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Safran Foer: “Il rischio è di arrivare troppo tardi, per salvare il Pianeta serve una rivoluzione”

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Lo scrittore americano: “È dura essere ottimista, perché il mondo sta collassando. Per fortuna oggi la gente è più sensibile, soprattutto i giovani”
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New York — «Serve una rivoluzione», dice Jonathan Safran Foer, perché ormai «siamo ben oltre il punto in cui basta andare nella direzione giusta con una leadership saggia». Proprio per questo l’autore di “We Are the Weather” avverte: «Se l’anno prossimo Trump rivincerà sarà una catastrofe, non solo per il clima».

Lei ha detto che il problema non è più il negazionismo del riscaldamento globale, ma la mancanza di volontà di agire.

«Tutti abbiamo ragioni per non pensarci o crederci. Non molti negano i fatti, ma le implicazioni. Me incluso. È facile immedesimarsi oggi negli ostaggi di Hamas o i civili di Gaza colpiti dalla guerra, e chiederci cosa faremmo al loro posto. È più difficile pensarlo del riscaldamento globale, che è vero e sta accadendo, ma ci sembra ancora lontano. Ci piacciono la nostra vita, le case, le auto, volare, mangiare ciò che vogliamo. È comprensibile: ciò non ci rende cattivi, ma solo esseri umani. È difficile pensare al clima quando ci sono cose più pressanti. Er…

New York — «Serve una rivoluzione», dice Jonathan Safran Foer, perché ormai «siamo ben oltre il punto in cui basta andare nella direzione giusta con una leadership saggia». Proprio per questo l’autore di “We Are the Weather” avverte: «Se l’anno prossimo Trump rivincerà sarà una catastrofe, non solo per il clima».

Lei ha detto che il problema non è più il negazionismo del riscaldamento globale, ma la mancanza di volontà di agire.

«Tutti abbiamo ragioni per non pensarci o crederci. Non molti negano i fatti, ma le implicazioni. Me incluso. È facile immedesimarsi oggi negli ostaggi di Hamas o i civili di Gaza colpiti dalla guerra, e chiederci cosa faremmo al loro posto. È più difficile pensarlo del riscaldamento globale, che è vero e sta accadendo, ma ci sembra ancora lontano. Ci piacciono la nostra vita, le case, le auto, volare, mangiare ciò che vogliamo. È comprensibile: ciò non ci rende cattivi, ma solo esseri umani. È difficile pensare al clima quando ci sono cose più pressanti. Era difficile pensare all’Ucraina, ma ora è stata scavalcata dal Medio Oriente, che sarà presto scavalcato da altro. Il mondo pretende la nostra attenzione e ci distrae. Ad ottobre sono stato a Roma per discutere l’esortazione apostolica “Laudate Deum”, un documento coraggioso in cui il Papa si appella alle persone di buona volontà. Mi sono chiesto cosa voglia dire, e credo si riferisca a chi presta attenzione alle cose che la meritano, come evitare questa catastrofe».

I governi non dovrebbero essere più responsabili degli individui, e condurci nella direzione giusta?

«Ci serve un governo che ci guidi, ma il governo ha bisogno di noi per guidarlo. La volontà popolare non sarà sufficiente: serviranno leggi e regole, globali e applicate. Francesco nota che puoi guardare alle scelte individuali, e dire che non bastano a salvare il pianeta, o pensare che sono utili a creare la cultura in cui viviamo. Se la nostra cultura presterà attenzione ai cambiamenti climatici, produrrà leader che li affronteranno».

Cosa si aspetta dalla Cop 28?

«È dura essere ottimista, perché il mondo sta collassando. Ma alcune cose mi rendono ottimista. Una è che coscienza, comportamenti e volontà cambiano. La gente è più sensibile, soprattutto i giovani. Non abbiamo però il tempo per aspettare che assumano posizioni di leadership. Se la domanda è se faremo il necessario, la risposta è sì. Se è se lo faremo in tempo, non sono sicuro».

Ieri sono usciti documenti che accusano il Paese ospite, gli Emirati, di voler usare la Cop 28 per fare affari petroliferi.

«Preferisco credere che siano sinceri. Quando siamo vulnerabili, tendiamo a guardare l’ipocrisia degli altri, invece di cosa possiamo fare noi. La conversazione degenera in aggressione. Possiamo parlare dell’ipocrisia di evento, ma dove ci porta? A fare meglio? È più utile guardare a quale progresso possiamo fare nelle nostre vite».

Biden sta andando nella direzione giusta?

«Si può sempre fare di più, vista la scala del problema e la responsabilità degli Usa, ma tendo ad ammirare Biden e credo che vada nella direzione giusta. La domanda però è quanto velocemente? Siamo al punto dove non serve più un buon leader che vada nella direzione giusta, ma un radicale. Servono cambi radicali in tempi radicali. Ci serve una specie di rivoluzione. Biden è la persona che la porterà? Non credo, ma è molto meglio dell’alternativa».

Questa rivoluzione cosa dovrebbe generare in concreto?

«Regole su emissioni e impronta di carbonio che rispondano alla scienza, per quanto disagevoli. Azioni di governo guidate dalla scienza, non dalla politica. Questo è l’obiettivo: abbiamo 5 anni per ridurre temperature. Questo è richiesto e lo faremo per legge. L’ironia è che non sarebbe disagevole: vivremmo vite migliori, e la transizione produrrebbe un enorme boom economico».

I Paesi emergenti dicono che i ricchi dovrebbero pagarla.

«Ha senso: chi è più responsabile del problema ha più responsabilità di risolverlo. Ma è un errore pensare che saranno i perdenti a rispondere alla crisi. È il contrario: saranno i vincenti, anche sul piano economico».

E se Trump verrà rieletto?

«Non c’è più una separazione tra gli Usa e il mondo, non solo sul clima. Se noi andiamo verso il fascismo, lo farà anche l’Europa. Se non partecipiamo alle risposte sul clima, il pianeta non potrà rispondere. Se Trump verrà rieletto mi rifugerò in Italia, ma avremo milioni di problemi e sarà davvero catastrofico».

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