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Gaza, la scommessa di chi resiste a Nord convinto che la guerra si sposterà a Sud

(afp)

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Nella zona meridionale della Striscia – dichiarata sicura da Israele – le bombe sono cadute ugualmente. E c’è chi ha deciso di non approfittare della tregua e rimanere al suo posto
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KHAN YUNIS — Buona parte di Gaza City non esiste più. Lo temevamo tutti, ora lo conferma arriva da un’intervista del sindaco Yahya al-Sarraj ad Al Jazeera rilanciata da diverse radio locali palestinesi. I danni vanno oltre l’immaginabile: «Il 60% di case e palazzi, circa 55mila, sono andati distrutti», ha detto. «Le infrastrutture non esistono più.

Muoversi fra le rovine è triste ed estraniante ed è facile perdersi, perché non ci sono più punti di riferimento. Migliaia di famiglie hanno perso tutto». Eppure, un numero imprecisato di persone non ha approfittato della tregua per spostarsi in quel Sud che dovrebbe essere più sicuro ma dove le bombe in realtà sono cadute ugualmente.

Come Ahmed Abu Saada, 56 anni, vicino di chi vi scrive. Mi ha chiamato perché la mia casa è ancora in piedi chiedendomi di usare l’energia prodotta dai pannelli solari sul tetto per ricaricare tutti i giorni il cellulare.

Permesso accordato: lo accoglie mia sorella Samia col marito che ci si sono trasfer…

KHAN YUNIS — Buona parte di Gaza City non esiste più. Lo temevamo tutti, ora lo conferma arriva da un’intervista del sindaco Yahya al-Sarraj ad Al Jazeera rilanciata da diverse radio locali palestinesi. I danni vanno oltre l’immaginabile: «Il 60% di case e palazzi, circa 55mila, sono andati distrutti», ha detto. «Le infrastrutture non esistono più.

Muoversi fra le rovine è triste ed estraniante ed è facile perdersi, perché non ci sono più punti di riferimento. Migliaia di famiglie hanno perso tutto». Eppure, un numero imprecisato di persone non ha approfittato della tregua per spostarsi in quel Sud che dovrebbe essere più sicuro ma dove le bombe in realtà sono cadute ugualmente.

Come Ahmed Abu Saada, 56 anni, vicino di chi vi scrive. Mi ha chiamato perché la mia casa è ancora in piedi chiedendomi di usare l’energia prodotta dai pannelli solari sul tetto per ricaricare tutti i giorni il cellulare.

Permesso accordato: lo accoglie mia sorella Samia col marito che ci si sono trasferiti dopo che il loro appartamento a Jabalia è andato distrutto. Loro non si spostano perché una figlia e una nipotina sono ricoverate all’Indonesian in condizioni gravi. Abu Saada non verrà al Sud. Racconta di aver montato una tenda vicino alle macerie del suo palazzo dove sopravvive chiedendo aiuto ai vicini rimasti: «Ci appoggiamo da loro per usare i servizi igienici».

E, appunto, la corrente generata dai pannelli solari. Resta per due principali motivi: la convinzione che dopo la tregua Israele potrebbe decidere di riprendere le manovre militari estendendole al Sud della Striscia. E l’impressione, nonostante le difficoltà, che a Nord qualcosa si sta rimettendo in moto. L’ospedale indonesiano ha ripreso le attività grazie alle scorte di combustibile ricevute.

E anche l’ospedale al Shifa - il cui direttore Mohammad Abu Salmiya è stato arrestato dall’esercito perché sospettato di aver fiancheggiato Hamas - ha ripreso, riaprendo perfino il centro dialisi. Certo, in quella parte di Gaza è ancora impossibile muoversi, perché gli israeliani reagiscono nervosi a tutto ciò che sfugge al loro controllo. E quasi non si trova cibo: «Abbiamo ancora diverse scatolette ma procurarsi acqua potabile è una sfida quotidiana». Gli aiuti che sono entrati hanno raramente varcato il Wadi Gaza, la riserva naturale scelta dagli israeliani come confine fra un lato e l’altro della Striscia.

Il luogo dove è rimasta più gente è Jabalia, che d’altronde già era il campo profughi più affollato della Striscia. Le aree circostanti, come Sheikh Radwan, sono invece deserte. Non è raro che qualcuno andato a vedere in che condizioni è la propria casa, la ritrovi in piedi sì, ma con le porte divelte e razziata, difficile dire da chi. Intanto gli inviti da parte dell’esercito israeliano a spostarsi a Sud proseguono. Ma le persone rimaste sono irriducibili: «Perché allontanarsi da casa e rischiare di morire altrove la settimana prossima se la tregua finirà?», dice Alya, 60 anni, che vive a Jabalia. Non lo confessano apertamente, ma sperano che a Nord il peggio sia passato. È qui a Sud che ora abbiamo paura.

(testo raccolto da Anna Lombardi)

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