Che cosa non va con la matematica dei morti qui a Gaza
di Sami al-AjramiFeriti trasportati all'ospedale Nasser di Khan Yunis
(reuters)RAFAH - Oggi piove a Rafah. E non c’è scampo all’acqua. Cammino per le strade in cerca di cibo. E vedo file di persone sedute sui marciapiedi, appoggiate ai muri. Non provano nemmeno a rimanere asciutte. Non sanno dove andare, hanno smesso di andare.
Come tanti, ieri anche io e la mia famiglia di 26 persone siamo stati costretti a muoverci di nuovo. Ancora una volta siamo scappati. Di sera tardi abbiamo saputo che l’edificio in cui eravamo ospitati - un vecchio magazzino per gli attrezzi - poteva essere colpito e ci siamo messi in cammino.
Non è facile spostarsi. Siamo tutti incollati alle radio per cercare di capire a chi toccherà. Qualcuno consulta il sito su cui l’esercito israeliano, l’Idf, pubblica le aree che verranno prese di mira. Ma la connessione internet è un lusso da tempo qui a Gaza, così la maggior parte di noi fa affidamento sulle radio. E poi cerchiamo di avvertirci a vicenda. Non tutti hanno capito in quale “blocco” si trovano, quale è la loro area. Anche perché quell…
RAFAH - Oggi piove a Rafah. E non c’è scampo all’acqua. Cammino per le strade in cerca di cibo. E vedo file di persone sedute sui marciapiedi, appoggiate ai muri. Non provano nemmeno a rimanere asciutte. Non sanno dove andare, hanno smesso di andare.
Come tanti, ieri anche io e la mia famiglia di 26 persone siamo stati costretti a muoverci di nuovo. Ancora una volta siamo scappati. Di sera tardi abbiamo saputo che l’edificio in cui eravamo ospitati - un vecchio magazzino per gli attrezzi - poteva essere colpito e ci siamo messi in cammino.
Non è facile spostarsi. Siamo tutti incollati alle radio per cercare di capire a chi toccherà. Qualcuno consulta il sito su cui l’esercito israeliano, l’Idf, pubblica le aree che verranno prese di mira. Ma la connessione internet è un lusso da tempo qui a Gaza, così la maggior parte di noi fa affidamento sulle radio. E poi cerchiamo di avvertirci a vicenda. Non tutti hanno capito in quale “blocco” si trovano, quale è la loro area. Anche perché quella che oggi chiamiamo casa, ieri non lo era e domani può non esserlo più.
L’ultima evacuazione poi, non è stata guidata da nessuna mappa. Hanno detto semplicemente; tutti fuori da Khan Yunis. Un’intera città. evacuare subito. E il contenuto umano di quel pallino sulla mappa israeliana si è riversato qui a Rafah, che già scoppiava.
Ecco perché non ci sono tetti per proteggere dalla pioggia. Ecco perché nessuno li cerca neanche più.
Noi siamo fortunati, qui a Rafah ci ospita una famiglia di agricoltori, hanno una serra, una casa grande. E ci hanno sistemati in qualche modo.
Ieri sera ho usato tutte le mie parole e le mie idee per aiutare il mio amico Mohammed. Moglie, 4 figli, due femmine e due maschi. Aveva deciso di rimanere a Khan Yunis. Dove vado, mi aveva detto, non ho nessuno che mi accolga. La gente ha paura ad aprire le porte di casa. Hanno paura che qualcuno possa portarsi dietro un militante di Hamas che Israele tiene sotto controllo e così si giocano tutto, finiscono bombardati. Ho fatto tante telefonate e alla fine ho trovato una stanza per Mohammed e l’ho convinto a muoversi. Stamattina il suo appartamento è macerie.
Ci spiegano che cercano quelli di Hamas, ma quelli sono nella città di sotto, nei tunnel. E noi di sopra paghiamo il prezzo. La gente ha paura di parlare ora. Tace e piange. Ma il rancore cova. Domani quando la guerra sarà finita, sarà l’ora della rabbia e Hamas non potrà più permettersi di governare visto dove ci ha portati.
“Si avvicina uno scenario ancora più infernale per Gaza”, ha previsto il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Mi chiedo così ci sia più in basso dell’inferno.
Mi raccontano che qualcosa che gli si avvicina molto è l’ospedale Nasser di Khan Yunis. Sembra che due capi di Hamas feriti fossero stati portati là, la gente ha cominciato a scappare. Hanno bombardato lì vicino e chi c’era parla di bambini mutilati in lacrime tra le garze sporche sul pavimento, di medici che gridano e ammassano in un angolo quelli che sicuramente non ce la faranno per far posto a chi ha ancora qualche speranza.
Un ufficiale israeliano ha detto che per ogni miliziano di Hamas centrato ci sono due civili uccisi, due “vittime collaterali”. Ha aggiunto anche che è un buon bilancio.
C’è qualcosa che non torna in questa matematica.
Da settimane conto intere famiglie che rimangono sepolte sotto le macerie, bambini straziati, donne uccise. Diciottomila morti, comunica l’Onu. Non credo che quel rapporto due a uno tenga, fatti i conti con la realtà di quello che vedo.
Un altro numero che pesa è quello dei giornalisti uccisi. Oggi sono arrivati a 60. Ma noi non ci arrendiamo. Ogni giorno ci mettiamo al telefono, sentiamo amici, parenti in ogni parte della Striscia, ci facciamo raccontare. Per non spegnere la luce su quello che sta avvenendo, per tenere vive almeno le notizie in questa terra morta.
L’ultima notizia che ci piomba addosso è che Israele pensa di usare delle gigantesche pompe per allagare con l’acqua del mare i tunnel e stanare Hamas.
L’hanno già usata in passato l’acqua del mare per distruggere i tunnel di Gaza. E la nostra terra ne è uscita avvelenata. I nostri campi condannati a non dare più frutti. Lo rifaranno?
Sarà un altro tassello per arrivare a fare di Gaza un deserto, senza più nessuno di noi.