Il figlio di desaparecidos in Argentina: “Saremo vigili su Milei e le debolezze della democrazia”
di Laura LucchiniGuillermo Rodolfo Fernando Pérez Roisinblit aveva 21 anni quando ha saputo di essere uno dei bebè sottratti ai desaparecidos argentini. Il suo è stato il primo caso svelato di un bambino rubato da membri dell’aeronautica. Dieci anni dopo questa scoperta, ha deciso di dedicare la sua vita alla memoria come avvocato dei diritti umani dell’organizzazione delle Abuelas de plaza de Mayo. Sua nonna Rosa Tarlovsky de Roisinblit, 104 anni, è una delle poche ancora in vita. Roisinblit chiama “appropriatori” i genitori che lo hanno sottratto. Il suo “appropriatore” è morto in carcere nel 2012 rifiutandosi di svelare come erano stati uccisi i genitori naturali, “in un ultimo gesto di malvagità”.
A 40 esatti anni dalla fine della dittatura e nel giorno del giuramento di un governo che ha accolto spinte negazioniste e nostalgiche, assicura che “la democrazia argentina è forte”, ma promette anche rimanere vigile “sui sintomi di una democrazia debole”.
Entra in carica il governo Milei, a 40 anni es…
Guillermo Rodolfo Fernando Pérez Roisinblit aveva 21 anni quando ha saputo di essere uno dei bebè sottratti ai desaparecidos argentini. Il suo è stato il primo caso svelato di un bambino rubato da membri dell’aeronautica. Dieci anni dopo questa scoperta, ha deciso di dedicare la sua vita alla memoria come avvocato dei diritti umani dell’organizzazione delle Abuelas de plaza de Mayo. Sua nonna Rosa Tarlovsky de Roisinblit, 104 anni, è una delle poche ancora in vita. Roisinblit chiama “appropriatori” i genitori che lo hanno sottratto. Il suo “appropriatore” è morto in carcere nel 2012 rifiutandosi di svelare come erano stati uccisi i genitori naturali, “in un ultimo gesto di malvagità”.
A 40 esatti anni dalla fine della dittatura e nel giorno del giuramento di un governo che ha accolto spinte negazioniste e nostalgiche, assicura che “la democrazia argentina è forte”, ma promette anche rimanere vigile “sui sintomi di una democrazia debole”.
Entra in carica il governo Milei, a 40 anni esatti dalla fine della dittatura. È un governo che ha accolto spinte autoritarie. La democrazia argentina è davvero in pericolo?
“C’è una discrepanza tra le idee che questo governo ha difeso in campagna elettorale e quello che realmente sta portando avanti ora. Come Abuelas del plaza de mayo abbiamo una tradizione: ogni volta che entra in carica un governo eletto democraticamente lo incontriamo per un colloquio. E questo è quello che faremo anche con Javier Milei, perché senza dubbio si tratta di un governo eletto in un processo democratico con piena validità. Ma noi staremo sempre vigili sui possibili sintomi di una democrazia debole”.
È il primo governo che vede una figlia orgogliosa di militari della dittatura sedere come vicepresidente e che ha detto che trasformerà la Escuela Mecánica de la Armada (Esma, ex centro di tortura) in un parco divertimenti. C’è un rischio reale per tutte le organizzazioni di diritti umani che hanno difeso la memoria?
“Bisogna separare le cose. Conosco molto bene il discorso di Victoria Villaruel: è una narrativa che io stesso mi sono trovato a ripetere, perché sono stato “appropriato” da militari dell’aeronautica e ho frequentato una scuola militare e anche io sono stato indottrinato nello stesso modo. Però bisogna separare la narrativa, dal potere che si ha una volta al governo. L’Argentina ha obblighi con i cittadini ma anche con gli altri Paesi del mondo. Ci sono istanze sui diritti umani che sono sancite dalla Costituzione. Lo Stato argentino ha l’obbligo di continuare a cercare tutti i desaparecidos.
Ha fatto riferimento alla sua storia personale…
“I miei genitori sono stato sequestrati nel 1978, mia madre era incinta di me e mi ha partorito in cattività all’interno dell’Esma. Tre giorni dopo il parto sono stato affidato alla famiglia di un generale delle forze aeree. Las abuelas mi hanno trovato a 21 anni grazie a una segnalazione anonima secondo cui una coppia delle forze armate aveva rubato un bambino nato da una militante di origine ebraica e studentessa di medicina. Il 27 aprile del 2000 mi sono recato alla sede delle abuelas. Mi hanno chiesto se volevo farmi una prova del Dna, ho acconsentito. Un mese dopo sono arrivati i risultati: non avrei mai dovuto essere Guillermo Gómez. Ma Rodolfo Roisinblidt, Rodolfo era il nome che mia madre aveva scelto per me secondo le testimoni sopravvissute. Ho successivamente deciso di tenere il nome Guillermo perché faceva parte della mia identità”.
Come ha affrontato il tema a casa?
“È stato molto difficile, i miei “appropriatori” erano separati da tempo e io vivevo solo con la madre adottiva. Ho posto la questione all’“appropriatore”. Inizialmente ha negato, alla fine ha confessato. Si è difeso dicendo che lui era stato buono con mia madre, che non le aveva mai fatto del male. Che in alcuni momenti le aveva portato delle uova sode e un bicchiere di latte perché si alimentasse. Erano troppe informazioni, fino a quel momento lo avevo considerato come un padre. Non riuscivo più ad ascoltare quelle parole uscire dalla sua bocca. Non ebbi in quel momento la forza di porre domande che avrei voluto porre. E poi da lì iniziò una traversia giudiziaria che è stata molto difficile per me perché allo stesso tempo volevo continuare a proteggerli. Erano stati i miei genitori”.
Cosa si pente di non aver chiesto?
“Mi pento di non aver chiesto subito i dettagli sulla fine dei miei genitori. Quando sono morti, dove e in che modo. Nel 2016 gliel’ho chiesto di fronte al tribunale. Ma come ultimo atto di malignità, ha deciso di non dirlo. E’ morto nel 2021 mentre scontava una condanna di 12 anni per il sequestro dei miei genitori. Quarantacinque anni dopo la loro scomparsa continuiamo a cercarli”.
Cosa si aspetta da questo governo?
“La situazione in Argentina è molto difficile. Aldilà delle mie visioni politiche io spero che questo presidente abbia successo. Però saremo vigili, risparmiamo la protesta per il momento in cui qualcuno provi a indultare i criminali della dittatura o ad approvare leggi di amnistia come quelle di “punto final” e “obediencia debida” (approvate da Raúl Alfonsín). Pero al momento bisogna dare credito al governo. Da parte nostra continueremo a cercare i nipoti che mancano all’appello come l’abbiamo fatto in ogni momento”.