✕

Usa, l’Università di Harvard “salva” la presidente accusata di essere troppo tiepida contro le manifestazioni antisemite

(reuters)
Claudine Gay, che guida la più prestigiosa università americana, era finita nel mirino dei repubblicani dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Ma più che il Medio Oriente, la questione sollevata riguarda la tutela della libertà di espressione
3 minuti di lettura

NEW YORK - La presidente di Harvard Claudine Gay ha sbagliato a non condannare in maniera netta l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre scorso, ma non per questo deve lasciare il suo posto. E’ la conclusione a cui è arrivato il consiglio di amministrazione della più prestigiosa università americana, salvando così la sua prima leader nera, entrata in carica a luglio. Una scelta che difficilmente chiuderà le polemiche sul comportamento dei grandi atenei in questa crisi, perché si tratta di uno scontro politico che va ben oltre la già delicata questione accademica della libertà di espressione.

La reazione iniziale di Gay alla strage di Hamas era stata tiepida, suscitando molte critiche, incluse quelle dell’ex collega Lawrence Summers e dell’ex studente e donatore miliardario William Ackman. Il 27 ottobre Gay aveva partecipato a una cena per lo Shabbat di Harvard Hillel, un’organizzazine di studenti ebrei di Harvard, in cui aveva annunciato la creazione di un organismo per "svilup…

NEW YORK - La presidente di Harvard Claudine Gay ha sbagliato a non condannare in maniera netta l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre scorso, ma non per questo deve lasciare il suo posto. E’ la conclusione a cui è arrivato il consiglio di amministrazione della più prestigiosa università americana, salvando così la sua prima leader nera, entrata in carica a luglio. Una scelta che difficilmente chiuderà le polemiche sul comportamento dei grandi atenei in questa crisi, perché si tratta di uno scontro politico che va ben oltre la già delicata questione accademica della libertà di espressione.

La reazione iniziale di Gay alla strage di Hamas era stata tiepida, suscitando molte critiche, incluse quelle dell’ex collega Lawrence Summers e dell’ex studente e donatore miliardario William Ackman. Il 27 ottobre Gay aveva partecipato a una cena per lo Shabbat di Harvard Hillel, un’organizzazine di studenti ebrei di Harvard, in cui aveva annunciato la creazione di un organismo per "sviluppare una robusta strategia contro l’antisemitismo nel campus", e aveva condannato l’uso nelle manifestazioni pro palestinesi della frase "dal fiume al mare", che presuppone la cancellazione di Israele. La polemica sembrava superata, ma il 5 dicembre Gay ha partecipato ad un’audizione in Congresso disastrosa, che ha portato poi alle dimissioni della collega della University of Pennsylvania Elizabeth Magill.

Nel corso del dibattito la deputata repubblicana trumpista Elise Stefanik le aveva chiesto: "Invocare il genocidio degli ebrei viola le regole di Harvard su bullismo e molestie?". La risposta era stata equivoca: "E’ possibile, dipende dal contesto. La retorica antisemita, quando passa a una condotta che ammonta a bullismo, molestie, intimidazione, richiede un intervento e noi interveniamo". Stefanik aveva insistito: "Quindi la risposta è sì?". Ma Gay aveva ripetuto la stessa risposta ambigua: "Di nuovo, dipende dal contesto". Da qui la richiesta di dimissioni, che però il board ha respinto.

La questione è in realtà assai più complicata di quanto si possa capire da un’audizione parlamentare, che ormai vengono tenute quasi solo per affermare posizioni partitiche. In questo caso, lo scopo dei repubblicani era in realtà denunciare la deriva progressista delle università americane, che secondo loro penalizza le idee e gli studenti conservatori.

