NEW YORK — I soldi per l’Ucraina non sono ancora finiti, ma quasi. Il Senato americano ha deciso di accorciarsi le vacanze, per restare al lavoro anche la settimana prossima e possibilmente approvare il nuovo pacchetto di aiuti. La Camera però è già in ferie, quindi è assai improbabile che il provvedimento entri in vigore prima dell’inizio del prossimo anno. E se questo non bastasse, il negoziato in corso con i repubblicani sulle misure da adottare per il confine col Messico, necessarie a sbloccare i finanziamenti per Kiev, minaccia di danneggiare il consenso degli elettori ispanici per Biden. Un rompicapo assai complicato, che rischia di spalancare a Putin le porte dell’Europa, anch’essa paralizzata dal veto dell’ungherese Orbán.
Washington ha usato due strumenti per stanziare le forniture di armi da 111 miliardi di dollari inviate finora a Kiev: la Presidential Drawdown Authority, e la Ukraine Security Assistance Initiative. Le casse di entrambe sono vuote, ma nella prima sono …
NEW YORK — I soldi per l’Ucraina non sono ancora finiti, ma quasi. Il Senato americano ha deciso di accorciarsi le vacanze, per restare al lavoro anche la settimana prossima e possibilmente approvare il nuovo pacchetto di aiuti. La Camera però è già in ferie, quindi è assai improbabile che il provvedimento entri in vigore prima dell’inizio del prossimo anno. E se questo non bastasse, il negoziato in corso con i repubblicani sulle misure da adottare per il confine col Messico, necessarie a sbloccare i finanziamenti per Kiev, minaccia di danneggiare il consenso degli elettori ispanici per Biden. Un rompicapo assai complicato, che rischia di spalancare a Putin le porte dell’Europa, anch’essa paralizzata dal veto dell’ungherese Orbán.
Washington ha usato due strumenti per stanziare le forniture di armi da 111 miliardi di dollari inviate finora a Kiev: la Presidential Drawdown Authority, e la Ukraine Security Assistance Initiative. Le casse di entrambe sono vuote, ma nella prima sono avanzati 6,2 miliardi di dollari, perché il Pentagono aveva sovrastimato il valore di alcune consegne fatte in passato. La Casa Bianca quindi sta usando queste risorse per continuare gli aiuti, come i 200 milioni annunciati durante la recente visita di Zelensky. Il totale ancora disponibile però è sceso a 4,4 miliardi e, sebbene possa bastare per qualche mese, si sta esaurendo.
Il secondo problema è la disponibilità negli arsenali del Pentagono di armi e munizioni da trasferire. Al momento ci sono, ma ad esempio le riserve di proiettili da 155 millimetri per gli obici sono scarse, esponendo gli Usa al rischio di non averne abbastanza per difendersi, in caso di necessità. Il paradosso è che il 90 per cento dei fondi stanziati dal Congresso non ha mai lasciato il Paese, ma è stato invece pagato ad aziende americane per costruire le armi da consegnare a Zelensky o ricostituire l’arsenale interno degli Stati Uniti. Aggiungendo la beffa al danno, gran parte dei soldi sono finiti proprio a Stati repubblicani, Arkansas in cima, ossia hanno riempito le tasche degli elettori che hanno votato per i parlamentari decisi ora ad interrompere gli aiuti, su ordine di Trump.
La condizione posta dal Gop per sbloccare il pacchetto da 110 miliardi chiesto da Biden, di cui 61,4 destinati all’Ucraina, è l’aggiunta di concessioni per la sicurezza del confine meridionale, tra cui diritto di asilo ridotto ed espulsioni più rapide per gli illegali. Il presidente si è detto disponibile a trattare, perciò il Senato ha rinviato le vacanze, nella speranza che approvando il pacchetto sproni a farlo anche la Camera a maggioranza repubblicana.
Il problema è che ora gli elettori ispanici si stanno ribellando e, come è accaduto con gli arabi per Gaza, minacciano di non votare Biden alle presidenziali del 2024.