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Russia, l’appello delle mogli dei mobilitati: “Riportate a casa i nostri uomini”

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Il canale Telegram “Put Domoj”, da oltre 30mila iscritte non chiede la fine delle ostilità in Ucraina, ma un ricambio al fronte. Una sfida in vista delle presidenziali di marzo. Le autorità cercano di soffocare il dissenso con il denaro e con i troll, ma senza arresti
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Furono loro, le mogli e madri dei soldati russi, a convincere Mikhail Gorbaciov a ritirare l’esercito sovietico dal pantano afgano nel 1989. Furono sempre loro a reclamare i corpi dei militari mandati a morire a Groznyj, in Cecenia, nel Capodanno del 1995, o dei marinai rimasti intrappolati nel sottomarino nucleare Kursk nel 2000. Oggi chiedono il ritorno dei mobik, i 300mila riservisti “mobilitati” nel settembre 2022 per andare a combattere in Ucraina. “Riportate a casa i nostri uomini”, è il loro slogan.

Il canale Telegram “La via verso casa”

A inizio settembre, a un anno dalla mobilitazione “parziale”, hanno aperto il canale Telegram “Put Domoj”, “La via verso casa”, per diffondere le istruzioni per chiedere ai politici eletti nelle proprie circoscrizioni la rotazione dei loro figli o mariti al fronte.

Allora le iscritte erano appena 400. Oggi sono circa 30.500, hanno aperto gruppi locali in 29 città, diffuso adesivi per auto e meme a sostegno della loro campagna e a metà novembre …

Furono loro, le mogli e madri dei soldati russi, a convincere Mikhail Gorbaciov a ritirare l’esercito sovietico dal pantano afgano nel 1989. Furono sempre loro a reclamare i corpi dei militari mandati a morire a Groznyj, in Cecenia, nel Capodanno del 1995, o dei marinai rimasti intrappolati nel sottomarino nucleare Kursk nel 2000. Oggi chiedono il ritorno dei mobik, i 300mila riservisti “mobilitati” nel settembre 2022 per andare a combattere in Ucraina. “Riportate a casa i nostri uomini”, è il loro slogan.

Il canale Telegram “La via verso casa”

A inizio settembre, a un anno dalla mobilitazione “parziale”, hanno aperto il canale Telegram “Put Domoj”, “La via verso casa”, per diffondere le istruzioni per chiedere ai politici eletti nelle proprie circoscrizioni la rotazione dei loro figli o mariti al fronte.

Allora le iscritte erano appena 400. Oggi sono circa 30.500, hanno aperto gruppi locali in 29 città, diffuso adesivi per auto e meme a sostegno della loro campagna e a metà novembre hanno pubblicato un “Manifesto” per chiedere “la completa smobilitazione”, “la stabilità politica e una vita dignitosa per ogni cittadino russo”, “limitazione della durata del servizio dei mobilitati a un anno”, “rispetto della Costituzione e dei diritti umani”.

Con le dovute premesse: “Non ci interessa scuotere la barca o destabilizzare la situazione politica. Non imponiamo scelte politiche riguardanti il potere o l’atteggiamento verso il conflitto armato in Ucraina. Ognuno ha il diritto di decidere per sé. Tuttavia, sosterremo chi ci restituirà i nostri uomini. Siamo determinate a riprenderci i nostri uomini a qualsiasi costo”. Un appello non per la fine delle ostilità in Ucraina, ma per un ricambio al fronte.

Nessuna critica al governo

Le iscritte del gruppo evitano di criticare il governo. “Personalmente non sono contraria all’operazione militare speciale. Non sostengo l’idea di fare pace con il fascismo”, scrive “Nina” appoggiando la tesi della “denazificazione” dell’Ucraina. “Ma è assolutamente ingiusto che i mobilitati svolgano da 14 mesi le mansioni di militari professionisti, a tempo indeterminato e in modo permanente, proprio come schiavi”.

“Il presidente ha dichiarato il 2024 Anno della Famiglia. È paradossale, dato che le mogli piangono senza i loro mariti, i bambini crescono senza padri e molti sono già orfani”, è una delle rare velate critiche a Vladimir Putin.

È per questo che le autorità si muovono con i guanti di velluto. Le donne dei soldati meritano rispetto. Sono la voce che non si può soffocare, ma anche la scintilla che può incendiare. Un rischio che il Cremlino non vuole correre in vista delle presidenziali di marzo a cui Putin dovrebbe ricandidarsi per un quinto mandato.

“È controintuitivo, ma poiché le loro proteste non sono esplicitamente contro la guerra, rappresentano una sfida più grande per il Cremlino e il regime è costretto ad adottare un approccio più sfumato invece di usare il suo solito manuale e reprimere il dissenso con la forza”, commenta su X, l’ex Twitter, l’oppositore in esilio a Londra Mikhail Khodorkovskij.

