Nasser al-Qudwa è abituato a guardare oltre i capovolgimenti della Storia. Nipote di Yasser Arafat, è stato a lungo il più importante diplomatico palestinese, ex ministro degli Esteri, esponente di peso dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Ha creduto negli accordi di Oslo e ha fatto i conti con il loro fallimento. Nel 2021 ha rotto con Abu Mazen: chiedeva un cambiamento radicale dell’Anp e fece una sua lista per le elezioni che non ci sono mai state. Fu cacciato da Fatah. Oggi c’è chi guarda anche a lui per il futuro dei palestinesi. «Non ho smanie di potere, ma se ci fosse bisogno di me non mi tirerei indietro», dice. «L’unica soluzione possibile è quella dei due Stati. Ma prima bisogna far finire il conflitto».
Nelle ultime settimane lei è stato al Cairo, in Qatar, ha incontrato i leader di Hamas. C’è la possibilità che si arrivi a una tregua lunga?
«Sono in corso nuovi sforzi da parte dei mediatori per discutere della liberazione delle donne soldato, poi dei soldati più anziani. Non so se succederà. Sfortunatamente credo che il governo Netanyahu voglia riprendere le operazioni militari nel Nord e nel Sud di Gaza, il che porrà problemi seri agli americani e ai Paesi arabi per la catastrofe umanitaria che genererà».
Cosa è cambiato dopo il 7 ottobre?
«È finita la strategia israeliana di incoraggiare l’esistenza di un governo a Gaza diverso da quello della Cisgiordania per evitare una soluzione politica seria del conflitto. È finita anche l’idea che l’uso della forza per sopprimere le aspirazioni nazionali palestinesi sia vincente. Ora Israele deve fare politica. E l’unica soluzione politica ragionevole è quella dei due Stati. L’accettazione dell’indipendenza nazionale e dell’autodeterminazione dei palestinesi».
Come? Israele, Usa e Ue escludono che Hamas possa avere ancora un ruolo a Gaza.
«Dopo la guerra ci saranno un nuovo governo israeliano, una nuova leadership palestinese e una nuova Hamas. Israele deve ritirarsi, non può esserci una nuova occupazione della Striscia, una riduzione del suo territorio o una divisione in due. Deve finire l’assedio. E c’è bisogno di un nuovo governo unico a Gaza e in Cisgiordania basato sul consenso nazionale. L’obiettivo sono le elezioni appena la popolazione ricomincerà a vivere normalmente. Quello sarà il modo anche di ricostruire l’Olp, l’unica che può garantire unità e rappresentanza ai palestinesi».
Gli israeliani potrebbero offrire un salvacondotto ai leader di Hamas per lasciare Gaza come Arafat lasciò il Libano nel 1982. Sinwar lo accetterebbe?
«Non credo. È troppo tardi, sono successe troppe cose, incluso il pesante numero di vittime civili palestinesi, che lo impediscono. Ma non penso che gli israeliani avranno successo nel cancellare Hamas come dicevano all’inizio della guerra. La soluzione è una Hamas diversa, con personalità diverse e diverse posizioni politiche».
Hamas non ha mai accettato la soluzione dei due Stati.
«Non esattamente. Prima della guerra aveva approvato un documento in cui accettava lo Stato di Palestina nei confini del 1967. Ho ricevuto assicurazioni che quella resta la loro posizione».
Abu Mazen può avere un ruolo?
«La sfida della ricostruzione è enorme. Se sarà necessario sì, ma senza un potere reale: più come incarico onorario, di garanzia. Serve una nuova squadra di governo».
I palestinesi potrebbero accettare una forza araba multinazionale a Gaza per accompagnare la transizione?
«Con alcune garanzie probabilmente sì: che non sia una forza di combattimento, che abbia un mandato del summit arabo o del consiglio di Sicurezza, per un periodo breve, e il compito principale di riprendere in consegna la terra dagli israeliani e restituirla ai palestinesi».
La presenza dei coloni in Cisgiordania rende impossibile la soluzione dei due Stati?
«Assolutamente no. Fino a quando non ci sarà extraterritorialità di questi insediamenti, possiamo trovare soluzioni».
La Jihad islamica e una parte di Hamas hanno un’ideologia islamista radicale. La causa palestinese è stata conquistata dall’estremismo religioso?
«Io vengo da un tempo in cui tutte le fazioni palestinesi sotto l’Olp erano laiche e credo che quella posizione sia maggioritaria anche oggi. La Palestina è uno dei pochi posti nella regione dove il movimento democratico può vincere le elezioni. Questo la dice lunga sulla maturità politica dei palestinesi».