Ritorno a Marcinelle
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Angelo Ferracuti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualC’è un silenzio campale nelle vie di Charleroi alta, la luce smorta autunnale e i palazzi con i mattoncini rossi dei vecchi sobborghi operai della Vallonia del sud del Belgio, zona di minatori e miniere, nel conio dei vecchi palazzi resta il senso di un passato che non vuole passare. Solo nella città bassa la vita cittadina si svolge intorno al centro commerciale Rive Gauche, un pezzo di Occidente globalizzato senz’anima con le stesse griffe di tutte le grandi e piccole città europee, un corpo architettonico estraneo al contesto che però ha cancellato diverse attività economiche artigianali nelle viuzze circostanti. Camminando per le strade si notano molti negozi chiusi, le saracinesche abbassate, o i cartelli vendesi, porte sprangate. Qualcosa che è successo anche altrove, più forte qui dove la grande industrializzazione aveva portato il benessere diffuso, quello che una volta si sarebbe chiamato lo sviluppo, uno sviluppo senza progresso per dirla con le parole di Pier Paolo Pasolini…
C’è un silenzio campale nelle vie di Charleroi alta, la luce smorta autunnale e i palazzi con i mattoncini rossi dei vecchi sobborghi operai della Vallonia del sud del Belgio, zona di minatori e miniere, nel conio dei vecchi palazzi resta il senso di un passato che non vuole passare. Solo nella città bassa la vita cittadina si svolge intorno al centro commerciale Rive Gauche, un pezzo di Occidente globalizzato senz’anima con le stesse griffe di tutte le grandi e piccole città europee, un corpo architettonico estraneo al contesto che però ha cancellato diverse attività economiche artigianali nelle viuzze circostanti. Camminando per le strade si notano molti negozi chiusi, le saracinesche abbassate, o i cartelli vendesi, porte sprangate. Qualcosa che è successo anche altrove, più forte qui dove la grande industrializzazione aveva portato il benessere diffuso, quello che una volta si sarebbe chiamato lo sviluppo, uno sviluppo senza progresso per dirla con le parole di Pier Paolo Pasolini, in quello che potrebbe essere un modello da studiare.
Urbano Ciacci, l'ultimo sopravvissuto di Marcinelle
La città sopra è vuota, sembra disabitata, un uomo con il bastone attraversa la strada, ragazzi magrebini che passano veloci stretti nei giacconi, si spostano nei diversi punti di spaccio, la notte invece s’avverte un angoscioso senso di pericolo. Un vecchio signore con il basco in testa sta filmando la chiesa di Saint-Christophe con una telecamera fissata a un cavalletto. Solo alla Taverna di Santa Barbara che si trova su un lato della piazza è affollata, con dentro quadri e lampade di minatori sui ripiani sopra l’angolo con le slot machine, ai tavolini avventori per lo più anziani, il piccolo cameriere adrenalinico spilla dai rubinetti della torre di lato al bancone birre schiumose, prepara i caffè e li mette sui vassoi per portarli ai clienti in attesa, mentre fuori gli operai stanno lavorando alla nuova pavimentazione. È uno dei tanti cantieri aperti di questa città, perché qui le ristrutturazioni urbanistiche, il decoro urbano, cercano di combattere il degrado e l’abbandono, dando una forma nuova al vivere sociale, una metamorfosi lenta ma implacabile in una regione storicamente rossa e operaia dove socialisti e comunisti governano da sempre, e i sindacati di sinistra negli ultimi anni hanno gestito dismissioni e cassa integrazione.
Intorno un’aria di desolazione. È come se la città volesse nascondere il suo malessere profondo, ricacciarlo nei suoi luoghi oscuri. Come quelli che si vedono nelle periferie e dal piccolo appartamento dove vivo lungo la strada che porta a Bruxelles e sferraglia il tram di colore giallo nel quartiere di Bon Air di Lodellinsart. Di fronte case abbandonate senza finestre da dove escono giovani africani assonnati dagli abiti logori, un uomo tatuato con disegni di draghi - in mutande e ciabatte infradito e a torso nudo - sbuca dalla porta d’ingresso di un palazzo ogni mattina con lo sguardo allampanato, sembra uno dei personaggi fotografati da Giovanni Troilo in “La ville noire - The dark side of Europe”, La città nera, le nature morte e le crude, gelide scene di vita perduta. “Il mio è un punto di vista, è la mia visione di Charleroi come un luogo che rappresenta l’Europa nei suoi lati più oscuri e nascosti” ha affermato il fotografo che ha frequentato per anni i suoi parenti emigrati qui alla fine degli anni Cinquanta.
