✕

A Sud di Gaza sono tornate le bombe. Ma nessuno sa più dove scappare

(ansa)

Ascolta l'audio

Ora tutti aspettano il prossimo ordine di evacuazione, probabilmente in direzione di Rafah
2 minuti di lettura

KHAN YUNIS — L’incubo peggiore della popolazione di Gaza si è trasformato in realtà. La tregua non ha retto, i bombardamenti sono ripresi ieri mattina alle sette e a sera i morti erano già più di cento.

A disperarsi è soprattutto la gente che era evacuata a Sud in oltre cinquanta giorni di guerra. All’alba, infatti, qui su Khan Yunis l’esercito israeliano ha lanciato volantini di avvertimento dove si chiedeva a tutti di prepararsi a spostarsi ancora più giù: verso Rafah, nella zona meridionale più estrema, al confine con l’Egitto. Non basta: su quei fogli è stata stampata una mappa che divide la Striscia in centinaia di piccole zone. Bisogna conservarla e memorizzarla, perché l’esercitò di volta in volta - e previo breve preavviso - annuncerà dov’è più sicuro spostarsi.

Una prospettiva terrificante per le migliaia di persone che, proprio obbedendo agli ordini dei militari, già hanno abbandonato le loro case a Nord, per sfollare al di sotto della riserva naturale Wadi Gaza.

Ci so…

KHAN YUNIS — L’incubo peggiore della popolazione di Gaza si è trasformato in realtà. La tregua non ha retto, i bombardamenti sono ripresi ieri mattina alle sette e a sera i morti erano già più di cento.

A disperarsi è soprattutto la gente che era evacuata a Sud in oltre cinquanta giorni di guerra. All’alba, infatti, qui su Khan Yunis l’esercito israeliano ha lanciato volantini di avvertimento dove si chiedeva a tutti di prepararsi a spostarsi ancora più giù: verso Rafah, nella zona meridionale più estrema, al confine con l’Egitto. Non basta: su quei fogli è stata stampata una mappa che divide la Striscia in centinaia di piccole zone. Bisogna conservarla e memorizzarla, perché l’esercitò di volta in volta - e previo breve preavviso - annuncerà dov’è più sicuro spostarsi.

Una prospettiva terrificante per le migliaia di persone che, proprio obbedendo agli ordini dei militari, già hanno abbandonato le loro case a Nord, per sfollare al di sotto della riserva naturale Wadi Gaza.

Ci sono intere famiglie con bambini piccoli e anziani al seguito che non hanno alcun mezzo per muoversi con le loro cose. Come potranno mai muoversi rapidamente, a secondo delle esigenze di guerra? La loro rischia di essere solo una morte annunciata.

Ieri l’esercito ha ordinato l’evacuazione di quattro villaggi: Karara, Khuzaa, Abassan e Bani Suheila. Si tratta delle zone agricole dove già prima della tregua era stato chiesto agli abitanti di allontanarsi. Ma dove poi, nella settimana di pace, i residenti erano tornati, sperando che il cessate il fuoco sarebbe durato e il peggio fosse ormai passato.

È stata una scena ben triste vedere la fiumana di quelle persone che per tutto il giorno – e nonostante le bombe continuassero a cadere - si è spostata, rassegnata, da quelle aree, principalmente a piedi o a dorso d’asino con le loro poche cose. Soprattutto abiti pesanti, perché l’inverno già incombe. Pochissime le auto: una decina al massimo ma stracariche di gente appollaiata pure sul cofano e sul tetto, segno che la benzina di nuovo scarseggia. D’altronde pure gli aiuti sono stati nuovamente interrotti. Presto mancherà anche il resto.

Lo stesso destino presto potrebbe riguardarci tutti. Io, ad esempio, convivo con 26 familiari in un appartamento a Nord-Ovest di Khan Yunis e la zona evacuata ieri, a Nord-Est, è proprio di fronte, tant’è che scrivo mentre due bombe esplodono qui vicinissimo. A dividere la nostra zona da quella colpita è solo l’arteria principale che attraversa l’intera striscia, la Salah ad-Din. Abbiamo dunque dovuto approntare in gran fretta un piano d’emergenza: avendo solo due auto non possiamo rischiare di agire in preda al panico dell’ultimo minuto. Abbiamo preparato dei bagagli e deciso chi andrà a piedi e chi guiderà le macchine cariche di anziani e bambini. Ogni famiglia sta facendo piani del genere. L’unica cosa che nessuno sa è dove fuggire. Non c’è più spazio, siamo ormai troppi, fatichiamo perfino a non urtarci per strada.

L’ipotesi più accreditata, di cui tutti discutono, è puntare sulle tendopoli che l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, ha issato sulla spiaggia. Nonostante i tanti inconvenienti: vicino al mare si è più esposti alle intemperie, al freddo e all’umido. L’abbiamo visto la settimana scorsa quando ci sono state forti piogge e venti che hanno sradicato quei rifugi improvvisati, inzuppando cose e persone.

Qualcuno particolarmente sconsolato ti dice che almeno lì si troverà da mangiare: alludendo ai tanti che dalla spiaggia gettano una lenza nel mare sperando di mettere a tavola qualcosa di fresco. Ma non sempre si ha la fortuna di prendere un pesce.

Sono ore di caos. La polizia è di nuovo sparita dalle strade, ci sono stati diversi furti ma per ora i negozi non stati nuovamente presi d’assalto, anche perché c’è rimasto ben poco da arraffare. Un ladro è stato catturato, legato e picchiato. Ma poi lo hanno lasciato andare: non c’era nessuno a cui consegnarlo.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

Leggi i commenti