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Niger, lo scenario: la giunta di Niamey chiede ai nostri militari di restare. E per l’Italia è un’opportunità

Il contingente è ritenuto essenziale per contrastare l’avanzata jihadista e può tutelare gli interessi dell’Europa
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Se il governo Meloni intende dare concretezza al “Piano Mattei” più volte sbandierato, allora in Niger ha davanti un’occasione unica: una pista tracciata nella sabbia rossa del deserto, ancora incerta e piena di incognite, che potrebbe però rendere l’Italia protagonista in Africa.

Il Niger è l’architrave da cui dipende la stabilità dell’intero Sahel: se crolla, allora diventerà impossibile controllare i flussi migratori, contrastare l’insurrezione jihadista e fermare l’avanzata dei mercenari di Putin. Questo pilastro è stato minato dal golpe che ha preso il potere lo scorso 26 luglio arrestando il presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum: un putsch condannato dalla comunità internazionale, che ha isolato il Paese, aggravato la situazione economica e reso fragile la sicurezza. I generali infatti hanno messo alla porta la spedizione francese, che tra pochi giorni completerà il ritiro, e le milizie islamiste ne approfittano per incrementare gli attacchi.

A Niamey però è rimast…

Se il governo Meloni intende dare concretezza al “Piano Mattei” più volte sbandierato, allora in Niger ha davanti un’occasione unica: una pista tracciata nella sabbia rossa del deserto, ancora incerta e piena di incognite, che potrebbe però rendere l’Italia protagonista in Africa.

Il Niger è l’architrave da cui dipende la stabilità dell’intero Sahel: se crolla, allora diventerà impossibile controllare i flussi migratori, contrastare l’insurrezione jihadista e fermare l’avanzata dei mercenari di Putin. Questo pilastro è stato minato dal golpe che ha preso il potere lo scorso 26 luglio arrestando il presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum: un putsch condannato dalla comunità internazionale, che ha isolato il Paese, aggravato la situazione economica e reso fragile la sicurezza. I generali infatti hanno messo alla porta la spedizione francese, che tra pochi giorni completerà il ritiro, e le milizie islamiste ne approfittano per incrementare gli attacchi.

A Niamey però è rimasto il contingente delle forze armate italiane, che dal colpo di Stato ha interrotto ogni attività ed è stato ridotto a 250 uomini. Negli scorsi anni si è occupato di formare migliaia di soldati e gendarmi nigerini. La giunta dei generali ha fatto sapere a Roma che considera questa presenza importante e la ripresa dell’addestramento, possibilmente su scala maggiore, sarebbe benvenuta. Tre settimane fa l’addetto militare, il colonnello Franco Merlino, è stato insignito di una medaglia conferita dal presidente golpista Tchiani come “riconoscimento degli sforzi che hanno permesso la cooperazione”.

A spingere perché l’Italia assuma un nuovo ruolo in Niger ci sono, in maniera riservata, anche gli Stati Uniti. La Casa Bianca ha affrontato il putsch con una linea di realpolitik e mantiene le due basi da cui decollano i droni per sorvegliare l’Africa. «Vogliamo essere certi che sia tutelata la sicurezza del Sahel», ha dichiarato pochi giorni fa Judd Devermont, responsabile per l’area del National Security Council. Il pragmatismo nasce dalla consapevolezza della minaccia jihadista, che «si avvicina ai confini dei Paesi della costa, se non li ha già oltrepassati. C’è stato un golpe – ha sottolineato Devermont - e le nostre leggi ci hanno imposto di fermare molti progetti di assistenza ma siamo desiderosi di collaborare con i nigerini per trovare il prima possibile una transizione verso la democrazia».

Ed ecco che da questa crisi si apre un’opportunità per l’Italia. Una chance che richiede un serio impegno diplomatico, economico e militare ma che offrirebbe la prospettiva di tutelare gli interessi nazionali, contribuendo a evitare un disastro umanitario. Le premesse ci sono tutte: i generali di Niamey hanno apprezzato la posizione dialogante del governo Meloni, e in particolare dei ministri Tajani e Crosetto che la scorsa estate si sono opposti alle azioni di forza ispirate da Parigi. Ma qualsiasi passo avanti dipende dalla capacità della Farnesina di ottenere dai golpisti una roadmap credibile verso le elezioni e la liberazione del presidente Bazoum.

Il secondo caposaldo è costruire un consenso europeo, che permetta di agire come capofila di un piano Ue per rilanciare i programmi di sviluppo per la popolazione e l’assistenza all’esercito.

Non è escluso che sul Sahel si possa trovare anche un consenso parlamentare bipartisan. Il presidente Pd del Copasir Lorenzo Guerini è stato tra i pochi ad affrontare la questione: «L’Africa ha un ruolo chiave in relazione alla sicurezza – ha detto a ottobre nel convegno sul jihadismo della Fondazione MedOr -. Noi lì siamo presenti, pure dal punto di vista militare, e dobbiamo essere molto prudenti. Ci siamo, e dobbiamo restarci: il Niger è un hub strategico e andarsene sarebbe un errore anche perché non ci viene richiesto».

Rimane un grande ostacolo: la Francia. Il ritiro dal Niger ha segnato la fine di un’era d’attivismo nel Sahel e il contrasto con i golpisti appare insanabile. Ma Parigi riceve dalle miniere nigerine un terzo dell’uranio per le sue centrali nucleari: può correre il rischio che queste forniture vengano compromesse dall’Isis o dai mercenari di Mosca? Un’altra incognita che potrebbe giocare a vantaggio dell’Italia. Ammesso che al governo Meloni interessi veramente un “Piano Mattei” per l’Africa.

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