Charleroi, 2023
Nel flusso emotivo della sequenza del racconto per immagini si coglie in pieno lo smarrimento e la perdita del benessere e del legame sociale, quel senso di spaesamento degli anni che stiamo vivendo in Europa, la nostalgia di un passato lontano, ormai irripetibile, la tristezza del presente e la paura del futuro che serpeggia nelle nostre città che più hanno nutrito di suolo e sangue il capitalismo industriale. Il suo lavoro ha suscitato molte polemiche, compreso l’intervento indignato del sindaco socialista Paul Magnette che lo ha accusato di distorcere la realtà, stanco dell’immagine da città perduta di Charleroi, dei cliché che nel tempo l’hanno fissata nell’immaginario come l’eterno Paese nero senza speranza. Concretezza politica contro immaginazione artistica e sociologica, risultato, al fotogiornalista barese è stato ritirato il World press photo nella categoria contemporary issues-stories che gli era stato precedentemente assegnato.
Anche la spaziosa Place du Manège è vuota, entro in un bar per bere un caffè e incontro un ragazzo rumeno biondo e dal viso florido che parla italiano e ha vissuto molti anni nel nostro paese, Alessandru Boc, manovale in una impresa edile. Ha avuto un problema di salute, non può lavorare, molte ore della giornata allora in questo periodo le passa qui. “Sono da tutta la vita straniero, sono partito da piccolo dalla Romania e nel mio paese quando vado a trovare i famigliari sono straniero, in Italia sono un rumeno e quindi uno straniero, e anche qui, dove vado sono uno straniero”. È seduto di fronte a me in una saletta al secondo piano del locale e parla svelto di lingua, ci va giù duro come tutti gli immigrati che un po’ ce l’hanno fatta, non senza forti sacrifici per sbarcare il lunario, soprattutto quelli bianchi europei: “Charleroi è classificata come la decima città più pericolosa in Europa: alto tasso di immigrazione dall’Africa, paesi arabi, gente senza documenti, senzatetto clandestini, molti tossicodipendenti, gente che viene qui a fare la malavita”, però secondo lui dopo l’avvio dei lavori di ristrutturazione le cose sono molto migliorate, una volta non era così, “qui c’era molto sporco, molta immondizia, degrado. Finiti i lavori del centro, recuperando la vita che serve per questa città, adesso la criminalità si è spinta più in basso, più in periferia verso Marcinelle, Marchienne Du Pont, in quelle zone la vita è meno cara, lì vivono i dealeur, gli spacciatori di droga.”
Antonio Antrilli e Alessandru Boc
Quando entro al café culturel “Livre au verre”, pochi tavolini e scaffalature ingorgate di libri, Antonio Antrilli, che vive tra Roma e Charleroi, sembra mi stesse aspettando per parlarmi e mi offre subito una birra. Sì, perché questo è anche il paese della birra, ce ne sono di tutti i tipi, gradazioni e gusti, e anche il grande Arthur Rimbaud ne bevve “un boccale immenso, spumeggiante/D’oro in un raggio di sole ritardato” arrivato al Cabaret-Vert di Charleroi, locale che oggi non c’è più, titolo di una sua celebre poesia. Antrilli è calvo, gli occhiali da miope, parla un italiano francesizzato, “il Belgio è un paese surrealista” esordisce, “non è come in Francia, cinque governamenti, ti sposti nella parte fiamminga dove si parla tedesco sembra che stai in un paese straniero, siamo un posto un po’ strano al centro dell’Europa”. Parla al passato di un paese che era, che è stato, una volta, tanto tempo fa nell’età dell’oro, “era come Londra, New York, hanno inventato il vetro, i fiamminghi li chiamavano cafoni, venivano a lavorare qui, ora loro si sono evoluti e noi stiamo affondando, ma adesso vogliono rilanciare la città”, dice con fare scettico, facendo un sorrisetto beffardo, “i socialisti hanno avuto molti soldi dalla Comunità europea, hanno messo un centro commerciale in pieno centro, ma è come metterlo dietro la Scala di Milano o accanto al Pantheon” sostiene polemico, “hanno ucciso il piccolo commercio, è tutto chiuso, abbandonato, negozi serrati, nella parte alta non c’è più vita, hanno fatto i marciapiedi larghissimi ma non ci va nessuno, i lavori non sono serviti a niente”. Sembra di sentire quello che si dice di un quartiere di una grande o piccola città italiana, i problemi sono gli stessi e sempre molto complessi.
