La missione top secret per recuperare il tesoro della Bank of Palestine: 50 milioni di euro messi in salvo durante la tregua
di Enrico FranceschiniLONDRA – Non è rimasto molto nel Nord di Gaza, dopo i bombardamenti israeliani e l’evacuazione della maggior parte della popolazione palestinese. Ma qualcosa è rimasto, in quella che era la parte più popolosa della Striscia, incluso qualcosa di molto importante: un tesoro di denaro contante, sepolto nei forzieri sotterranei di due filiali della Bank of Palestine, danneggiate dai raid aerei di Israele e abbandonate come tutto il resto nel fuggi fuggi generale. Recuperare quei soldi e portarli al sicuro nel Sud di Gaza, dove ora si sono ammassati quasi due milioni di palestinesi, ha richiesto una rischiosa operazione top secret, con il sostegno dell’Onu, l’autorizzazione di Israele e misure di sicurezza così elaborate che una fonte coinvolta nel piano ha pregato il Financial Times, autore della rivelazione, di ometterne alcuni dettagli.
La delicata missione ha avuto luogo alla fine di novembre, durante la settimana di tregua in cui Hamas ha rilasciato una parte degli israeliani pre…
LONDRA – Non è rimasto molto nel Nord di Gaza, dopo i bombardamenti israeliani e l’evacuazione della maggior parte della popolazione palestinese. Ma qualcosa è rimasto, in quella che era la parte più popolosa della Striscia, incluso qualcosa di molto importante: un tesoro di denaro contante, sepolto nei forzieri sotterranei di due filiali della Bank of Palestine, danneggiate dai raid aerei di Israele e abbandonate come tutto il resto nel fuggi fuggi generale. Recuperare quei soldi e portarli al sicuro nel Sud di Gaza, dove ora si sono ammassati quasi due milioni di palestinesi, ha richiesto una rischiosa operazione top secret, con il sostegno dell’Onu, l’autorizzazione di Israele e misure di sicurezza così elaborate che una fonte coinvolta nel piano ha pregato il Financial Times, autore della rivelazione, di ometterne alcuni dettagli.
La delicata missione ha avuto luogo alla fine di novembre, durante la settimana di tregua in cui Hamas ha rilasciato una parte degli israeliani presi in ostaggio nell’attacco del 7 ottobre e Israele ha liberato in cambio detenuti palestinesi incarcerati per precedenti violenze. Il denaro era rimasto nelle casseforti delle due sedi della Bank of Palestine, la principale istituzione finanziaria palestinese, dopo che i bombardamenti avevano distrutto o costretto alla chiusura tutti gli uffici e i bancomat di Gaza City, la capitale, situata nella parte settentrionale della striscia. Questo tesoro nascosto ammontava a 180 milioni di shekel, la valuta israeliana, usata anche dai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, in mucchi di 900 mila banconote da 200 shekel l’una, per l’equivalente di quasi 50 milioni di euro.
Trasportare tutti questi soldi dal Nord al Sud di Gaza, a bordo di vari furgoni blindati e auto di scorta piene di guardie con la pistola o il mitra, non era facile, sia perché pesavano in tutto più di una tonnellata, sia perché c’erano molteplici pericoli: che il malloppo finisse sotto le bombe, se la guerra fosse improvvisamente ripresa; che i militari israeliani disposti in vari posti di blocco fermassero l’insolito convoglio e ne sequestrassero il prezioso contenuto; che qualche gruppo armato o gang criminale palestinese, ce ne sono anche a Gaza, come in qualunque altro posto della terra, venisse a saperlo e provasse a impossessarsene. Con l’aiuto delle Nazioni Unite, il via libera di Israele e sicuramente pure la supervisione di Hamas, che continua a governare o almeno a comandare a Gaza, sebbene da dentro i tunnel, l’operazione “ConOps”, come l’ha chiamata la Bank of Palestine, è andata a buon fine.
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“Abbiamo evitato il completo collasso della nostra economia”, dice una fonte della banca al quotidiano della City. Gli scarsi rifornimenti hanno fatto salire i prezzi alle stelle, l’inflazione galoppa e alla catastrofe umanitaria si aggiunge lo spettro di una crisi economica senza uguali.
La Bank of Palestina ha prorogato tutte le carte di credito, interrotto il pagamento delle rate dei mutui e promesso prestiti per il futuro, ma buona parte della popolazione è rovinata, senza lavoro e spesso anche senza casa, perché è stata distrutta dalle bombe: “Dopo la guerra dovrò comunque ripagare il mutuo, ma non avrò un posto dove vivere, la mia famiglia ed io ci ritroveremo a dormire in strada”, dice uno dei rifugiati nel sud di Gaza. Dove adesso, perlomeno, è arrivato denaro contante, con cui comprare quel poco che si riesce a trovare: uova (costano il triplo di prima) o farina (dieci volte tanto). Ma prima bisogna mettersi in coda a uno dei soli sei bancomat funzionanti nel sud di Gaza, per ritirare i 180 milioni di shekel appena arrivati con una segretissima operazione nella breve pausa del conflitto.