Non c’è il minimo dubbio che Hamas abbia commesso una strage da condannare, così come è inaccettabile condonare o addirittura invocare il genocidio degli ebrei. I fenomeni di antisemitismo sono in crescita, tanto nelle università, quanto nella società americana ed europea, e vanno contrastati con la massima forza. Ma il vero punto della vicenda non è questo, come dimostra il fatto che i repubblicani si sono scandalizzati per le manifestazioni filopalestinesi, ma non hanno condotto inchieste parlamentari sul presidente Trump quando aveva detto che tra i manifestanti di Charlottesville c’erano "brave persone da entrambe le parti", nonostante i suoi stessi sostenitori suprematisti bianchi avessero urlato che "ebrei e neri non ci rimpiazzeranno". Due pesi e due misure che chiariscono da soli la politicizzazione della questione.

Negli Stati Uniti la libertà di espressione è garantita dal Primo emendamento della Costituzione, prezioso per noi giornalisti. La protegge in qualsiasi caso, perché una volta che viene violata per qualche eccezione pur ragionevole, si apre la porta alla sua cancellazione senza poter prevedere dove si andrà a finire. Questo principio ha sempre creato situazioni di imbarazzo, perché il Primo emendamento è stato usato anche per proteggere la pornografia come forma di espressione, e impedisce di tappare la bocca ai neonazisti che negano l’Olocausto.

Se questo è l’impianto legale del Paese, a maggior ragione vale per le università, che dovrebbero essere il cuore stesso della libertà di espressione. Negarla o censurarla dovrebbe essere l’antitesi della loro missione, anche perché il modello del dibattito scientifico si basa proprio sulla libertà di discutere tutte le opinioni, per raggiungere i migliori risultati.

Ma è giusto applicare questo concetto anche agli studenti filopalestinesi che inneggiano al genocidio degli ebrei? Ovviamente no, però non è facile trovare il giusto equilibrio.

Negli ultimi anni le università americane hanno fatto un grande sforzo di inclusività, perché leggendo le statistiche si capisce come fossero, e in gran parte restino, un luogo di privilegio per i bianchi della classe più alta. Basti pensare che per le ammissioni a Harvard pesa ancora molto la regola della "legacy". In altre parole, se i tuoi genitori hanno frequentato l’università hai diritto ad una corsia preferenziale per l’accesso.
Questo sforzo di inclusione ha compreso anche l’adozione di politiche per far sentire tutti gli studenti a loro agio, vietando manifestazioni pubbliche di posizioni che possono offendere qualcuno. I conservatori si sono sentiti particolarmente colpiti e penalizzati, anche se poi sono loro che in stati come la Florida mettono al bando i libri non condivisi, e quindi hanno reagito.

Le audizioni di Stefanik sono state un capitolo di questa battaglia politica di cui la strage di Hamas, per quanto odiosa e condannabile, è stata solo un pretesto. Domani ce ne sarà un altro, ma la scena si ripeterà uguale.

La realtà, per chi è disposto a considerarla senza l’obiettivo di politicizzarla o farsi una facile pubblicità, è che la questione rimane davvero assai complessa. L’attacco terroristico di Hamas va condannato, senza se e senza ma. Allo stesso tempo la libertà di espressione è essenziale per la sopravvivenza di una democrazia, a maggior ragione con Trump che già minaccia di punire anche i media che lo ostacolano, nell’eventuale secondo mandato. Per le università poi è ragione di vita, e quindi si tratta di trovare il modo di esercitarla facendo sentire tutti inclusi, ma anche evitando offese che magari aprono la porta a comportamenti violenti.

Claudine Gay non ha ancora trovato la soluzione, ma lo stesso si può dire con altrettanta certezza di Elise Stefanik, che probabilmente non la sta neppure cercando, perché lei è una sostenitrice indefessa di Trump che punta solo a ottenere qualche vantaggio partitico per il proprio fronte conservatore. Da qui, diventa evidente la scarsa speranza di venire mai a capo di un problema così difficile, serio e vitale per il futuro delle nostre democrazie, minacciate dalle autocrazie che invece neppure se lo pongono.

Leggi i commenti