Mentre Cosimo Pontillo, che qui fa la guida turistica, i nonni originari uno di Benevento e l’altro di Cesena -la Storia scorre nelle sue vene - “il primo fascista ai tempi di Mussolini e colono in Libia, e il secondo comunista, finito in manicomio durante il regime”, precisa, suo padre è stato minatore, morto di silicosi, ha una idea diversa: “è stata una città operaia con molte fabbriche, una città che era ricca e inquinata come Taranto, adesso è in piena mutazione, stanno facendo lavori enormi per cercare di trasformarla, grandi sforzi per migliorare la vita sociale, ma non è facile cambiare volto a una città in così poco tempo, si è impoverita molto ma le persone qui hanno il cuore in una mano”, dice serio, “siamo 60000 di origini italiane, caffè, ristoranti, e qui governa da sempre la sinistra, socialisti, comunisti, penso che l’anno prossimo vinceranno ancora le elezioni”.
Qui a Charleroi l’immigrazione non si è mai fermata, e dal 2008 quella italiana è ricominciata come manodopera e nei servizi di ristorazione, ma la chiusura delle industrie non ha lasciato solo brutture urbanistiche e desolazioni nelle periferie, ma anche percentuali spaventose di disoccupazione, 26% secondo le stime, mentre la media nazionale è sotto il 10%, e coinvolge più generazioni e mondi del lavoro, da quello degli ex pozzi di carbone, lavoratori rimasti a casa per la chiusura delle industrie siderurgiche o del vetro, inoltre è una città con minori percentuali di lavoro femminile, l’occupazione delle donne è tra i più bassi d’Europa proprio per via della cultura che si è formata nel mondo minerario e alla sua organizzazione sociale, tutta incentrata sulla manovalanza maschile. Infatti, questa città è il prototipo di quelle dove il lavoro è finito e pure il ‘900, restano del secolo breve solo le macerie lasciate da quelle che lo scrittore Paolo Volponi chiamava “Le mosche del capitale”, titolo di un suo celebre romanzo, poli industriali abbandonati, centrali elettriche ferme, silos ingrigiti, cemento e ruggine, solo i fumi delle acciaierie dei Riva Thi-Marcinelle, dove si produce a ciclo continuo, seguitano a uscire a ridosso della città bassa, lì dove scorre il canale che serviva a traghettare il minerale estratto nei siti carboniferi.
Marcinelle, la tragedia dei migranti italiani
Quella che dopo Londra è stata fin da inizio secolo la più grande zona industriale d’Europa si è sviluppata su tre pilastri: l’attività mineraria, quella della siderurgia e del ferro, le fabbriche che lavoravano il vetro. Ma l’attività di estrazione aveva costi di produzione molto alti perché i pozzi si trovavano molto in profondità, così già negli anni ’60 cominciarono le prime chiusure. Ivan Del Percio, presidente del sindacato dei metalmeccanici Metallos, calvo, la barba curata, giacca e camicia nera, è di origini campane, della zona di Avellino, ma è nato a La Luvière, un nonno prima espatriato in Argentina poi arrivato da queste parti nel 1963; padre emigrato in Svizzera che ha conosciuto sua madre in Belgio, poi rientrato in terra elvetica prima di ritornare definitivamente qui come in molte avventure migratorie. Ci tiene a precisare che “è stata riconosciuta a livello internazionale la qualità del lavoro degli operai di Charleroi, nella Aecc, oppure alla Caterpillar, arrivata qui mezzo secolo fa, che sei anni fa ha delocalizzato all’est e ha ridotto la produzione mandando a casa cinquemila persone, solo nelle acciaierie si sono persi più di diecimila posti di lavoro, così cresce anche il numero dei pensionati, e con l’aumento del costo della vita, dell’elettricità, il loro potere d’acquisto è diminuito, adesso sono in difficoltà”.
