Israele, la storia di Donne per la pace e il coraggio di sperare anche dopo il 7 ottobre
di Wlodek GoldkornSe si dovesse cercare un simbolo o una metafora del destino di quello che in Israele viene chiamato “il campo della pace”, si potrebbe pensare a Oded Lifschitz. Lifschitz ha 82 anni, è uno dei fondatori del kibbutz Nir Oz, alla frontiera con Gaza, considerato, assieme al vicino Be’eri, il più a sinistra del Paese. Lifshitz, quarantun anni fa, è stato il primo giornalista israeliano a entrare a Sabra e Chatila a Beirut e ad aver raccontato ai connazionali il massacro dei palestinesi perpetrato dalle milizie cristiano maronite, mentre la zona era sotto il controllo dell’esercito dello stato ebraico. Fu uno shock, 400 mila persone in piazza a Tel Aviv, impetuosa crescita del movimento Peace now, fino alle dimissioni del premier Menachem Begin. Oggi, quel signore colto e mite, presenza fissa alle manifestazioni contro l’occupazione e alla frontiera quando si trattava di portare i malati gravi da Gaza a ospedali in Israele, è ostaggio di Hamas. La casa è stata bruciata il 7 ottobre. Dell’a…
Se si dovesse cercare un simbolo o una metafora del destino di quello che in Israele viene chiamato “il campo della pace”, si potrebbe pensare a Oded Lifschitz. Lifschitz ha 82 anni, è uno dei fondatori del kibbutz Nir Oz, alla frontiera con Gaza, considerato, assieme al vicino Be’eri, il più a sinistra del Paese. Lifshitz, quarantun anni fa, è stato il primo giornalista israeliano a entrare a Sabra e Chatila a Beirut e ad aver raccontato ai connazionali il massacro dei palestinesi perpetrato dalle milizie cristiano maronite, mentre la zona era sotto il controllo dell’esercito dello stato ebraico. Fu uno shock, 400 mila persone in piazza a Tel Aviv, impetuosa crescita del movimento Peace now, fino alle dimissioni del premier Menachem Begin. Oggi, quel signore colto e mite, presenza fissa alle manifestazioni contro l’occupazione e alla frontiera quando si trattava di portare i malati gravi da Gaza a ospedali in Israele, è ostaggio di Hamas. La casa è stata bruciata il 7 ottobre. Dell’archivio, dei taccuini e delle foto di quel settembre 1982 non è rimasto niente. Una memoria perduta.
E la speranza? Anche la speranza di una pace è andata persa? Sharon Lifschitz ha 52 anni ed è figlia di Oded. E di Yokheved, la signora che rilasciata dalla prigione di Hamas ha stretto la mano al carceriere. Con Sharon comincia questo viaggio fra le donne dei kibbutz protagoniste di iniziative di pace (un viaggio che racconta il dolore e la rabbia di una parte sola del conflitto). Sharon inizia con l’infanzia: «Sono una privilegiata», dice, «sono cresciuta in un’atmosfera in cui non c’era spazio per l’odio».
E poi? «Il 7 ottobre c’è stato un attacco non solo alle persone ma alle nostre capacità di immaginare una vita insieme ai vicini». Riflette: «La guerra però non è una soluzione, rifiuto un’alternativa fra noi o loro, sono convinta che è corretto pensare: ci siamo noi e loro». E intanto la signora Yokheved ha raccontato, al sito Davar, di aver chiesto a un alto funzionario di Hamas, quando è venuto a incontrare alcuni ostaggi: «Come fai a non vergognarti ad aver fatto una cosa del genere a gente che ha sempre voluto la pace?». Ma lui non ha risposto.
