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Adam e Basil, i piccoli di Jenin uccisi nel mezzo del raid israeliano

(afp)

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La morte dei due minori è stata ripresa da due telecamere. Un comunicato di Medici senza Frontiere punta il dito contro Israele
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JENIN — Per le strade di Jenin uno dei passatempi più diffusi fra i più piccoli è il monopattino: solo che farlo scorrere qui è un’impresa. I bambini ci provano, si inzaccherano e provano ancora: avranno fra i sette e i dieci anni e molto poco altro da fare in un luogo che già di per sé non offre molto. Ma che con la chiusura delle scuole gestite delle Nazioni Unite e le incursioni dell’esercito israeliano che notte dopo notte fanno saltare strade, fogne e moschee è ancora più desolante. Uno di quei bambini è morto martedì sera a Jenin: si chiamava Adam Saher al Ghoul e aveva otto anni. Ad ucciderlo un proiettile alla testa sparato dai militari israeliani. Insieme a lui è morto Basil Suleiman Abu al Wafa, 15 anni, a cui era indirizzata la raffica che ha ucciso anche il più piccolo. Poche ore dopo, di notte, sono stati uccisi Muhammad Jamal Zubaidi e Wissam Ziad Hanoune, comandante militare del campo e uno dei suoi vice, che del raid erano l’obiettivo.

La morte dei due minori è …

JENIN — Per le strade di Jenin uno dei passatempi più diffusi fra i più piccoli è il monopattino: solo che farlo scorrere qui è un’impresa. I bambini ci provano, si inzaccherano e provano ancora: avranno fra i sette e i dieci anni e molto poco altro da fare in un luogo che già di per sé non offre molto. Ma che con la chiusura delle scuole gestite delle Nazioni Unite e le incursioni dell’esercito israeliano che notte dopo notte fanno saltare strade, fogne e moschee è ancora più desolante. Uno di quei bambini è morto martedì sera a Jenin: si chiamava Adam Saher al Ghoul e aveva otto anni. Ad ucciderlo un proiettile alla testa sparato dai militari israeliani. Insieme a lui è morto Basil Suleiman Abu al Wafa, 15 anni, a cui era indirizzata la raffica che ha ucciso anche il più piccolo. Poche ore dopo, di notte, sono stati uccisi Muhammad Jamal Zubaidi e Wissam Ziad Hanoune, comandante militare del campo e uno dei suoi vice, che del raid erano l’obiettivo.

La morte dei due minori è stata ripresa da due telecamere: si vede un gruppo di ragazzi, fra cui l’adolescente Basil, rifugiarsi dietro un angolo di fronte all’avanzata dei militari. Il ragazzo rimane due passi avanti agli altri, cerca di accendere l’oggetto che ha in mano, che sembra un candelotto, ma viene colpito. Cade a terra, ferito al petto, e a quel punto parte una seconda raffica che lo centra e colpisce anche Adam, una decina di metri più indietro.

Un comunicato di Medici senza Frontiere punta il dito contro Israele. «Per oltre due ore non siamo riusciti a curare i feriti, non potevano raggiungere l’ospedale poiché l’esercito israeliano bloccava l’entrata», ha detto in un video diffuso su X, il presidente dell’Ong Christos Christou, che in questo momento si trova all’ospedale Khalil Suleiman, nel mezzo del campo profughi.

Quello nella notte fra martedì e mercoledì è stato uno dei raid più duri vissuti a Jenin, il punto più caldo della Cisgiordania, da mesi palcoscenico di violenti scontri: 1.100 soldati e cento veicoli israeliani sul campo, secondo fonti palestinesi. Numeri altissimi anche per un luogo che da sempre è considerato zona rossa da chi segue questa eterna crisi. Qui dopo il 7 di ottobre la situazione è diventata esplosiva: «Prima entravano qualche volta: arrestavano i ragazzi, sparavano, poi andavano via. Ora è tutto diverso: Israele sta mostrando la sua vera faccia. Vogliono una nuova Nakba», ovvero l’esodo forzato della popolazione palestinese del 1948, ci dice Abu Talal, un ex combattente di 47 anni, nato a Jenin già profugo, uno dei capi politici nel campo. Giura che non si arrenderà: «Non smetteremo di sognare una terra chiamata Palestina».

Nel campo sono tanti a pensarla come lui: molti sono giovanissimi, come il quindicenne Basil ucciso martedì. La jihad qui è un culto, un modo di vivere: lo raccontano i poster dei giovanissimi “martiri” (come vengono chiamati i combattenti uccisi da Israele) che salutano il visitatore già dall’ingresso in città. Sui quei poster, Abdulrahman potrebbe finire presto: ha 35 anni, una buona manciata li ha passati in cella. «Siamo obbligati a difenderci con ogni mezzo. Se fosse l’Italia fareste lo stesso anche voi», dice.

Ad ascoltarlo c’è un gruppo di bambini: uno assomiglia in modo impressionante ad Adam, il piccolo ucciso martedì. Prova a far scivolare il monopattino, ma con le strade devastate dai bulldozer non c’è verso. Scoraggiati, i suoi amici se ne vanno: lui resta solo, con le foto dei martiri come uniche compagne di gioco.

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