Anche Vincent Pestiau, sempre sindacalista alla FGBT, anche lui di origini italiane, “mio nonno lavorava nelle miniere di zolfo di Avellino, poi è emigrato in Francia e qui in Belgio, aveva un sogno, diceva sempre che voleva tornare al suo paese, ma poi è morto qui, è seppellito nel cimitero di Charleroi, è morto di silicosi a 59 anni”. Sostiene che oltre ai posti di lavoro “abbiamo perso anche molta popolazione, ragazzi che vanno all’università a Bruxelles non tornano più, trovano lavoro fuori, gli emigrati siamo diventati noi, adesso però c’è una rinascita, soprattutto nella zona dell’aeroporto dove c’è il nuovo polo tecnologico, ma il problema è che la deindustrializzazione è sempre più veloce della riconversione”. Anche a Liegi e a La Louvière il sistema produttivo ha subito la stessa desertificazione, e lì la situazione è persino peggiore, “non c’è niente, non si trova una soluzione, anche se qui la situazione è più tranquilla, non ci sono le banlieue o i problemi delle periferie di Bruxelles”. Ma in Belgio resiste ancora quella che in Italia veniva chiamata “scala mobile”, l’aggancio dei salari all’inflazione, che tutela il potere d’acquisto dei lavoratori nei momenti di crisi, e inoltre esiste un salario minimo, una base convenzionale a livello nazionale.
Charleroi, vecchia zona industriale
Quando finisce il lavoro, le “sapienti colorate voraci mosche del capitale” delocalizzano, portano la produzione dove i salari sono più bassi e c’è meno sindacalizzazione, dove ci sono meno regole a tutela dell’ambiente, “per di più svolazzano e ronzano dappertutto, in bell'inglese, per andare a succhiare e a sporcare”, lasciando macerie, malattie professionali come la silicosi, quelle alle ossa per via delle vibrazioni, siti inquinati da bonificare. Quando finisce il lavoro, come è successo qui dove il prezzo pagato dai lavoratori è stato altissimo, non solo economico, ma soprattutto identitario, l’impoverimento e la disperazione sono a carico dello stato e diventano sussidi di disoccupazione, aiuti per giovani senza casa, costi sanitari, ma per fortuna in Belgio il sistema di welfare è ancora avanzatissimo e non è limitato nel tempo.
Lungo la strada che porta a Bruxelles ci sono diversi locali italiani, un piccolo bar gestito da napoletani, la bandiera azzurra con al centro Maradona su un lato del bancone, anziani che giocano a tre sette o a briscola e bevono birra chiara, sfogliano i giornali locali, un pezzo del nostro mondo e della nostra socialità trasportato qui nel nord dell’Europa in un luogo però proprio per la presenza di immigrati italiani, turchi, marocchini, dallo stile di vita più vitalistico e mediterraneo. Lì ci trovi vecchi pensionati dai capelli ingrigiti, le barbe incolte, che parlano animatamente, vociando, tutti i venerdì fanno cucina italiana come le orecchiette e melanzane alla parmigiana, bevono falanghina e verdicchio; più avanti c’è anche un locale pugliese, pochi tavoli di una trattoria spartana dal conio popolare. Si calcola che su 200000 abitanti un quarto sono italiani di prima o di seconda generazione, li chiamano “i belgitani” come i minatori di una volta, senti parlare la nostra lingua ovunque, nei locali, per strada, sui tram. I primi arrivarono qui nel dopoguerra quando il 23 giugno 1946 il governo italiano guidato da Alcide De Gasperi firmò un accordo con quello belga, fornendo uomini in cambio di carbone, i cosiddetti “deportati economici”, mandati a lavorare senza protezione e sicurezza come carne da macello. Arrivavano soprattutto dalla Sicilia, dalla Campania e dal Veneto, ma in percentuale ridotta anche da Lombardia, Friuli, Trentino, Marche, Abruzzo e Sardegna, attratti dal lavoro nei bacini carboniferi del Pays Noir, una comunità di oltre 25000 italiani che nel 1985 grazie alla cosiddetta Legge Gol hanno acquisito la nazionalità belga.
