“Questa terra è nostra”. Tra gli estremisti ebrei che attaccano i palestinesi
dal nostro inviato Fabio TonacciYITZHAR — Sulla cima della collina di Yitzhar, la geografia è scritta dalla Torah. «Vede quel villaggio là?», fa Zvi Sukkot, puntando il dito verso un declivio all’orizzonte. «È Har Brakha, il nome significa monte delle benedizioni. Nel Deuteronomio si legge che sei delle dodici tribù di Israele, tornati dall’Egitto, ci andarono per pronunciare le benedizioni». Il 33 enne Zvi Sukkot, sionista ortodosso, vive di certezze. Una è che geografia, storia, diritto e teologia siano un’unica materia. «Quell’altro insediamento ebraico, sul cucuzzolo, è Har Gerizim, prende il nome dal monte sacro su cui è sorto. Sovrasta Shkhem, il luogo dove Abramo giunse obbedendo al volere di Dio. Ci chiamate coloni, ma la Samaria, come la Giudea, è sempre stata terra nostra». La Samaria, la parte Nord della Cisgiordania. Shkhem, un sito archeologico dentro la città palestinese di Nablus. Anche la toponomastica, per Sukkot, è teologia.
E Yitzhar? Appoggiato al dondolo di legno nel giardino di casa, l’ort…
YITZHAR — Sulla cima della collina di Yitzhar, la geografia è scritta dalla Torah. «Vede quel villaggio là?», fa Zvi Sukkot, puntando il dito verso un declivio all’orizzonte. «È Har Brakha, il nome significa monte delle benedizioni. Nel Deuteronomio si legge che sei delle dodici tribù di Israele, tornati dall’Egitto, ci andarono per pronunciare le benedizioni». Il 33 enne Zvi Sukkot, sionista ortodosso, vive di certezze. Una è che geografia, storia, diritto e teologia siano un’unica materia. «Quell’altro insediamento ebraico, sul cucuzzolo, è Har Gerizim, prende il nome dal monte sacro su cui è sorto. Sovrasta Shkhem, il luogo dove Abramo giunse obbedendo al volere di Dio. Ci chiamate coloni, ma la Samaria, come la Giudea, è sempre stata terra nostra». La Samaria, la parte Nord della Cisgiordania. Shkhem, un sito archeologico dentro la città palestinese di Nablus. Anche la toponomastica, per Sukkot, è teologia.
E Yitzhar? Appoggiato al dondolo di legno nel giardino di casa, l’ortodosso si gratta la barba. «No, di Yitzhar non c’è niente nella Torah. È stata fondata nel 1984. Ha 2.000 abitanti, 320 famiglie tra cui la mia. Ci vivo con mia moglie e tre figli». Nella cornice del cancello aperto appare un’auto con la bandiera blu del movimento per la costruzione del terzo Tempio sulla spianata delle moschee. «Abbiamo le scuole e un mercato. Si sta bene, anche se siamo circondati dagli arabi, che, se potessero, farebbero qui quel che hanno fatto ai kibbutz».
Fondata nel 1984 su un territorio occupato dopo la guerra dei sei giorni, Yitzhar ha fama di essere uno degli insediamenti più aggressivi e armati della Cisgiordania, ritrovo per gli sbandati della Hilltop Youth, i minorenni religiosi e nazionalisti che di giorno scendono a valle e di notte salgono a prendersi altri colli. Il loro leader, Meir Ettinger, ha studiato proprio a Yitzhar, la cittadella detiene il record di attacchi contro proprietà palestinesi. L’ong israeliana B’tselem ne ha documentati decine, anche contro gli stessi attivisti. Si accede da un’unica strada, sbarrata da un cancello controllato a vista da una guardia privata. È uno dei circa 280 insediamenti israeliani che la comunità internazionale ritiene illegali e contrari alle risoluzioni delle Nazioni Unite. Ma questo, per Sukkot, non è mai stato un problema.
Ai piedi della collina, invece, geografia e diritto sono in mano ai soldati israeliani. Huwara, 8.000 palestinesi, è presidiata da sette postazioni militari disseminate sulla via principale, la Route 60, arteria che collega Gerusalemme, Nablus e Jenin. «Ci è vietato guidare oltre la rotonda, dal 6 ottobre la Palestina per noi inizia e finisce a Huwara». Mutaz Qasrawi, 45 anni, è il meccanico di un’officina senza più auto da aggiustare. Chiusa come gli altri 500 negozi che affacciano sulla strada e come le scuole. Solo di recente l’Idf ha concesso ai fornai e alle farmacie di riaprire. Le porte sono serrate col chiavaccio, le finestre hanno grate di ferro, la moschea ha vetri rinforzati. «È dagli anni Ottanta che viviamo nella paura…sassaiole, aggressioni, talvolta sparatorie, ci tagliano anche gli olivi. Ezzedine, mio figlio, ha 4 anni e mezzo e ancora non parla perché a sette mesi una pietra lo ha colpito nella culla. Ma da quando Smotrich e Ben-Gvir sono al governo, gli estremisti sono diventati più violenti».
