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Sponda Meloni-Macron per rinviare di altri sei mesi la correzione dei conti

(ansa)
L’inflessibilità magiara ha dato l’occasione a Italia e Francia di frenare il ritorno del Patto di Stabilità. E rinviare la manovra a dopo le Europee
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BRUXELLES — Congelare il Patto di stabilità. Per sei mesi, fino a giugno 2024. Spostando così in avanti l’entrata in vigore della riforma e dei nuovi parametri. E allungando di conseguenza i tempi della manovra correttiva che Roma dovrà altrimenti varare già a inizio estate. Di fronte alla paralisi decisionale imposta all’Europa dal suo amico sovranista Viktor Orbán, Giorgia Meloni cerca almeno un varco per migliorare l’intesa - finora poco soddisfacente - sul nuovo Patto. E lo fa cercando la sponda francese di Emmanuel Macron, a sua volta alle prese con un deficit allarmante. La proposta italiana, maturata nelle ultime ore e consegnata in via informale durante i colloqui a margine del summit di Bruxelles, sarebbe dunque quella di mettere nero su bianco questi centottanta giorni di stop. Ne discutono Meloni e Macron, nella notte tra mercoledì e giovedì. Seduti a un tavolino dell’hotel Amigo. Senza Olaf Scholz, che si unirà poco dopo. E che a dire il vero non ha troppa voglia di conced…

BRUXELLES — Congelare il Patto di stabilità. Per sei mesi, fino a giugno 2024. Spostando così in avanti l’entrata in vigore della riforma e dei nuovi parametri. E allungando di conseguenza i tempi della manovra correttiva che Roma dovrà altrimenti varare già a inizio estate. Di fronte alla paralisi decisionale imposta all’Europa dal suo amico sovranista Viktor Orbán, Giorgia Meloni cerca almeno un varco per migliorare l’intesa - finora poco soddisfacente - sul nuovo Patto. E lo fa cercando la sponda francese di Emmanuel Macron, a sua volta alle prese con un deficit allarmante. La proposta italiana, maturata nelle ultime ore e consegnata in via informale durante i colloqui a margine del summit di Bruxelles, sarebbe dunque quella di mettere nero su bianco questi centottanta giorni di stop. Ne discutono Meloni e Macron, nella notte tra mercoledì e giovedì. Seduti a un tavolino dell’hotel Amigo. Senza Olaf Scholz, che si unirà poco dopo. E che a dire il vero non ha troppa voglia di concedere quanto chiedono i due alleati.

Il terreno su cui si gioca questa partita è tecnico, ma la sostanza esclusivamente politica. Palazzo Chigi e il Tesoro sono consapevoli da tempo di un dato di realtà: con il deficit che affligge l’Italia, una manovra correttiva già a luglio diventa inevitabile. E questo, indipendentemente dai cavilli del Patto in vigore: l’Italia si ritroverebbe in fuorigioco sia con il ritorno ai vecchi parametri, sia con nuove regole. L’unica via d’uscita sarebbe quella di allungare per un altro semestre la sospensione dei parametri, decisa durante l’emergenza Covid. Tutto, a quel punto, slitterebbe: anche le raccomandazioni della Commissione, già posticipate a giugno 2024, e di conseguenza la procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Varrebbe per Roma, ma anche per Parigi. Ecco perché, in poche ore, l’eventualità di un’intesa all’Ecofin del 20 dicembre si trasforma in una chimera.

La scintilla, paradossalmente, è provocata dall’ostruzionismo di Orbán. È notte fonda, tra giovedì e venerdì. Il Consiglio è in corso da quindici ore. Il sovranista ungherese si ritrova a colloquio con Meloni e un gruppo ristretto di altri leader. Ci sono Emmanuel Macron, Olaf Scholz, alcuni primi ministri del Nord Europa, Ursula von der Leyen e Charles Michel. La riunione è in stallo, il presidente ungherese prende politicamente in ostaggio il bilancio europeo. «Non ho impedito l’allargamento a Kiev, adesso ragioniamo seriamente di risorse. Perché l’Ungheria dovrebbe contribuire con altre risorse alla revisione, senza nulla in cambio?». Punta ai 21 miliardi bloccati per le violazioni dello Stato di diritto e ai soldi del Pnrr. La prima vittima del ricatto è ovviamente l’Ucraina. Anche la premier italiana - che ha pure invitato l’ungherese a entrare nel gruppo dei Conservatori europei nel 2024 - ha un problema: il via libera ai fondi aggiuntivi per i migranti nel bilancio continentale (già assai limitati, a dire il vero) slittano almeno a gennaio. È questo il varco che Meloni intravede per migliorare almeno la riforma del Patto di stabilità.

L’aria cambia subito. Il primo a lanciare un segnale è Giancarlo Giorgetti. Sostiene che l’Europa «è incapace di prendere decisioni tempestive, è impossibile decidere, funziona come un’assemblea di condominio». Critica la scelta di convocare l’Ecofin del 20 dicembre in videoconferenza – «non chiudo accordi in questo modo, sarebbe opportuno un vertice in presenza» – e infine sentenzia: «Le possibilità di arrivare a un’intesa già il 20 sono scarse».

Ma non basta. La sintonia di Roma e Parigi su questo specifico punto si palesa pubblicamente. Inizia Emmanuel Macron: «Sono in corso discussioni con Germania e Italia per migliorare quanto delineato finora dai ministri finanziari». Poi Meloni, assai più esplicita: «Ho avuto un bilaterale con Macron. Abbiamo affrontato il tema del Patto, su cui ci sono diversi punti di convergenza».

La linea di Meloni, insomma, è quella di allungare i tempi. Sul Mes, dove intanto ammorbidisce la linea, «non c’è un link con il Patto, e nessun ricatto». E, appunto, sulla riforma dei parametri di bilancio: «Con l’Ecofin in videoconferenza è più difficile trovare un accordo. Le posizioni sono ancora abbastanza distanti, bisogna lavorare ancora. Il veto? Non la metterei così, ma non posso dare l’ok a un Patto che né io, né nessun altro governo italiano, potrebbe rispettare». L’obiettivo diventa dunque quello di riportare il dossier a una nuova riunione dell’Ecofin del 2024, magari dopo la “benedizione” politica del Consiglio straordinario di gennaio. Non sarà facile ottenere la sospensione della governance economica fino al 30 giugno. Ma la premier ci proverà comunque. L’alternativa è una manovra correttiva pochi giorni dopo le Europee.

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