La denuncia delle militari israeliane che monitorano il confine: “Sul 7 ottobre ignorati i nostri avvisi”
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — Victoria ne è certa: «Li abbiamo visti prepararsi per anni. Abbiamo avvisato. Ma le nostre informazioni si sono perse nella catena di comando». Victoria è una spotter, ovvero una delle militari dell’unità, tutta femminile, dell’esercito israeliana assegnata al monitoraggio delle telecamere che, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, osservano i confini di Israele. «Ho lasciato l’esercito un anno e mezzo fa, quando il mio periodo di leva è finito. Ero assegnata a una delle basi che sono state assaltate da Hamas e sono in contatto con le ragazze che erano lì quel giorno e sono sopravvissute: per questo posso dire con certezza che l’allarme che abbiamo lanciato noi, loro lo hanno lanciato 100 volte più forte. Negli ultimi mesi le esercitazioni di Hamas e le missioni di ricognizione lungo il confine si erano moltiplicate: le spotter hanno avvisato ma non è successo nulla».
La base principale delle spotter nel Sud di Israele è a Nahal Oz: qui, su 24 militari in servizio, 14 sono …
TEL AVIV — Victoria ne è certa: «Li abbiamo visti prepararsi per anni. Abbiamo avvisato. Ma le nostre informazioni si sono perse nella catena di comando». Victoria è una spotter, ovvero una delle militari dell’unità, tutta femminile, dell’esercito israeliana assegnata al monitoraggio delle telecamere che, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, osservano i confini di Israele. «Ho lasciato l’esercito un anno e mezzo fa, quando il mio periodo di leva è finito. Ero assegnata a una delle basi che sono state assaltate da Hamas e sono in contatto con le ragazze che erano lì quel giorno e sono sopravvissute: per questo posso dire con certezza che l’allarme che abbiamo lanciato noi, loro lo hanno lanciato 100 volte più forte. Negli ultimi mesi le esercitazioni di Hamas e le missioni di ricognizione lungo il confine si erano moltiplicate: le spotter hanno avvisato ma non è successo nulla».
La base principale delle spotter nel Sud di Israele è a Nahal Oz: qui, su 24 militari in servizio, 14 sono state uccise il 7 ottobre, sei rapite e solo due si sono salvate.
La denuncia di Victoria e delle sue colleghe è stata confermata lunedì dalla diffusione di una serie di documenti messi insieme dalla Amshat, un’unità speciale dell’esercito israeliano incaricata di indagare sulle falle della sicurezza del 7 ottobre e sulle modalità in cui l’attacco è stato organizzato prima e attuato poi. I documenti — appunti, mappe, ma anche video delle bodycam dei miliziani — dimostrano che dietro alla strage che ha sorpreso Israele ci sono stati anni di preparazione: come denunciato dalle spotter e da una ufficiale donna dell’unità di intelligence 8200, i cui report sono stati pubblicati la settimana scorsa dal New York Times.
Rispetto a tutto questo, i risultati del lavoro della Amshat fanno un passo avanti e dimostrano, secondo quanto sostengono gli ufficiali del gruppo, che a giocare un ruolo fondamentale nella pianificazione dell’attacco sarebbero state anche delle persone che sono state usate come spie di Hamas: probabilmente lavoratori di Gaza che avevano ottenuto un permesso di lavoro in Israele. Conclusione condivisa da molti degli abitanti dei kibbutz con cui abbiamo parlato in queste settimane: «Uno dei combattenti uccisi nel nostro kibbutz aveva una mappa delle case, con i nomi e i numeri dei componenti delle famiglie scritti sopra. Solo chi aveva lavorato da noi poteva dare informazioni simili», ci aveva detto dieci giorni dopo l’attacco Moran Hagbi-Nachmani, 40 anni, del Moshav Yachini, uno dei villaggi del Negev più vicini a Sderot.
Nel briefing di lunedì i comandanti della Amshat hanno mostrato mappe simili a quella di cui parlava Hagbi-Nachmani: alcune riproducevano perfettamente le basi militari di Nahal Oz, dove sono morte le spotter incaricate di monitorare il confine.