Le proteste non autorizzate

Finora le forze di sicurezza si sono limitate a negare il nulla osta a manifestare con il pretesto del Covid o a disperdere in pochi minuti, lo scorso 7 novembre, una sparuta protesta non autorizzata a Mosca. “È ora che i mobilitati tornino a casa”, recitavano i cartelli.

Nelle città siberiane di Krasnojarsk e Kemerovo, agenti di polizia hanno bussato a casa delle donne che avevano chiesto, a vuoto, il permesso di manifestare minacciando possibili punizioni se fossero scese in piazza. A Uljanovsk hanno lanciato avvertimenti a chi sfoggiava sull’auto gli adesivi: “Riportate indietro i nostri mariti”.

I funzionari di Novosibirsk hanno tenuto una riunione a porte chiuse con le mogli dei soldati invitandole a non organizzare cortei. Le autorità di Cheljabinsk hanno suggerito loro di incontrarsi con il personale dell’ufficio di registrazione e arruolamento militare invece di manifestare.

Secondo il media indipendente Vjorstka, il Cremlino avrebbe raccomandato alle autorità regionali persino di “smorzare le proteste con il denaro” e di effettuare i pagamenti “nel modo più completo, rapido e senza burocrazia”.

L’obiettivo è chiaro. “Fare in modo che queste famiglie si sentano intimidite, sorvegliate e sole. Le autorità non vogliono che le mogli o le madri si uniscano tra le regioni o che prendano ispirazione l’una dall’altra. Vogliono tenerle isolate”, ha commentato Dara Massicot, esperta di forze armate russe presso il think tank Carnegie Endowment for International Peace.

Troll e denaro per soffocare il dissenso

Ma non ci sono stati arresti, nessuna aperta condanna. La repressione è velata e usa le subdole armi della propaganda. Il presentatore televisivo Vladimir Solovjov ha inserito il canale “Put Domoj” tra le “risorse partecipanti ad attività sovversive create da agenzie di intelligence straniere”. L’avvocato e blogger pro-Cremlino Ilja Remeslo lo ha definito “un progetto dei navalnisti”, allusione ai collaboratori dell’oppositore in carcere Aleksej Navalnyj.

Sul canale Telegram “Put Domoj” si sono scatenati i troll ed è poi comparsa l’etichetta “Fake”, “Falso”, e l’allerta: “Attenzione: molti utenti hanno segnalato che questo canale si spaccia per una persona o organizzazione famosa”. Stessa avvertenza sui gruppi locali associati in Crimea, Saratov, Jaroslavl, Rostov sul Don, Kaliningrad, Novosibirsk e Omsk. “Un sigillo di qualità”, lo hanno definito le mogli dei soldati.

I reclutamenti e la carenza di personale

Le loro richieste, intanto, non vengono esaudite. Il deputato Andrej Kartapolov ha dichiarato che i mobilitati potranno tornare a casa soltanto dopo la fine del conflitto. Putin ha evitato una risposta diretta: “Mi riferirò semplicemente alla legge: la legge non prevede scadenze precise”.

Il Cremlino è in difficoltà. Nonostante manchino uomini al fronte, sta facendo di tutto per evitare una “seconda mobilitazione” soprattutto fino alle elezioni. Ha offerto lauti contratti ai volontari e ingenti indennizzi alle famiglie dei caduti. Ha reclutato carcerati e migranti. Ha rafforzato le pene per i disertori.

Venerdì sera Putin ha siglato un decreto che aumenta l’esercito russo di 170.000 soldati portandolo a 1,3 milioni di uomini. Due deputati propongono di aumentare il periodo di leva a un anno e mezzo o persino due, mentre il ministero della Difesa vuole indebolire i criteri sanitari di idoneità al servizio militare.

Reclutamenti che incidono sulla produzione, tanto che uno studio sul mercato del lavoro di Jakov&Partners, ex McKinsey in Russia, rilanciato ieri da diverse testate economiche, prevede che la carenza di personale potrebbe ridurre il Pil russo dell’1-2 per cento nei prossimi anni. Perciò il ritorno a casa dei “mobik” sembra una prospettiva lontana.

La sfida in vista delle presidenziali

Le amministratrici, finora anonime, di “Put Domoj” però non desistono. E promettono: “Andiamo ancora avanti e non ci arrenderemo!”. Una risolutezza che, secondo Khodorkovskij, è la sfida che Putin non può ignorare.

“Si tratta di donne per lo più indifferenti alla politica. Ma la loro mano è stata forzata, perché i loro cari sono stati portati via per un tempo indefinito - e la loro rabbia non farà altro che peggiorare”, scrive.

“Quando centinaia di migliaia di persone i cui cari sono stati inseriti nell’esercito di Putin usciranno in forze per chiedere la fine della guerra, l’illusione di Putin come leader amato sarà irrimediabilmente distrutta. Una volta uscito dalla bottiglia, il genio non tornerà più dentro”.

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