✕

Prigionieri uiguri dietro la fast-fashion occidentale made in China, la denuncia di uno studio

La ricerca accusa l’Ue di importare abbigliamento cinese prodotto dal lavoro del prigionieri della minoranza
2 minuti di lettura

Abu Dhabi - Quante delle nostre magliette e camicie a buon mercato sono state tessute da mani di persone costrette ai lavori forzati? In Europa esistono enti e controlli per evitare che questo accada, naturalmente. Ma un nuovo studio accusa l’Unione di importare abbigliamento cinese che è stato lavorato dalla minoranza degli uiguri e altre minoranze di etnia turcica e di religione musulmana obbligati a produrre abbigliamento in fabbriche contro la loro volontà. La questione è complessa poiché la Cina ufficialmente dichiara che questi capannoni pieni di operai costretti a produrre a ritmi forsennati sono una salvezza offerta a contadini senza più terre né lavoro. Ma l'università di Sheffield Hallam, il Centro per i diritti uiguri e il Centro uiguro per la democrazia e i diritti umani hanno appena pubblicato uno studio approfondito che svela come quattro diversi produttori cinesi di capi di abbigliamento a basso costo stanno esportando nel mercato europeo tonnellate di magliette e panta…

Abu Dhabi - Quante delle nostre magliette e camicie a buon mercato sono state tessute da mani di persone costrette ai lavori forzati? In Europa esistono enti e controlli per evitare che questo accada, naturalmente. Ma un nuovo studio accusa l’Unione di importare abbigliamento cinese che è stato lavorato dalla minoranza degli uiguri e altre minoranze di etnia turcica e di religione musulmana obbligati a produrre abbigliamento in fabbriche contro la loro volontà. La questione è complessa poiché la Cina ufficialmente dichiara che questi capannoni pieni di operai costretti a produrre a ritmi forsennati sono una salvezza offerta a contadini senza più terre né lavoro. Ma l'università di Sheffield Hallam, il Centro per i diritti uiguri e il Centro uiguro per la democrazia e i diritti umani hanno appena pubblicato uno studio approfondito che svela come quattro diversi produttori cinesi di capi di abbigliamento a basso costo stanno esportando nel mercato europeo tonnellate di magliette e pantaloni prodotti con i lavori forzati.


Nella regione dello Xinjiang, da dove proviene la minoranza musulmana degli uiguri, si genera oggi il 23 % delle forniture globali di cotone e il 10 % del PVC di tutto il mondo, materiale usato in moltissimi capi d’abbigliamento contemporanei. È quindi piuttosto difficile evitare di non approvvigionarsi in queste zone.
Dal 2017 la Repubblica popolare cinese ha creato un sistema senza precedenti per raggruppare le minoranze musulmane ai lavori forzati, separando un milione di familiari, espropriando i contadini dalle terre, costringendoli a quella che viene chiamata “assimilazione culturale.” Quindi Pechino prima ha distrutto la possibilità di generare guadagni e riuscire a sopravvivere, poi ha spacciato l’integrazione nelle fabbriche delle minoranze asservite come un programma per aiutarli ad evitare la fame.


Bisogna aprire una serie di scatole per tracciare come il cotone degli abiti della fast fashion sia tessuto nei grandi capannoni dello sfruttamento. Il gruppo tessile Guanghua ha una joint venture con la Xinanjiang Jinghe Textile Techonology, società che offre “trasferimento di manodopera.” Nel 2018 la Xingjiang Jinghe ha investito decine di milioni di euro per impiegare 2 mila lavoratori attinti dall’ “eccedenza rurale.” La società madre della Beijing Guanghua, la Beijing Fashion Holdings, ha legami con una serie di famosi marchi occidentali, tra i quali Zara e Next. Una delle loro filiali, la TopNew, è fornitrice di H&M, il cui portavoce nega che la società acquisti prodotti dalla Beijing Guanghau Textile o dalla Beijing Fashion Holding e “non ha intenzione di farlo in futuro.” Ma acquista da una filiale di queste società cinesi. La “due diligence” ovviamente è d’obbligo, ma potrebbe essere che i produttori cinesi abbiano trovato nuovi modi per aggirarla. Per prudenza, alcuni grandi società europee, come la Primark, hanno sospeso le forniture da aziende tessili come la Anhui Huamao che ha tre filiali nello Xinjiang, in attesa che venga condotta un’indagine precisa sulla provenienza dei prodotti e della lavorazione.


Neo 2021, il governo americano ha approvato una legge contro i lavori forzati degli uiguri, trattando le merci provenienti dallo Xinjiang come contaminate dal lavoro forzato a meno che l’importatore non possa dimostrare il contrario. Ma l’Unione europea non ha una posizione così severa nei confronti delle merci provenienti da quella regione. Una posizione che con questo nuovo studio potrebbe forse essere ridiscussa in sede europea.


Leggi i commenti