Marcinelle, tragedia dell'immigrazione
“Per ogni scaglione di mille operai che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn. 1.700.000; 3500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.700.000 e 2.000.000 di tonn; 5000 mensili, se la produzione sarà superiore a 2.000.000 tonn.”, così recitava il testo dell’intesa. Il costo umano fu altissimo, dal 1946 al 1963 morirono nelle miniere del Belgio 867 italiani su 1162 totali, deceduti a causa di frane (59,2%), durante i trasporti (14,3%), per il grisù (9,4%), le esplosioni (4,7%) e le cadute nei pozzi (4%). Urbano Ciacci, marchigiano di Cartoceto, l’ultimo sopravvissuto alla tragedia di Marcinelle, è una specie di lucido monumento vivente della memoria e narratore infaticabile, incontra tutti i giorni scolaresche e visitatori che vengono dall’Italia spiegando loro come era la vita tribolata di questi musi neri invisibili che giorno e notte si calavano a 1035 metri sottoterra nei pozzi di Le Bois du Cazier: “Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene”. Così definì quelli come lui lo scrittore George Orwell nel libro documento “La strada di Wigan Pier” (da poco ristampato da Alegre nella collana Workingclass), un reportage sulla crisi del lavoro nell’inferno dei distretti minerari dell’Inghilterra settentrionale degli anni ’30.
Di quei “macaroni” italici di origini contadine, così li chiamavano all’inizio in senso dispregiativo i belgi, tra il 1946 e il 1957 ne emigrarono 223.972, solo 51.674 fecero ritorno nel loro paese. Il disastro di Marcinelle, che costò la vita a 136 immigrati italiani, il dramma di quella che è stata storicamente definita “tragedia nostra” ma anche “La catastrofa”, che è anche il titolo dello straordinario romanzo reportage di Paolo Di Stefano uscito nel 2011 da Sellerio che ricostruisce il parlato e le voci dei protagonisti che vissero quell’epica lontana, ormai un classico della nostra letteratura. In uno dei capitoli l’ex abbattitore siciliano Giuseppe ricorda in un italiano ibridato con il gergo dialettale: “Con la catastròfa tutto ha cambiato. Per 43 giorni il fumo non finiva di sortire ancora che si sentiva la puzza dei compagni morti, a Marcinelli c’era tutta la Belgìca, compreso Re Baldovino che giustamente è arrivato per presentare le condoglianze del governo: io me lo ricordo che mi ha passato vicino alla spalla, alto e distinto, con la camicia bianca profumata, l’abito bello grigio elegante e un cappello sulla testa che sembrava un attore uscito dai film americani come Anfribògar di Casabianca”. E ancora: “Corriamo, corriamo e in brevissimo tempo arriviamo al Cazier.
La folla è tanta, non si passa, il cancello della miniera è sbarrato ed al suo interno ci sono dei gendarmi e altra gente. Con forza arriviamo ad aggrapparci al cancello per guardare meglio all’interno del piazzale. Tanti corri corri, nessuno parla mentre il cielo, ora nero, piano piano si tinge di fuoco” è la testimonianza di Nino Di Pietrantonio che al momento della tragedia aveva dieci anni (in Ricciardi T., Marcinelle 1956. “Quando la vita valeva meno del carbone”, Donzelli, 2016).