Ola Metzger è nata 45 anni fa in Kirghizistan, da trent’anni vive a Nir Oz. Racconta: «All’inizio, chiuse nella stanza rifugio, io e le due figlie pensavamo che venissero a rubare, poi ho pensato che fossero persone cui un familiare è stato ucciso dal nostro esercito. Più tardi ho capito che sono arrivati in tantissimi, con l’unico scopo: massacrarci». Tace e poi: «Qui, in passato, venivano persone da Gaza a lavorare. Ci siamo illusi che potevamo cooperare per stare meglio tutti. Ora provo rabbia. Mi fa male pensare che fra le voci che sentivo mi è sembrato di individuare quelle di alcune donne e di un adolescente». Quando sente citare la terribile situazione della popolazione civile a Gaza, parla come se pensasse che la catastrofe in atto — tregue umanitarie o meno — avesse qualcosa di ineludibile. «Mi chiede se è possibile un futuro senza guerra? Temo che siamo solo una specie di virgola nel grande libro della Storia». Si corregge: «Dipende dai politici, nostri e loro». Irit Lahav, terza generazione di gente dei kibbutz, dopo aver raccontato la brusca interruzione del suo sogno della pace — «troppo generoso» — precisa: «Certo, occorre la fine di Hamas, una leadership saggia dei palestinesi e il cambio del governo in Israele. Ma non basta. Ci vuole la volontà di ambedue i popoli».
Intanto, la liberazione degli ostaggi è la priorità assoluta. E le persone dei kibbutz così come i familiari dei rapiti, sono appoggiate da gran parte dell’opinione pubblica: migliaia di persone in piazza. Che non intendono mollare.
Poco tempo fa una tv israeliana ha trasmesso un reportage su militanti del movimento “Donne intraprendono la pace” (Women wage peace). Comincia con le immagini di un grande raduno di israeliane e palestinesi a Gerusalemme, appena prima del 7 ottobre. Si canta, si ride tutte insieme. Le palestinesi fanno parte del movimento dal nome che è un programma: “Donne del sole”. Si vede Vivian Silver, una delle militanti pacifiste israeliane più conosciute. È stata uccisa nel kibbutz Be’eri. Ai funerali pubblici ha parlato piangendo Ghadi Hani, palestinese israeliana di Akko, animatrice di un centro per l’Uguaglianza. Con l’hijab che le copriva i capelli, ha fatto un discorso in un bellissimo ebraico, sulla sorellanza. Poi c’è stato anche un mesto funerale privato fra le rovine del kibbutz, raccontato su Haaretz da Anat Saragusti, una giornalista che nel 1982, assieme a Uri Avnery intervistò Yasser Arafat asserragliato dalle truppe israeliane nel bunker a Beirut.
Nel filmato in tv, una delle militanti parla delle collette che facevano per aiutare i vicini di Gaza, privi di mezzi di sostentamento e che una volta lavoravano nel kibbutz, e spiega che bisogna cercare interlocutori, «nonostante la rabbia». Neta Heiman, attivista radicale e molto conosciuta (la madre Ditza è appena stata rilasciata da Hamas) riflette: «Quelli di Hamas sono malvagi». Usa parole durissime, poi però conclude: «Ma la distruzione di Gaza non è una risposta». Un’altra donna racconta come, chiusa nella stanza con la figlia dodicenne, era convinta che sarebbero state ammazzate perché chi viene per uccidere non si interroga sulle opinioni delle vittime. Aggiunge: «Comunque il mondo non si divide fra ebrei e arabi ma fra chi produce violenza e chi no». Si sentono parole sulla voglia di mollare. Ma poi: «Quelli di Gaza sono comunque i nostri vicini. E qui restano». Ossia, su un piccolo pezzo di terra ci sono due popoli, e nessuno dei due ha un altro luogo. Programma minimo, comunque senza Hamas. Davvero minimo?
Torniamo a Nir Oz. Irit Lahav dice: «Quando guardo l’Europa ho speranza. Nonostante una storia secolare di odio e guerre, si vive in pace e ci si fida gli uni degli altri». Il Vecchio stanco Continente che pure ha rifiutato i suoi ebrei, oggi è diventato l’utopia di un futuro possibile. Disperatamente.