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Un patto con il Niger e ora Putin controlla i flussi dei profughi

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Dal cuore dell’Africa alla Cirenaica, la rotta dei disperati adesso è tutta in mano a Mosca. Che può usarla come arma contro l’Europa
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Effetto domino in Africa. Il Cremlino è riuscito ad abbattere la tessera finale e mettere gli scarponi dei suoi soldati anche nel Niger: l’ultimo baluardo dell’Occidente nel Sahel è caduto, facendo scattare l’allarme rosso in più cancellerie. Ora l’influenza armata di Vladimir Putin si estende dalle coste della Cirenaica al cuore del continente, senza soluzione di continuità: un protettorato come non si vedeva dai tempi dell’Urss.

L’accordo di cooperazione militare siglato lunedì tra la Russia e la giunta golpista di Niamey spaventa la Francia e gli Stati Uniti ma può diventare un problema soprattutto per l’Italia. Parigi ricava da lì un terzo dell’uranio per le sue centrali nucleari ed è stata obbligata a ritirare il suo contingente. Washington mantiene due basi da cui decollano i droni che sorvegliano la regione e ha tentato invano di portare avanti una realpolitik con i generali al potere: sono le uniche infrastrutture rimaste al Pentagono in tutta l’Africa.
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Effetto domino in Africa. Il Cremlino è riuscito ad abbattere la tessera finale e mettere gli scarponi dei suoi soldati anche nel Niger: l’ultimo baluardo dell’Occidente nel Sahel è caduto, facendo scattare l’allarme rosso in più cancellerie. Ora l’influenza armata di Vladimir Putin si estende dalle coste della Cirenaica al cuore del continente, senza soluzione di continuità: un protettorato come non si vedeva dai tempi dell’Urss.

L’accordo di cooperazione militare siglato lunedì tra la Russia e la giunta golpista di Niamey spaventa la Francia e gli Stati Uniti ma può diventare un problema soprattutto per l’Italia. Parigi ricava da lì un terzo dell’uranio per le sue centrali nucleari ed è stata obbligata a ritirare il suo contingente. Washington mantiene due basi da cui decollano i droni che sorvegliano la regione e ha tentato invano di portare avanti una realpolitik con i generali al potere: sono le uniche infrastrutture rimaste al Pentagono in tutta l’Africa.

(Photo by STANISLAS POYET / AFP)

 (afp)

Lo scenario peggiore però riguarda il nostro Paese. Mosca infatti ha preso il controllo completo della rotta più importante per i flussi di migranti: il tracciato nella sabbia rossa che va fino alle spiagge della Libia, percorso da migliaia e migliaia di disperati in fuga dalla miseria e dalla guerra, lo stesso descritto da film come “Io capitano” di Matteo Garrone. Ora le carovaniere che uniscono Agadez al Mediterraneo saranno presidiate da mercenari e consiglieri russi. I golpisti nigerini la scorsa settimana hanno abrogato la legge che puniva il trasporto di stranieri, introdotta per volontà della Ue, legalizzando il business dei trafficanti. Ora hanno la possibilità di dirottare i camion dalla città libica di Sebha, avamposto della Wagner nel Fezzan, verso Bengasi, feudo del generale Haftar sempre più legato al Cremlino: è il porto da cui salpano navi di profughi dirette in Sicilia.

Insomma, Putin ha in mano un micidiale strumento di pressione sull’Europa, lo stesso che usa con cinismo spingendo da un mese centinaia di siriani e pachistani verso la frontiera finlandese. Dalla neve al deserto, la strategia potrebbe ripetersi, condizionando con ondate di migranti gli equilibri politici dell’Unione, a partire da quelli italiani.

Il regista di quest’operazione è il viceministro della Difesa Yunus-Bek Yevkurov, un parà caucasico con i baffoni alla Stalin che è diventato il volto della Russia in Africa e Medio Oriente. È la figura che incarna la rinascita dell’orgoglio russo nel mondo: nel 1999 ha guidato la carica dei blindati dalla Bosnia a Pristina, beffando le truppe della Nato in Kosovo. Dopo ha combattuto in Cecenia ed è stato presidente dell’Inguscezia, dominando la rivolta islamista. È tornato sulla scena la mattina in cui Evgenji Prigozhin ha lanciato la marcia su Mosca: quel 23 giugno Yevkurov è apparso in un video mentre cercava di persuadere il fondatore della Wagner a fermarsi. Di fatto, è lui che da agosto ha preso le redini della compagnia mercenaria all’estero, addirittura rafforzandola.

Da veterano, sa come parlare ai generali africani, mettendo sul piatto armi e quattrini. Sabato è volato a Bengasi, discutendo con Haftar dei nuovi progetti comuni che prevedono la costruzione di una base per la flotta russa in Cirenaica. Poi è andato in Mali, tranquillizzando il regime dei colonnelli: gli ha promesso altri combattenti per affrontare le milizie jihadiste e quelle tribali. Infine il Niger, dove ha firmato accordi di cooperazione militare con il presidente golpista Tiani: una svolta nelle architetture di potere del Sahel.

Fino al putsch del 26 luglio, il governo democraticamente eletto di Niamey è stato il partner più fidato dell’Occidente. La spedizione francese sosteneva la lotta contro i guerriglieri jihadisti; una missione europea e una italiana addestravano l’esercito locale; Ue e Usa finanziavano programmi di sviluppo. All’improvviso, i militari hanno arrestato il presidente Bazoum e si sono impadroniti del Paese senza sparare un colpo. Hanno subito espulso le forze di Parigi, accusate di comportarsi come colonialisti, cercando invece il dialogo con Roma: la giunta ha chiesto a Palazzo Chigi di riprendere e aumentare l’attività di istruzione delle reclute. Washington si è mostrata favorevole a un ruolo da leader dell’Italia, che vegliasse sul percorso verso le elezioni e contribuisse a respingere le brigate islamiste. Non ci sono state risposte. Nel frattempo gli aiuti internazionali sono stati bloccati e il Paese è precipitato nella crisi. I golpisti nigerini si sono federati a quelli del Mali e del Burkina Faso, sorretti dalla Wagner, e hanno progressivamente annullato gli accordi di collaborazione con l’Europa. Fino alla decisione di rivolgersi a Mosca.

Dove l’Occidente offre istruttori e piani di sviluppo, pretendendo il rispetto delle regole democratiche, i russi mandano subito incursori per eliminare l’opposizione ai regimi. E promettono di non mollare mai i loro alleati, come hanno fatto con Assad in Siria. Mentre la Nato – dicono – sta già tradendo persino l’Ucraina: un argomento che sarebbe stato impugnato da Yevkurov per convincere i generali del Niger.

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