Quella tragedia mostrò alla popolazione belga la condizione di sfruttamento e sofferenza in cui viveva la nostra comunità contribuendo in maniera decisiva alla sua integrazione sociale. La storia è nota, l’incendio, scoppiato a 975 metri sottoterra per via di due vagoni posti male in un ascensore che urtò due cavi elettrici sviluppando la combustione che causò - soprattutto per le condizioni di insicurezza degli impianti - una delle stragi sul lavoro più gravi della storia mineraria dopo i disastri di Monongah e di Dawson.
Quando dopo aver attraversato una salita in un quartiere residenziale di villette si arriva davanti al cancello de Le Bois du Cazier l’emozione è forte, si è davanti a uno dei luoghi dolorosi della nostra storia, nell’immaginazione le foto in bianco e nero dell’epoca si sovrappongono a quelle guardate a occhi aperti dell’edificio che hai di fronte: una grande nube scura e densa che chiude la volta celeste e lì davanti una folla accalcata di donne, di bambini, di uomini inermi, i molti vocianti in un clima tragico da pellicola neorealista, la stessa gente e il clima de “Il cammino della speranza” di Pietro Germi. Dentro, invece, oggi nell’elegante ristorante al piano superiore si servono gustosi piatti di pesce; invece, al bar del museo si può bere la birra artigianale Mina, bionda o scura, acquistare gadget, libri fotografici, persino le lampade di ottone, e le stanze interne più che un luogo del ricordo di un’epoca di sfruttamento e morte sono un asettico archivio di archeologia industriale. Restano gli spogliatoi, quadri e sculture d’autore, e una bella parete con tutte le lampade dei minatori, a cominciare da quella dei pionieri dove si metteva una gabbietta con i canarini che cinguettavano, se invece i volatili avessero iniziato a scuotere la minuscola voliera sarebbe stato un segno di pericolo perché un gas inodore che si era sprigionato, il grisou, aveva reso l’aria velenosa.
1956, i soccorritori a Marcinelle
Proprio a Marcinelle, in un quartiere di vecchie case operaie, vive Cristina Cirone, figlia e moglie di minatori, una donna minuta, lo sguardo serio, gli occhi scuri, calma nei modi ma determinata, “mio padre quando c’è stata la catastròfa era tornato in Italia, altrimenti sarebbe morto anche lui” mi racconta in un tinello rabbuiato e pieno di foto, seduti su un divanetto, il tavolino al centro. Confessa che non è abituata a parlare, ma questa è la sua storia, è più facile, la conosce a memoria. Lei è arrivata qui nel 1957 insieme a sua madre, aveva 11 anni, “vivevamo in alloggi semplici, due famiglie in una casa, stavamo in una stanza sola, mia madre aveva comprato un lenzuolo, lo aveva fissato a metà per dividere la camera, e poi una cucina, basta, ma non stavamo nelle baracche. Era una vita difficile però eravamo felici, andavamo a giocare nella montagnetta del terrils alla miniera di Bois du Cazier, ho fatto tanti di quei salti in quel terreno, a me italien, etranger, macaroni non me l’hanno detto mai, sono stata fortunata” racconta. “Ricordo quell’odore del carbone mischiato all’umidità, l’odore della nebbia col carbone, ho ancora quell’odore nel mio naso”. Venivano da un paese di montagna dell’Abruzzo con i prati verdi, i boschi, “arriviamo qua con questo cielo sempre grigio, e questo odore di zolfo e il fumo di tutte questi camini delle miniere, ma quell’odore ce l’ho sempre nel mio naso”. Quando tornavano in Italia d’estate prendevano un treno speciale che arrivava fino a Lecce, “salivamo qua e scendevamo a Pescara, il convoglio aveva i sedili di legno, si fermava un giorno a Milano per il cambio”, dice di quei viaggi lunghissimi, “mangiavamo peperoni e uova”, racconta. “Mio marito lavorava qui poi è andato alla Charbonnage di Rateau, l’ultima mina che ha chiuso qui in Belgio, in un anno lui c’aveva 385 giorni di lavoro, lavorava sempre”. Tra di loro parlavano in dialetto abruzzese, “lo parlavamo come era prima, è una lingua nostra che non si può scordare, il dialetto lo abbiamo portato qui dall’Italia e resta sempre con noi, mi viene le lacrime agli occhi a dirlo, guarda” mi fa commuovendosi senza dire più niente. “Adesso è cambiato tutto, neanche ci salutiamo” sostiene, “la gente non si guarda più in faccia, adesso è cambiato tutto, siamo arrivati qui che eravamo la coppia più giovane del quartiere, adesso siamo i più vecchi”.
