci ora c’è Samia col marito, la maggiore delle mie sorelle rimasta per tre settimane intrappolata nell’Indonesian Hospital. Non se la sentr di venir via perché una figlia e una nipotina sono ricoverate in gravi condizioni e non le lasceranno indietro a meno che non vengano evacuati tutti i malati di quel nosocomio. La famiglia Al Khatib credeva invece che la propria casa a Beth Lahia fosse stata risparmiata dalle bombe: hanno invece scoperto che una settimana fa è andata distrutta, non hanno più niente. E, quel che peggio, hanno saputo che sotto le macerie sono morti i numerosi parenti di cui avevano perso le tracce durante l’ultimo blackout di comunicazioni fra i due lati della striscia. La calma è solo apparente. Ma le cose stanno lentamente migliorando. Speriamo che duri.

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