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Estratti vivi i 41 minatori intrappolati in India. L’operazione di salvataggio tra yoga, preghiere e la misteriosa figura di un tecnico australiano

I lavoratori erano rimasti intrappolati nella galleria che stavano scavando 17 giorni fa
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CHENNAI – Era già buio in India quando la montagna ha deciso di restituire 41 operai sopravvissuti nel suo ventre per due settimane e mezzo. A mille metri di altitudine, tra i boschi dell’Himalaya nello stato dell’Uttarkhand, una saga durata 400 ore di tensione si è conclusa felicemente, dopo molto spavento e troppi colpi di scena. Piano piano, uno alla volta, gli operai rimasti ostaggio di una frana nella galleria che stavano scavando sono stati tratti in salvo, tra il sollievo di soccorritori e parenti arrivati alla grande bocca spalancata della galleria che collegherà quattro mete di pellegrinaggio religioso, non lontano dal confine con la Cina.


Tra gilet fosforescenti, lampeggianti di ambulanze ed elicotteri che sfrecciavano per portare in ospedale i sopravvissuti, la gioia e il tripudio erano le emozioni più evidenti nella remota località di Silkyara. Inevitabile l’agguato dei politici locali (poiché è stagione di elezioni) pronti a inghirlandare gli operai con onorifiche sciarpe…

CHENNAI – Era già buio in India quando la montagna ha deciso di restituire 41 operai sopravvissuti nel suo ventre per due settimane e mezzo. A mille metri di altitudine, tra i boschi dell’Himalaya nello stato dell’Uttarkhand, una saga durata 400 ore di tensione si è conclusa felicemente, dopo molto spavento e troppi colpi di scena. Piano piano, uno alla volta, gli operai rimasti ostaggio di una frana nella galleria che stavano scavando sono stati tratti in salvo, tra il sollievo di soccorritori e parenti arrivati alla grande bocca spalancata della galleria che collegherà quattro mete di pellegrinaggio religioso, non lontano dal confine con la Cina.


Tra gilet fosforescenti, lampeggianti di ambulanze ed elicotteri che sfrecciavano per portare in ospedale i sopravvissuti, la gioia e il tripudio erano le emozioni più evidenti nella remota località di Silkyara. Inevitabile l’agguato dei politici locali (poiché è stagione di elezioni) pronti a inghirlandare gli operai con onorifiche sciarpe bianche, tra i soldati impettiti nei loro passamontagna.


“Vedendolo uscire, il mio cuore torna a vivere,” ha detto il padre di uno degli operai, Manjeet Chaudhary, tra i canti devoti degli indù accorsi dai villaggi della zona per inneggiare al dio Ram. Felici anche i dieci medici e psichiatri che hanno seguito lo stato di salute dei sopravvissuti incoraggiandoli a fare esercizi yoga, passeggiate e continuare a chiacchierare per tener alto il morale.


Dopo diversi tentativi, il metodo che ha trionfato è stato il lavoro manuale, con un certo orgoglio degli indiani che si vantano, nelle emergenze, di saper trovare una soluzione pratica con ciò che è di disponibile, la “jugaad,” una sorte di arte d’arrangiarsi. Là dove hanno fallito le scavatrici tra le tonnellate di detriti che hanno intrappolato i 41 operai la notte di Diwali, domenica 12 novembre, hanno trionfato le braccia umane. Mentre le pale meccaniche dei potenti ingranaggi si spezzavano su roccia e metallo, hanno avuto successo i minatori arrivati lunedì mattina dall’India centrale che si sono infilati in un tubo di 90 centimetri usato poi per far scorrere le barelle su ruote che hanno tratto in salvo gli operai.

L’operazione

Li chiamano “minatori-topo” perché utilizzano un metodo più primitivo, pericoloso e controverso che utilizzato di solito nelle miniere di carbone. Sterrano e trapanano a mano, senza grandi scavatrici. In un giorno hanno spazzato via la roccia, la ghiaia, il terriccio e il metallo che bloccavano l’ultimo tratto. Poi i soccorritori, in tre squadre con quattro persone ciascuna, si sono infilati nel tubo di 90 cm per raggiungere la caverna e organizzare lo scorrimento delle barelle fino alla salvezza.

(afp)

L’esito felice non era scontato. La fortuna che ha salvato la vita ai lavoratori è stato un piccolo tubo di drenaggio servito invece a spedire cibo cotto, medicine, ossigeno e bevande e consentire ai sopravvissuti di resistere a lungo. Si erano valutate diverse possibilità, come quella di scavare un foro verticale da sopra, o un tunnel di sfogo laterale. Poi l’intervento dei minatori-topo ha portato al lieto fine.

Il ruolo chiave del tecnico australiano Dix


Arnold Dix, esperto legale e tecnico di disastri nei tunnel di tutto il mondo, era arrivato dall’Australia a dare aiuto. Anche psicologico. Era stato ripreso accanto ad un piccolo altare arancione mentre pregava in ginocchio la divinità locale. Ma, come, si sono chiesti molti indiani, un uomo di scienza australiano con tanto di barbone che s’inchina ai nostri dei? Intervistato da una tv indiana, Dix ha dipinto un ritratto quasi mitologico-spirituale di quant’è successo in queste due settimane e mezzo di soccorsi, attese, illusioni e delusioni: “La montagna ha catturato questi 41 uomini. Ma li ha protetti. Ci ha consentito di portar loro acqua, cibo, medicine, aria. Non gli ha lasciato vedere il sole, ma li ha tenuti caldi. E noi, qua fuori, abbiamo pregato la montagna chiedendo: possiamo riavere i nostri figli? La montagna più volte ci ha risposto: forse. E noi abbiamo scavato e scavato. E sembrava andasse tutto bene. Forse la montagna sorrideva, perché pensava che stessimo facendo un buon lavoro. Ma proprio quando credevamo che la porta si sarebbe aperta per lasciarli uscire, la montagna l’ha chiusa di nuovo. È andata così. Più volte abbiamo pensato d’essere arrivati. Ma non siamo riusciti ad aprire quella porta. Come in un racconto mitologico. Nessuno è morto, nessuno s’è fatto male, ma la montagna ha controllato tutto. Per questo quando entravo nel tunnel facevo sempre una piccola preghiera. Perché avevo bisogno d’aiuto. Lavoro sottoterra da una vita e ho un rispetto totale dell’universo. Sapevo che solo se la montagna avesse voluto, sarebbero usciti.” E la montagna, questa volta, ha deciso per la vita.

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