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(reuters)

Tra agguati e ipotesi di allagamento, a Gaza è iniziata la guerra dei tunnel

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Messo alle strette dalle pressioni degli Stati Uniti, l’esercito israeliano cerca di accelerare la stretta contro Hamas. Ma le incognite sono moltissime
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La battaglia di Gaza diventa ancora più feroce. L’esercito israeliano teme che le pressioni internazionali stiano riducendo il tempo a disposizione per l’offensiva e intensificano gli attacchi contro le roccaforti di Hamas. Secondo Politico, la Casa Bianca è disposta a concedere al massimo altre tre settimane. E poiché le forze migliori del movimento jihadista sono asserragliate nel sottosuolo, è cominciato l’assalto ai tunnel. Un’operazione ostacolata dalla presenza di 135 ostaggi e dalle protezioni dei 300 chilometri di cunicoli. Ma le Israeli Defence Forces non vedono alternative: Hamas può venire azzerata solo portando la guerra nelle catacombe.

Le indiscrezioni americane, riportate dal Wall Street Journal, sull’allagamento delle gallerie con l’acqua del mare stanno creando preoccupazione. Sette grandi pompe sarebbero già entrate in funzione: si tratta comunque di una manovra complessa, che richiede più di una settimana. Nel 2015 l’Egitto ha usato la stessa tecnica alla frontiera …

La battaglia di Gaza diventa ancora più feroce. L’esercito israeliano teme che le pressioni internazionali stiano riducendo il tempo a disposizione per l’offensiva e intensificano gli attacchi contro le roccaforti di Hamas. Secondo Politico, la Casa Bianca è disposta a concedere al massimo altre tre settimane. E poiché le forze migliori del movimento jihadista sono asserragliate nel sottosuolo, è cominciato l’assalto ai tunnel. Un’operazione ostacolata dalla presenza di 135 ostaggi e dalle protezioni dei 300 chilometri di cunicoli. Ma le Israeli Defence Forces non vedono alternative: Hamas può venire azzerata solo portando la guerra nelle catacombe.

Le indiscrezioni americane, riportate dal Wall Street Journal, sull’allagamento delle gallerie con l’acqua del mare stanno creando preoccupazione. Sette grandi pompe sarebbero già entrate in funzione: si tratta comunque di una manovra complessa, che richiede più di una settimana. Nel 2015 l’Egitto ha usato la stessa tecnica alla frontiera di Rafah per bloccare i passaggi sotterranei impiegati per contrabbandare armi e merci: si è trattato però di un intervento su scala ridotta contro piccole gallerie. Ben altra cosa è inondare la ragnatela di cunicoli che si estende sotto l’intera Striscia, compromettendo le risorse idriche e la stabilità del terreno: uno scenario apocalittico. Anche il presidente Biden è stato critico: «Dicono che lì non ci siano più ostaggi, ma non si può escluderlo». È possibile che i guastatori israeliani vogliano mescolare l’acqua con un gel esplosivo chiamato “Emulsa”, già utilizzato a Gaza nel 2014: per demolire un singolo tunnel servirono più di nove tonnellate di miscela.

Fare irruzione negli inferi per salvare gli ostaggi è una missione quasi impossibile. Robot, droni e strumenti hitech non si sono rivelati efficaci, il compito ricade su incursori e cani. Finora un unico blitz ha avuto successo; gli altri hanno causato perdite mentre i prigionieri sono morti. In uno di questi raid sono caduti due sergenti, tra cui Gal Meir Eisenkot, figlio dell’ex capo di Stato maggiore e attuale ministro del gabinetto di guerra: ci sono voluti altri cinque giorni solo per tirare fuori dal labirinto i corpi di due ostaggi.

Anche i combattimenti in superficie sono drammatici. Come si temeva, Hamas ora sta mettendo in campo i miliziani più addestrati. Martedì a Shejaiya, un sobborgo di Gaza City, è scattata un’imboscata su larga scala: quattro soldati della brigata d’elite Golani sono stati feriti da un ordigno, poi diverse squadre hanno sparato sui rinforzi intervenuti per impedire che venissero catturati. Gli israeliani hanno perso dieci uomini, incluso il colonnello e altri quattro ufficiali che hanno personalmente condotto l’assalto: «Hanno dimostrato che “seguitemi” non è uno slogan – ha detto il generale Yaron Finkelman -, ma un imperativo per noi comandanti pure quando c’è un costo pesantissimo».

Ci sono immagini terribili degli scontri casa per casa, con duelli all’ultimo sangue negli appartamenti. Più le avanguardie si inoltrano nei vicoli, più diventa difficile gestire le azioni: su 114 caduti israeliani, almeno tredici sono stati vittime del fuoco amico. Al momento le IDF controllano il 40% della Striscia. Nel Nord stanno affrontando la zona più densamente abitata di Gaza City e del campo profughi di Jabalia: il ministro della Difesa Gallant sostiene che lì Hamas sia vicina «al punto di rottura». Nel Sud devono ancora misurarsi con gran parte di Khan Yunis, dove si ritiene sia nascosto Yayha Sinwar, e ci sono bombardamenti in continuazione: martedì sono stati 250. L’obiettivo resta quello di smantellare l’organizzazione jihadista, distruggendo la sua capacità di coordinamento, eliminando i comandi dei battaglioni e quanti più miliziani possibile: finora le Idf stimano di averne ammazzati settemila. Per raggiungere il loro scopo i generali ritengono di avere bisogno di tutto gennaio: il doppio del tempo che gli Stati Uniti sembrano disposti a concedere. Il bollettino stilato da Hamas però conta già 18.400 vittime civili e il presidente Biden ha detto che «i bombardamenti indiscriminati rischiano di far perdere a Israele il sostegno degli alleati». Il premier Netanyahu ha replicato in modo netto: «La pressione internazionale non ci fermerà»

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