Egitto al voto nell'ombra di Gaza: Al Sisi favorito per il terzo mandato
di Francesca CaferriStretto fra una crisi economica senza precedenti e la crisi di Gaza alle sue porte, l'Egitto va alle urne da domani a martedì per confermare Abdel Fatah al Sisi alla presidenza per altri sei anni. Queste elezioni avrebbero dovuto essere uno degli appuntamenti chiave per l'equilibrio del Medio Oriente: ma la crisi innescata dall'attacco di Hamas su Israele e il conseguente attacco su Gaza le hanno trasformate in una sorta di nota al margine degli equilibri regionali. Ciò che non ha fatto la geopolitica, ha fatto lo stesso Al Sisi: nonostante in corsa ci siano altri tre candidati, il nome del vincitore è scontato. Nel 2014 e nel 2018 Al Sisi fu proclamato vincitore con il 98 per cento delle preferenze: questa volta resta da vedere solo se la percentuale sarà la stessa.
Nessuno dei tre candidati - per la sinistra Farid Zahran dell'Egyptian social democatic party, Abdel Sanna Yamama per i liberali del Wafd e Hazem Omar che guida il Partito repubblicano del popolo - rappresenta infatt…
Stretto fra una crisi economica senza precedenti e la crisi di Gaza alle sue porte, l'Egitto va alle urne da domani a martedì per confermare Abdel Fatah al Sisi alla presidenza per altri sei anni. Queste elezioni avrebbero dovuto essere uno degli appuntamenti chiave per l'equilibrio del Medio Oriente: ma la crisi innescata dall'attacco di Hamas su Israele e il conseguente attacco su Gaza le hanno trasformate in una sorta di nota al margine degli equilibri regionali. Ciò che non ha fatto la geopolitica, ha fatto lo stesso Al Sisi: nonostante in corsa ci siano altri tre candidati, il nome del vincitore è scontato. Nel 2014 e nel 2018 Al Sisi fu proclamato vincitore con il 98 per cento delle preferenze: questa volta resta da vedere solo se la percentuale sarà la stessa.
Nessuno dei tre candidati - per la sinistra Farid Zahran dell'Egyptian social democatic party, Abdel Sanna Yamama per i liberali del Wafd e Hazem Omar che guida il Partito repubblicano del popolo - rappresenta infatti un pericolo reale per l'uomo a capo del Paese dal 2013, dopo un colpo di Stato contro il presidente eletto nell'unico voto libero post - 2011, l'anno delle Primavere arabe, Mohammed Morsi dei Fratelli musulmani. Ogni candidato potenzialmente pericoloso, primo fra tutti Ahmed el Tantawi - ex parlamentare e capo del partito di sinistra Karama (Dignità), da tempo voce critica del regime - è stato in qualche maniera squalificato prima ancora di arrivare a scrivere i nomi sulle schede elettorali. Secondo il sistema egiziano, se ci saranno due nomi che supereranno la soglia del 50%, ci sarà un ballottaggio a gennaio: ma lo scenario è escluso da tutti gli analisti. Interessante potrebbe essere il dato sull'affluenza alle urne fra i 67 milioni di aventi diritto: ma le molteplici restrizioni imposte ai gruppi di monitoraggio del voto rendono difficile pensare che potrà essere veritiero.
Se il voto di per sè è un passaggio tranquillo per Al Sisi, altrettanto non si può dire per tutto ciò che è intorno: l'Egitto attraversa da due anni la peggiore crisi economica della sua Storia, con un'inflazione sul cibo che è stata stimata dall'Economist al 67% e la valuta che ha perso oltre un terzo del suo valore in pochi mesi. Il malcontento è diffuso e le ondate di arresti di dissidenti che hanno caratterizzato questi mesi ne sono la prova: a poco è servita l'iniziativa del Dialogo nazionale messa su dalla presidenza nel 2022 per dimostrare ai Paesi stranieri che esistevano spazi di confronto con l'opposizione. Il debito estero a giugno 2023 era stimato a 165 miliardi di dollari, contro i 46 di quando Al Sisi prese il potere: a generarlo in larga parte i mega progetti con cui il presidente punta a rilanciare l'economia, come la nuova capitale alle porte del Cairo, costata finora 59 miliardi di dollari. A complicare lo scenario, le porte chiuse dai Paesi del Golfo, che dopo aver iniettato miliardi di dollari nell'economia egiziana chiedono ora risultati concreti, e dal Fondo monetario internazionale, che pretende dal governo riforme prima di concedere un prestito.
A tutto ciò si è aggiunta la crisi di Gaza. Il progetto del governo Netanyahu di spingere verso l'Egitto parte degli abitanti della Striscia ha trovato una fermissima opposizione al Cairo e sembra per ora messo da parte. Ma l'instabilità politica e il disastro umanitario che sono dall'altra parte del valico di Rafah sono al momento la maggiore preoccupazione politica del presidente. Ben consapevole che la possibilità che la crisi arrivi anche dentro al suo territorio è reale.
"Anche se la prospettiva di breve periodo per il regime sembra stabile, lo scenario di lungo periodo è soggetto a speculazioni: la crisi economica violenta sta provocando una rapida perdita di consenso in alcune fasce dell'elettorato e pone non pochi interrogativi sulla capacità del presidente di sopravvivere", dice Maged Mandour, analista del Carnegie Endowment e autore del volume appena uscito "Egypt under Sisi".