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Cop28, così gli sceicchi sauditi resuscitano i fossili nei padiglioni di Dubai

Riad guida i Paesi - tra cui Russia e Iran - contrari allo stop di gas e petrolio. E intanto anche il Brasile del “verde” Lula entra nell’Opec
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DUBAI — Nel padiglione numero 76, quello che a Cop28 ospita il Regno dell’Arabia Saudita, si viene accolti da datteri e caffè servito in caraffe d’argento. Accanto, il modellino di un impianto per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Sarà un caso, ma nel testo che nelle stesse ore viene diffuso da Sultan Al Jaber compare, a sorpresa, l’esortazione ad accelerare lo sviluppo di «tecnologie di abbattimento e rimozione, comprese la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio».

La posizione dei sauditi, i primi al mondo per esportazioni di petrolio, è nota. Non mettere nero su bianco l’uscita dai combustibili fossili, ma concentrarsi sulla riduzione delle emissioni di gas serra: se posso catturare e mettere sotto terra la CO2 prodotta…

DUBAI — Nel padiglione numero 76, quello che a Cop28 ospita il Regno dell’Arabia Saudita, si viene accolti da datteri e caffè servito in caraffe d’argento. Accanto, il modellino di un impianto per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Sarà un caso, ma nel testo che nelle stesse ore viene diffuso da Sultan Al Jaber compare, a sorpresa, l’esortazione ad accelerare lo sviluppo di «tecnologie di abbattimento e rimozione, comprese la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio».

La posizione dei sauditi, i primi al mondo per esportazioni di petrolio, è nota. Non mettere nero su bianco l’uscita dai combustibili fossili, ma concentrarsi sulla riduzione delle emissioni di gas serra: se posso catturare e mettere sotto terra la CO2 prodotta bruciando petrolio, perché non continuare a usarlo? Perché la Ccs (Carbon capture and storage, che dovrebbe sequestrare il carbonio dai fumi delle ciminiere) è una tecnologia ancora troppo costosa e troppo poco efficiente. Ma nel padiglione del principe ereditario Mohammed bin Salman il modellino è candido e convincente.

Ci si chiedeva quale fosse la reale autonomia di Sultan Al Jaber, al tempo stesso presidente di Cop28, ministro dell’Innovazione del governo degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato di Adnoc, la compagnia petrolifera nazionale emiratina. Anche i più diffidenti, dopo i suoi ripetuti appelli a considerare «l’obiettivo di 1,5 gradi di riscaldamento come la Stella polare» dell’azione climatica, avevano iniziato a sperare che la tanto attesa svolta potesse andare in scena nel luogo più improbabile: il benservito al petrolio ratificato nella Cop organizzata da un paese esportatore di greggio.

Ieri sera, negli immensi corridoi di Dubai Expo City c’era chi commentava: Al Jaber si è infine tolto i guanti di velluto. Che il “ceffone” assestato, a 24 ore dalla fine, fosse previsto fin dall’inizio di questa Cop, o che invece sia stato frutto delle pressioni saudite sui cugini degli Emirati è tutto da dimostrare.

Di sicuro Riad ha lavorato per compattare il fronte dei produttori di petrolio: a cominciare da Iran, Iraq, Russia e Kuwait. È un ex ministro degli Esteri del Kuwait Haitham Al-Ghais, l’attuale segretario generale dell’Opec che la settimana scorsa ha scritto ai leader dei 13 Paesi membri dell’Organizzazione per invitarli a fare muro. Solo due giorni prima, il 4 dicembre, il ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, principe Abdulaziz bin Salman, aveva detto in una intervista televisiva registrata a Riad che «il Regno non accetterà un testo in cui ci sia la richiesta dell’eliminazione graduale dei combustibili fossili».

Domenica Abdulaziz bin Salman era invece nel padiglione saudita di Cop28, dove, tra gli altri, ha incontrato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Poche ore dopo, nel corso del Majlis, la teatrale riunione nella quale Al Jaber aveva voluto intorno a se tutti i ministri, l’uomo del petrolio saudita aveva ribadito la linea: «Ci si sta concentrando troppo sulle fonti di energia e non abbastanza sul taglio delle emissioni».

Una strenua difesa del potere e della ricchezza derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di greggio, non solo in Arabia, naturalmente. Ne sono un esempio le selve di grattacieli che si attraversano a Dubai per raggiungere ogni giorno la Cop28: poggiano tutti su solide fondamenta fatte di barili di petrolio venduto all’estero.

Riad guida la classifica delle esportazioni, il cui valore totale è di 138 miliardi di dollari l’anno (dato del 2021) e che rappresentano il 14,5% del totale. Seguono la Russia (113 miliardi e 11%), il Canada (81,2 miliardi di dollari e 8,5% del totale), Iraq (72 miliardi e 7,6% del mercato), Stati Uniti (67,6 miliardi di dollari e il 7,1%). Al sesto posto, proprio gli Emirati Arabi Uniti di Al Jaber: 58,5 miliardi e 6,2% del mercato. Numeri da capogiro, che dimostrano la vitalità di un business che, nell’era della crisi climatica, dovrebbe avviarsi a una rapida riconversione. E invece il petrolio, secondo uno studio dell’Observatory of Economic Complexity, nel 2021 è stato il primo prodotto più venduto al mondo, con scambi pari a 951 miliardi di dollari.

Un tesoro a cui è difficile rinunciare. E che pone di fronte a un bel dilemma nazioni come il Canada e gli Stati Uniti (secondi dopo la Cina per emissioni totali di gas serra). O il Brasile, che dopo l’Aizerbajan (altro produttore di combustibili fossili), ospiterà la Cop30 del 2025. L’anno scorso il neopresidente eletto Lula fu accolto da trionfatore alla Cop27 di Sharm el Sheik perché aveva appena spodestato il negazionista climatico Bolsonaro. Dodici mesi dopo, proprio mentre iniziava Cop28 a Dubai, è stato annunciato che il Brasile (decimo esportatore di petrolio al mondo) entrerà nell’Opec, come membro osservatore.

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