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La grande fuga verso Rafah, “in venti stipati in una stanza oppressi dal boato delle bombe”

(afp)
La situazione a Khan Yunis è terrificante, tutto il centro della città è sotto le bombe. Israele ha diffuso volantini e ha mandato messaggi vocali preregistrati chiedendo alla popolazione di andare via
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RAFAH – Siamo scappati ancora. Dopo una notte e una mattina di bombardamenti senza sosta, abbiamo lasciato Khan Yunis con mia moglie e mia figlia nel primo pomeriggio. Ce ne siamo andati con una macchina che trainava una specie di carretto e le cose che siamo riusciti a prendere, qualche vestito, delle coperte. Ci sono volute tre ore per trovarla, l’abbiamo fatta partire con l’olio da cucina perché non c’è più carburante nella Striscia. La situazione a Khan Yunis è terrificante, tutto il centro della città è sotto le bombe. Israele ha diffuso volantini e ha mandato messaggi vocali preregistrati chiedendo alla popolazione di andare via. Migliaia di famiglie si sono messe in cammino verso Sud, a piedi, con i muli, con qualsiasi mezzo. Sono arrivati anche i tank dell’esercito israeliano nella zona Nord della città e adesso Gaza è divisa in tre parti: il Nord con Gaza city, il Centro e il Sud che è disconnesso quasi totalmente dal resto della Striscia.


Siamo arrivati esausti a Rafah,…

RAFAH – Siamo scappati ancora. Dopo una notte e una mattina di bombardamenti senza sosta, abbiamo lasciato Khan Yunis con mia moglie e mia figlia nel primo pomeriggio. Ce ne siamo andati con una macchina che trainava una specie di carretto e le cose che siamo riusciti a prendere, qualche vestito, delle coperte. Ci sono volute tre ore per trovarla, l’abbiamo fatta partire con l’olio da cucina perché non c’è più carburante nella Striscia. La situazione a Khan Yunis è terrificante, tutto il centro della città è sotto le bombe. Israele ha diffuso volantini e ha mandato messaggi vocali preregistrati chiedendo alla popolazione di andare via. Migliaia di famiglie si sono messe in cammino verso Sud, a piedi, con i muli, con qualsiasi mezzo. Sono arrivati anche i tank dell’esercito israeliano nella zona Nord della città e adesso Gaza è divisa in tre parti: il Nord con Gaza city, il Centro e il Sud che è disconnesso quasi totalmente dal resto della Striscia.


Siamo arrivati esausti a Rafah, poco distante dal confine. Ora viviamo in una stanza dove si sono rifugiate più di 20 persone. La famiglia che ci ha accolto ha il cuore grande e una immensa generosità. Hanno pulito lo spazio, ci hanno preparato l’acqua e hanno approntato un piccolo bagno. Non vogliono nemmeno soldi in cambio. Con noi c’è anche un ragazzo di 13 anni, Yazan, viene da un quartiere Nord di Gaza City ed è arrivato qui 20 giorni fa. E’ ancora sotto choc. La sua casa è stata distrutta da un bombardamento, ha perso suo padre, sua madre, sua sorella e un fratello e altri 12 membri della famiglia. Sono sopravvissuti solo lui e la sorellina di 9 anni, Yasmine, e il nonno. “Mia madre è rimasta lì sotto”, mi dice con un filo di voce, ha gli occhi ancora spalancati dall’orrore. Ha visto i corpi dei suoi genitori schiacciati dalle macerie e coperti di sangue.


Prima della guerra a Rafah vivevano circa 200mila persone, ora ce ne sono 700mila e se l’esodo da Khan Younis continuerà supereremo presto il milione. Non c’è carburante, non c’è cibo. C’è solo un piccolo ospedale in città che è già sovraccarico di feriti. L’ospedale da campo degli Emirati che è stato montato poco distante dal confine non è ancora operativo perché intorno ci sono stati molti bombardamenti e gli aiuti non sono riusciti a raggiungere la struttura, che ha bisogno di carburante per alimentare il generatore. I raid israeliani colpiscono anche qui, a Rafah: nelle case dove si nascondono i militanti di Hamas, dicono gli israeliani. Ma per noi è una roulette, non sappiamo mai dove bombarderanno, non siamo al sicuro da nessuna parte.

Ogni volta che una casa viene distrutta le macerie restano lì insieme ai cadaveri, l’odore dell’aria sta diventando insopportabile e c’è il rischio che si diffondano malattie. Anche il cibo scarseggia. Al mercato non si trovano più le patate, i pomodori costano troppo. La maggior parte degli impiegati non riceve più lo stipendio e Israele ha bloccato anche le transazioni da altri Paesi verso la Striscia. Chi aveva un conto in banca ancora riesce a prelevare dai pochi Atm che funzionano, tutti gli altri non hanno più soldi. Con i nostri vicini siamo riusciti a prendere due barili di acqua e a portarli nella nostra “nuova casa” con il mulo. Un barile da 500 litri costa 30 dollari. Se la situazione continua così, con il valico chiuso e senza aiuti, sarà una catastrofe umanitaria. In una settimana ci sarà la fame a Rafah.

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