Maduro firma un accordo con il presidente della Guyana: “Ma è solo di principio, le rivendicazioni del Venezuela restano”
di Daniele MastrogiacomoMeglio parlare piuttosto che sparare. Due settimane dopo il referendum che ha mobilitato l’intero apparato del regime e ha attribuito mezza Guyana al Venezuela, con un voto plebiscitario mai verificato, Nicolás Maduro offre un ramoscello d’ulivo al presidente del paese confinante e propone di affidare a un organismo giuridico internazionale la contesa sulla Guyana Essequiba. In tre pagine e 11 punti, il delfino di Chávez e il primo capo di Stato musulmano del Continente, Ifraan Ali, sottoscrivono un accordo che esclude “qualsiasi uso della forza in alcuna circostanza” e garantisce che “il dialogo continuerà”.
Si tratta di un accordo di principio. Restano intatte sia la rivendicazione del Venezuela su un territorio grande cinque volte quello del Belgio che adesso si è scoperto ricchissimo di petrolio e di materie prime, sia la sovranità ribadita dall’ex colonia britannica disposta a difenderla a tutti i costi.
Sbarcato a Saint Vincent e Granadine, Maduro si è mostrato subito combattivo.…
Meglio parlare piuttosto che sparare. Due settimane dopo il referendum che ha mobilitato l’intero apparato del regime e ha attribuito mezza Guyana al Venezuela, con un voto plebiscitario mai verificato, Nicolás Maduro offre un ramoscello d’ulivo al presidente del paese confinante e propone di affidare a un organismo giuridico internazionale la contesa sulla Guyana Essequiba. In tre pagine e 11 punti, il delfino di Chávez e il primo capo di Stato musulmano del Continente, Ifraan Ali, sottoscrivono un accordo che esclude “qualsiasi uso della forza in alcuna circostanza” e garantisce che “il dialogo continuerà”.
Si tratta di un accordo di principio. Restano intatte sia la rivendicazione del Venezuela su un territorio grande cinque volte quello del Belgio che adesso si è scoperto ricchissimo di petrolio e di materie prime, sia la sovranità ribadita dall’ex colonia britannica disposta a difenderla a tutti i costi.
Sbarcato a Saint Vincent e Granadine, Maduro si è mostrato subito combattivo. “Vengo con un mandato del popolo venezuelano e con la disponibilità al dialogo. Ma vengo anche per difendere i diritti della nostra nazione”, ha premesso incontrando la delegazione capeggiata dal presidente Ali. “Voglio cercare, attraverso l’unico mezzo possibile, quello del dialogo, soluzioni efficaci e soddisfacenti come previsto dall’accordo di Ginevra”.
Il leader della Guyana, socialdemocratico del PPP, il partito a maggioranza indo-guyanese, ha replicato in modo inflessibile: “La Guyana non è l’aggressore, la Guyana non cerca la guerra, ma la Guyana si riserva il diritto di difendersi assieme a tutti i suoi alleati”. Il riferimento era alla Gran Bretagna, agli Usa, alla Cina che in questi giorni hanno esercitato le loro pressioni su un Maduro bellicoso e galvanizzato da un risultato che gli serviva per raccogliere nuovo consenso in vista delle elezioni presidenziali del 2024; rischia di essere sconfitto dall’avversaria dell’opposizione Maria Corina Machado, la pasionaria nera data per vincente da tutti i sondaggi.
Il presidente del Venezuela sa di non poter tirare troppo la corda se vuole vendere di nuovo il suo petrolio, il gas e l’oro sui mercati internazionali. Rischia di far scattare le sanzioni che Biden ha deciso di congelare. Ma il leader chavista deve anche fare i conti interni. Galleggia su un consenso che è ridotto al 10 per cento, affronta una crisi economica devastante. Ha provocato la diaspora di quasi 5 milioni di venezuelani adesso sparpagliati in tutto il Continente, compresi gli Usa, e diventati un elemento destabilizzante per molti paesi impauriti dall’aumento della criminalità e colpiti spesso da forme di xenofobia.
Indire un referendum su una rivendicazione che ha 124 anni di storia è servito a rinfocolare un sentimento di orgoglio che attraversa tutta la popolazione. Da sempre appartenuta al paese andino, la Guyana Essequiba è stata prima “regalata” dall’Olanda alla Gran Bretagna e poi assegnata a Londra con un Lodo arbitrale che tutti hanno riconosciuto viziato nella forma e condizionato nei fatti. La scoperta di ricchi giacimenti di greggio e di altri preziosi metalli nel suo sottosuolo ha ridato slancio alle rivendicazioni di Caracas che chiede di affidare alle Nazioni Unite il verdetto sul futuro della terra contesa.
Il Venezuela vuole tornare al 1966 quando un accordo stabilì che la questione doveva essere affrontata con un dialogo. La Gran Bretagna non è contraria ma finora fa riferimento alla decisione adottata nel 2018 in cui l’Onu di António Guterrez, dopo vari tentativi andati a vuoto, passò la palla alla Corte internazionale di Giustizia, organismo che Maduro non riconosce. Il suo obiettivo è far sventolare la bandiera venezuelana sulla Guyana Essequiba; l’ex colonia britannica lo esclude a priori. Adesso, dopo minacce di invasione e rulli di tamburi di guerra, si torna a parlare. Maduro mostrando la nuova mappa del Venezuela che include la terra promessa, Ifraan Ali sventolando un pezzo di pelle che riproduce i confini dell’attuale Guyana.