Belgio, Marcinelle ricorda la tragedia dei minatori
Anche Valter Briscolini, marchigiano di Pergola, magro, capelli bianchi e molto sorridente, se li ricorda bene quegli anni giovani, arrivò a Charleroi proprio quello dopo il memorabile disastro sul lavoro di cui aveva sentito parlare da un tedesco in galleria mentre stava lavorando. “Ho lasciato l’Italia nel 1956” racconta, “noi eravamo tutti comunisti, negli anni ’50 se volevi un posto bisognava andare dal prete, e siccome i Briscolini erano tutti nella lista rossa, mio padre e mio zio erano emigrati durante il fascismo in Lussemburgo; e poi da noi non c’era lavoro, avevo provato anche ad entrare nella Marina Militare ma non c’è stato verso, non mi hanno preso.” Allora a 21 anni decide di partire, “sono andato prima a fare il minatore in Germania, l’anno dopo sono arrivato a Marcinelle come turista da un amico, dovevo fermarmi una settimana, mi è piaciuto il Belgio, allora sono tornato in Germania, ho fatto la valigia e sono venuto qui dove ho cominciato subito a lavorare in miniera. Era pieno di italiani nei caffè, nelle osterie”.
MInatori, Marcinelle
Ricorda un clima di fratellanza, “parlavamo una lingua strana tra noi, un dialetto speciale che mischiava un po’ di francese, un po’ di italiano, i dialetti regionali, una lingua speciale, faticavo a Marcinelle a 1220 metri sottoterra, poi mi sono spostato a Aiseau-Presles, lì lavoravo sempre di notte a 50 metri”. È restato otto anni in miniera, “già quel mondo del lavoro stava per finire, e dopo sono andato a lavorare come manuale nell’industria siderurgica che si sviluppava molto forte in quegli anni”, dice, quando molti operai come lui che uscivano dalle miniere furono costretti loro malgrado “ad adattarsi”, fare quello che chiama “un lavoro più moderno”. Ma già all’inizio degli anni ’80 arriva qui a Charleroi la crisi dell’acciaio, “abbiamo fatto molte manifestazioni a Bruxelles contro la chiusura con il sindacato, poi siamo stati mandati in cassa integrazione, durante la ristrutturazione della siderurgia mandavano in prepensionamento migliaia di persone”, racconta ancora Valter, “così sono uscito nel 1986”; ma già era cambiato tutto, la produzione diminuita drasticamente, specializzandosi e orientandosi verso i prodotti di nicchia, una attività industriale ridotta e con meno occupati.
Carlo, il figlio di Valter, occhiali da vista, capelli brizzolati e un’aria mite, vice Presidente del sindacato Fédération Générale du Travail de Belgique di orientamento socialista, mi racconta che già da studente si era molto legato alla storia di suo padre, “vivevo e affabulavo a Marcinelle in un quartiere insieme ai figli degli altri operai, lì si poteva capire com’era difficile la condizione dei lavoratori, ero appassionato alla storia e agli studi sociali, alle scienze giuridiche, avevo sempre nella testa che volevo fare il sindacalista e quando ho fatto lo stage dopo l’università sono andato al Fgbt, il sindacato rosso del Belgio, volevo influire sul destino della classe operaia”, confessa appassionato. La sua era una famiglia di minatori che lavoravano già alla miniera di zolfo Cabernardi di Sassoferrato, fuggiti prima della Seconda guerra mondiale perché perseguitati dai fascisti, “schedati come sovversivi”, precisa, avendo fatto una minuziosa ricerca del suo albero genealogico. Alcuni sono ritornati nel dopoguerra, “uno dei fratelli di mio nonno ha partecipato alla “Lotta dei sepolti vivi”, uno sciopero al quale presero parte 337 lavoratori alla miniera Cabernardi che durò quaranta giorni per scongiurare la chiusura da parte della Montecatini, un altro è stato combattente della Guerra di Spagna, poi l’hanno arrestato, internato in campo di concentramento, ed è morto a Mauthausen”.
