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La denuncia delle militari israeliane che monitorano il confine: “Sul 7 ottobre ignorati i nostri avvisi”

Per le spotter in servizio nella base di Nahal Oz, nel Sud di Israele, negli ultimi mesi le missioni di Hamas lungo il muro si erano moltiplicate. “Le nostre informazioni si sono perse nella catena di comando”
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TEL AVIV — Victoria ne è certa: «Li abbiamo visti prepararsi per anni. Abbiamo avvisato. Ma le nostre informazioni si sono perse nella catena di comando». Victoria è una spotter, ovvero una delle militari dell’unità, tutta femminile, dell’esercito israeliana assegnata al monitoraggio delle telecamere che, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, osservano i confini di Israele. «Ho lasciato l’esercito un anno e mezzo fa, quando il mio periodo di leva è finito. Ero assegnata a una delle basi che sono state assaltate da Hamas e sono in contatto con le ragazze che erano lì quel giorno e sono sopravvissute: per questo posso dire con certezza che l’allarme che abbiamo lanciato noi, loro lo hanno lanciato 100 volte più forte. Negli ultimi mesi le esercitazioni di Hamas e le missioni di ricognizione lungo il confine si erano moltiplicate: le spotter hanno avvisato ma non è successo nulla».

La base principale delle spotter nel Sud di Israele è a Nahal Oz: qui, su 24 militari in servizio, 14 sono …

TEL AVIV — Victoria ne è certa: «Li abbiamo visti prepararsi per anni. Abbiamo avvisato. Ma le nostre informazioni si sono perse nella catena di comando». Victoria è una spotter, ovvero una delle militari dell’unità, tutta femminile, dell’esercito israeliana assegnata al monitoraggio delle telecamere che, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, osservano i confini di Israele. «Ho lasciato l’esercito un anno e mezzo fa, quando il mio periodo di leva è finito. Ero assegnata a una delle basi che sono state assaltate da Hamas e sono in contatto con le ragazze che erano lì quel giorno e sono sopravvissute: per questo posso dire con certezza che l’allarme che abbiamo lanciato noi, loro lo hanno lanciato 100 volte più forte. Negli ultimi mesi le esercitazioni di Hamas e le missioni di ricognizione lungo il confine si erano moltiplicate: le spotter hanno avvisato ma non è successo nulla».

La base principale delle spotter nel Sud di Israele è a Nahal Oz: qui, su 24 militari in servizio, 14 sono state uccise il 7 ottobre, sei rapite e solo due si sono salvate.

La denuncia di Victoria e delle sue colleghe è stata confermata lunedì dalla diffusione di una serie di documenti messi insieme dalla Amshat, un’unità speciale dell’esercito israeliano incaricata di indagare sulle falle della sicurezza del 7 ottobre e sulle modalità in cui l’attacco è stato organizzato prima e attuato poi. I documenti — appunti, mappe, ma anche video delle bodycam dei miliziani — dimostrano che dietro alla strage che ha sorpreso Israele ci sono stati anni di preparazione: come denunciato dalle spotter e da una ufficiale donna dell’unità di intelligence 8200, i cui report sono stati pubblicati la settimana scorsa dal New York Times.

Rispetto a tutto questo, i risultati del lavoro della Amshat fanno un passo avanti e dimostrano, secondo quanto sostengono gli ufficiali del gruppo, che a giocare un ruolo fondamentale nella pianificazione dell’attacco sarebbero state anche delle persone che sono state usate come spie di Hamas: probabilmente lavoratori di Gaza che avevano ottenuto un permesso di lavoro in Israele. Conclusione condivisa da molti degli abitanti dei kibbutz con cui abbiamo parlato in queste settimane: «Uno dei combattenti uccisi nel nostro kibbutz aveva una mappa delle case, con i nomi e i numeri dei componenti delle famiglie scritti sopra. Solo chi aveva lavorato da noi poteva dare informazioni simili», ci aveva detto dieci giorni dopo l’attacco Moran Hagbi-Nachmani, 40 anni, del Moshav Yachini, uno dei villaggi del Negev più vicini a Sderot.

Nel briefing di lunedì i comandanti della Amshat hanno mostrato mappe simili a quella di cui parlava Hagbi-Nachmani: alcune riproducevano perfettamente le basi militari di Nahal Oz, dove sono morte le spotter incaricate di monitorare il confine.

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