La vita a Huwara si è fermata ancor prima che l’odio di Hamas esondasse dalla Striscia di Gaza. Mutaz traffica con un motore, le dita sporche di grasso che strofina con un panno per offrire una fetta di pane non lievitato, dell’olio e una ciotola di Za’atar, la miscela di spezie. «Da due mesi mangiamo solo questo». Sul retro dell’officina, due carcasse con targa palestinese, i fanali sciolti, i lunotti sfondati. Che è successo il 6 ottobre, Mutaz?
«Sono scesi da Yitzhar e da altri sei insediamenti. Il giorno prima qualcuno aveva sparato a un’auto con la targa arancione (israeliana, ndr). Nessuno a bordo è rimasto ferito, ma gli ebrei sono venuti lo stesso, guidati da Sukkot, che ha innalzato una tenda per strada, la Sukkah, e recitava la Torah. Con lui centinaia di uomini, alcuni giovanissimi, gli Hilltop...li mandano apposta quelli, perché a 16 anni non rischiano la prigione». Girano delle foto sui social, in una c’è un individuo che assomiglia a Sukkot con un fucile in mano. «Si sono messi ad assaltare case e negozi, a dare fuoco alle macchine, protetti dall’esercito che non fa mai niente per fermarli. Anzi, è complice. Labib, di 19 anni, è stato ucciso».
Su, in cima alla collina, Sukkot sostiene di non aver lanciato pietre e di non aver premuto grilletti quella notte. «Altri hanno fatto casino, gli Hilltop boys forse, ma sono solo un centinaio di esagitati. I soldati? Ce ne sono appena 3 mila, per 300 mila arabi». Del ruolo e della consistenza dell’esercito israeliano schierato in Cisgiordania Netanyahu sarà chiamato a rispondere, prima o poi: il 7 ottobre gran parte delle divisioni era a guardia degli insediamenti, il sud scoperto. «Dobbiamo estirpare Hamas e Jihad Islamica dalle città arabe e dal loro sistema educativo che pubblica libri dove si inneggia a Bin Laden», ripete Sukkot. Due Stati, due popoli? «Se risolveranno quei problemi, gli arabi potranno restare in Samaria e in Giudea». Dove il soggetto e il verbo di questa frase dicono tutto quel che c’è da sapere del fanatismo che muove Sukkot e chi, come lui, si è trasferito a Yitzhar.
Da giovane ha militato nel gruppo terroristico “La Rivolta”. Arrestato tre volte, tre volte rilasciato. Da febbraio membro della Knesset, ha preso il posto di Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze messianico della destra radicale. Entrambi sono del Partito sionista religioso. Biden definirebbe Sukkot «un estremista che mette a rischio la pace in Cisgiordania», e lo sanzionerebbe, se fosse cittadino statunitense. Per l’opposizione nella Knesset, «è il braccio del governo Netanyahu». Per Smotrich, «è uno di noi».
Giù, ai piedi della collina, Saddam Dmedi, 33 anni, ingegnere e membro del consiglio municipale di Huwara (siamo in area B, l’amministrazione è dell’Autorità palestinese, la sicurezza è in condivisione con l’Idf), osserva la foto di suo nipote Labib, appesa accanto al poster di Arafat. «Gli piaceva la fotografia. Il 6 ottobre si è affacciato al balcone e gli hanno sparato. Chi è stato di sicuro non finirà in galera. L’esercito ha impedito alle ambulanze di passare, abbiamo portato Labib in braccio fino alla strada principale. I soccorsi sono arrivati che era già morto». Labib Dmedi, uno degli 11 civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dagli estremisti israeliani nel 2023, a cui si aggiungono i 450 morti nelle operazioni anti-miliziani dell’Idf. Il ministro Smotrich vorrebbe cancellare Huwara dalla mappa e ha distribuito 3 mila fucili. «Due Stati e due popoli? Con questi, non ci sono le condizioni», riflette Saddam Dmedi. Si vive e si muore così a Huwara, in fondo a una collina senza baricentro, perché l’equidistanza con i violenti e l’illegalità non può esistere.