Valter e Carlo Brisolini
Quando mi accompagna in macchina a vedere la vecchia zona industriale mi parla di quello che anche per lui è il Paese nero, “è il ritratto della sua storia, delle miniere, delle acciaierie, le fabbriche stavano quasi tutte in città, c’era molto inquinamento, quando un’industria sparisce è difficile trovare lavoro per operai che non hanno formazione”, dice Carlo Briscolini che la stessa cosa vale anche per i giovani, “i figli degli operai, quelli di seconda, terza generazione, non hanno una formazione tecnica superiore e fanno fatica a entrare nel mondo del lavoro”. Piove mentre viaggiamo in un lunghissimo rettilineo a Marchienne-au-Pont, “una periferia difficile con molta povertà, disoccupazione, zona di immigrazione turca, marocchina”, ai lati solo fabbriche dismesse del gruppo ArcelorMittal, la centrale elettrica dell’Enel abbandonata, un vecchio altoforno a coke, silos, strutture metalliche arrugginite, cancelli divelti, solo macerie, stabilimenti invasi dalle erbacce. Ci sono tour di persone che vengono dal nord a vedere questi luoghi con visite guidate, lo chiamano turismo industriale. “La politica dell’Europa”, continua a dire, “è una politica sociale ed economica dura che scarica sulle spalle dei lavoratori tutte le crisi che abbiamo dal 1974. Non è facile, ma la riconversione si sta concentrando sulla tecnologia del futuro.
Charletoi, Acciaieria Riva
Qui in dieci anni abbatteranno tutto, questa zona diventerà il polo dell’idrogeno, impianteranno una caserma militare per mille persone, così come costruiranno sempre qui il nuovo stadio”, racconta questo sindacalista distinto con orgoglio.
Il Belgio è diviso, al nord sono forti i partiti di destra, anche di estrema destra, che vogliono dividere il paese in due nazioni, “non intendono più pagare per il sud povero e per gente che non vuole lavorare come dicono” sostiene, “qui al sud siamo stati sempre di sinistra, antifascisti, una zona rossa fatta di battaglie, manifestazioni, scontri, con una forte agitazione sociale, quando ha chiuso Caterpillar c’è stata una serrata incredibile, in una fabbrica di vetri per auto l’occupazione è durata 103 giorni. Adesso l’emergenza sociale ha fatto crescere i comunisti del Partito dei lavoratori, che sono dati al 15-20%”. Nel 2024 ci saranno le elezioni politiche, il rischio è che arrivino anche qui i venti di destra come è successo in Olanda.
Dopo ci dirigiamo verso la zona dell’aeroporto che si chiama Aeropol, “qui si trovano le nuove aziende dei settori farmaceutici, della biotecnologia, la ricerca viene svolta con l’università, c’è un centro di formazione per il vetro, dieci anni fa non c’era niente, solo un campo incolto. Finite le grandi imprese adesso sono solo piccole e medie, con mille, massimo duemila occupati,” continua a raccontare Briscolini mente guida cauto, e la pioggia continua a cadere. “Tra un po’ arriverà la neve” dice malinconico, “forse la prossima settimana, il tempo in Belgio è così”. Ci sono multinazionali americane, inglesi che hanno investito qui, c’è una importante industria aerospaziale, la Sabena, con molti ingegneri, operai specializzati, una scuola di volo, un aeroporto che adesso ha molti collegamenti. “Se uno si fida del primo sguardo crede che Charleroi sia una zona di vecchia industria povera, ma quando si aprono gli occhi e si gira intorno si vede la trasformazione con nuove industrie della biotecnologia, non è più così nera come era una volta”, chiosa con arguzia. È sempre Charleroi dove un mondo è finito, quello nuovo che verrà ancora non si vede, e il futuro ha un cuore antico.
(si ringraziano per la collaborazione Giuseppe Santarelli