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Kissinger, il segretario di Stato innamorato dell’Italia ma terrorizzato dal Pci di Berlinguer

Di Moro diceva: “Ci sono leader Dc che non militano fra i comunisti solo perché cattolici”
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WASHINGTON — «La colpa è di Kennedy, della sua politica estera, ha aperto alla sinistra in Italia, per svezzare socialisti e comunisti, creando un disastro. Le elezioni del 15 giugno 1975 sono l’ultima catastrofe legata a Kennedy, dopo che ha eliminato i nostri missili dal Paese. Il Pci, che ha trionfato, chiederà di entrare al governo, condizione intollerabile per la Nato»: così, in un documento segreto del 17 giugno 1975, il segretario di Stato americano Henry Kissinger spiega il voto nelle nostre città di 48 ore prima, e la vittoria delle sinistre, al presidente Gerald Ford.

(afp)

Nel testo, ora desecretato, Kissinger incalza furioso: «Ha sbagliato Kennedy a fidarsi dei socialdemocratici in Germania, di Pci e Psi in Italia, abbiamo rischiato di ripeterne l’errore in Cile (con il socialista Allende).

Solo Aldo Moro, democristiano, se la caverà, la sua base è a sinistra… Nella Dc ci sono leader che n…

WASHINGTON — «La colpa è di Kennedy, della sua politica estera, ha aperto alla sinistra in Italia, per svezzare socialisti e comunisti, creando un disastro. Le elezioni del 15 giugno 1975 sono l’ultima catastrofe legata a Kennedy, dopo che ha eliminato i nostri missili dal Paese. Il Pci, che ha trionfato, chiederà di entrare al governo, condizione intollerabile per la Nato»: così, in un documento segreto del 17 giugno 1975, il segretario di Stato americano Henry Kissinger spiega il voto nelle nostre città di 48 ore prima, e la vittoria delle sinistre, al presidente Gerald Ford.

(afp)

Nel testo, ora desecretato, Kissinger incalza furioso: «Ha sbagliato Kennedy a fidarsi dei socialdemocratici in Germania, di Pci e Psi in Italia, abbiamo rischiato di ripeterne l’errore in Cile (con il socialista Allende).

Solo Aldo Moro, democristiano, se la caverà, la sua base è a sinistra… Nella Dc ci sono leader che non militano fra i comunisti solo perché cattolici». Lo scambio, nella brutale franchezza, sintetizza la filosofia diplomatica del Consigliere per la sicurezza nazionale, e poi segretario di Stato, dei presidenti repubblicani Richard Nixon e Ford sull’Italia. Amandone la cultura, il calcio, «la politica italiana è come il catenaccio - ripeteva a Enzo Viscusi, influente dirigente Eni –: non funziona più», Machiavelli e la storia, amico dell’avvocato Gianni Agnelli («Gianni è la persona a me più vicina, rende nobili le giornate con charme leggendario»), Kissinger era persuaso che, in Guerra Fredda, Roma dovesse restare vassallo senza autonomia o politica estera indipendente.

Dal 1974, quando il fascismo portoghese cade sotto l’insurrezione dei militari progressisti, Kissinger mette sotto torchio, alla Casa Bianca, il presidente Giovanni Leone, il premier Aldo Moro, il ministro degli esteri Mariano Rumor, tanto da indurre Ford a scusarsi: «Conoscete bene il garbo di Henry Henry…». I testi dei meeting, ora disponibili alla biblioteca del dipartimento di Stato, riportano a una stagione terribile.

Kissinger e Kennedy sembrano appartenere a due ere storiche remote, il presidente ucciso quarantenne a Dallas 60 anni fa e il diplomatico morto mercoledì. Eppure erano quasi coetanei, del 1917 Kennedy, del 1923 Kissinger, tanto che, temendo un colpo di mano di Enrico Berlinguer, lo statista inveisce contro lo spettro del presidente democratico.

Con Leone e Moro, Kissinger è duro fino alla ritorsione, lasciando partire dall’Ambasciata Usa e dalla Cia dispacci perentori: «Se il Pci entrasse a far parte del governo, la Nato prenderà le distanze dall’Italia».

Leone prova allora un’elegante diplomazia personale con Ford, «Siamo due parlamentari di lungo corso, avvocati, parliamoci da colleghi, venga al Quirinale…»; Moro dà prova, già nel 1974, di acume strategico individuando nel socialista Mario Soares, poi primo ministro, il dirigente capace di isolare i castristi a Lisbona, avviare le riforme, mantenere il Paese nella Nato. Moro si sforza di chiarire a Kissinger che i tempi cambiano: «I disoccupati votano a sinistra, se il Pci non va mai al governo, cresce, con promesse irresponsabili».

Invano, Kissinger lo irride davanti a Ford, «Moro mi ha dato una lezione di politica, ne ho la testa piena», ma non ascolta e, nel 1976, testimoniano gli archivi, dirà al golpista Pinochet: «Lei ha fatto un gran servizio all’Occidente rovesciando Allende».

Degli oscuri anni “italiani”, Kissinger non fu mai fiero, preferendo celarsi dietro le battute, «il presidente Giorgio Napolitano è il mio comunista prediletto», i gelati a Piazza Navona (nel 1976 un gruppo di ragazzini lo riconobbe, si mise a fischiare, la scorta lo portò via, con gli agenti del Secret Service a penzolare dal predellino, revolver Smith&Wesson 19 in pugno), vantandosi di aver avuto studente, al seminario di Harvard, lo scrittore Alberto Arbasino.

(agf)

La monumentale biografia di Walter Isaacson, “Kissinger”, ignora Roma, Berlinguer e Moro non hanno neppure una riga: lo storico Niall Ferguson ha ultimato giusto il primo tomo del saggio sullo statista Usa, fermandosi al 1968, vedremo cosa dirà nel volume finale.

Il dissenso con Moro resta radicale, e, dopo l’ultimo diverbio del 1974, il leader italiano si sente minacciato fisicamente, evocando quei sospetti perfino dal carcere delle Brigate Rosse. Chiusa la stagione di piombo, dedicandosi al brand di consulenza, ai libri sulla diplomazia e perfino sulla presunta apocalisse dell’Intelligenza Artificiale, Henry Kissinger glissa sempre sul suo ruolo a Roma e, nelle colazioni al tavolo d’angolo del ristorante Four Seasons a New York, sotto gli arazzi di Mark Rothko, lascia passare in silenzio ogni domanda a proposito, sguardo fisso dietro gli occhiali da miope.

Esser stato ricevuto dalla prima donna premier Giorgia Meloni, come un mentore, per due ore, gli diede gioia, leggerne le parole di cordoglio, «È stato un punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia mondiale», mentre il ministro Tajani ricorda «Il premio Nobel per la pace, un amico dell’Italia», ne avrebbe acceso il sorriso da tartaruga centenaria, aguzzo e astuto.

Realpolitik contro diritti e ideali umani, il dilemma del Secolo Kissinger trova nel nostro Paese un palcoscenico dimenticato - davanti ai patti, i mercati, le guerre e le rivoluzioni di Cina, Indonesia, Cile, Pakistan, Cambogia, Vietnam - ma, forse, uno dei più rivelatori e simbolici per gli storici a venire.

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