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Consiglio europeo, bloccato il bilancio comunitario: il ricatto di Orbán punisce Kiev

(afp)
Il leader ungherese dà lo stop ai fondi destinati all’Ucraina per costringere l’Ue a sbloccare i 21 miliardi per Budapest ancora congelati. E il Consiglio si paralizza completamente: niente risoluzione comune sul Medio Oriente e nuovo rinvio sulla riforma dei Trattati
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BRUXELLES - L’ungherese Orbán blocca l’Europa. Ma i leader europei riescono a bloccarsi anche da soli quasi su tutto. Se infatti il leader ungherese si è assunto la responsabilità di congelare il nuovo bilancio comunitario con i 50 miliardi di aiuti da destinare all’Ucraina e i soldi per fronteggiare l’emergenza migranti, il Consiglio europeo non ha trovato un accordo né in merito alla linea da tenere sul conflitto israelo-palestinese, né sulla riforma dei Trattati. E alla fine nemmeno sul Patto di Stabilità. Un vertice che sarebbe stato dunque completamente fallimentare se non ci fosse stato giovedì pomeriggio il via libera ai negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Ue.

Il no al budget dell’Unione comporta però delle conseguenze severe. In primo luogo su Kiev. Dal prossimo primo marzo, infatti, l’Ucraina rischia il fallimento senza gli aiuti di Usa e Ue. Nelle casse di Zelensky ci sono ancora fondi per meno di tre mesi. Per evitare il default ucraino si terrà un Consiglio euro…

BRUXELLES - L’ungherese Orbán blocca l’Europa. Ma i leader europei riescono a bloccarsi anche da soli quasi su tutto. Se infatti il leader ungherese si è assunto la responsabilità di congelare il nuovo bilancio comunitario con i 50 miliardi di aiuti da destinare all’Ucraina e i soldi per fronteggiare l’emergenza migranti, il Consiglio europeo non ha trovato un accordo né in merito alla linea da tenere sul conflitto israelo-palestinese, né sulla riforma dei Trattati. E alla fine nemmeno sul Patto di Stabilità. Un vertice che sarebbe stato dunque completamente fallimentare se non ci fosse stato giovedì pomeriggio il via libera ai negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Ue.

Il no al budget dell’Unione comporta però delle conseguenze severe. In primo luogo su Kiev. Dal prossimo primo marzo, infatti, l’Ucraina rischia il fallimento senza gli aiuti di Usa e Ue. Nelle casse di Zelensky ci sono ancora fondi per meno di tre mesi. Per evitare il default ucraino si terrà un Consiglio europeo straordinario a gennaio.

I leader e le istituzioni europee stanno cercando di correre ai ripari in ogni caso, con soluzioni alternative se il legame tra Budapest e Mosca non si dovesse sciogliere (perché è ormai evidente che l’Ungheria è sempre più una testa di ponte del Cremlino). Dei 50 miliardi previsti, infatti, 33 sono prestiti. Nel Bilancio Ue dovevano essere inserite soprattutto le garanzie in caso di mancata restituzione e sugli interessi. Si tratta dunque di prestiti concessi direttamente dall’Ue.

L’alternativa è che questo importo venga raccolto sul mercato, sempre sotto forma di obbligazione, e che i 26 Paesi europei (senza dunque l’Ungheria) si facciano garanti del prestito. Una procedura un po’ più lunga ma comunque fattibile. Gli altri 17 miliardi, sotto forma di sussidi, dovrebbero essere raccolti dai bilanci nazionali in quota percentuale. Per l’Italia si tratterebbe ad esempio di un paio di miliardi da scovare in un “barile” già decisamente vuoto. Ma certo il pericolo che l’Ucraina crolli sotto i colpi della finanza anziché sotto quelli delle bombe russe, non tranquillizza per niente l’Unione europea e i partner più responsabili.

In questo quadro c’è un effetto collaterale importante per il nostro Paese. Dei 22,5 miliardi in più previsti nel bilancio, 17 sarebbero stati destinati appunto all’Ucraina. Ma gli altri 5,5 avrebbero dovuto finanziare ulteriori iniziative a cominciare da quelle relative all’emergenza migratoria. La Commissione Ue aveva previsto a questo proposito un impegno di 12 miliardi. Poi ridotti a 8. Pochi, se si considera che si trattava di risorse da impiegare in quattro anni e su tutto il fronte migratorio, non solo su quello mediterraneo che ci riguarda direttamente. A questo punto, però, sono zero. Neanche un soldo in più. L’alleato sovranista di Giorgia Meloni non le ha dato una mano su un capitolo fondamentale per il governo italiano.

Di certo, poi, a cantare vittoria sono indirettamente la Germania e i cosiddetti Paesi “frugali” che avevano frenato sulle spese aggiuntive nel bilancio, Ucraina a parte.

La partita di poker giocata da Orbán è dunque solo all’inizio. Ieri ha incassato dalla Commissione 10 miliardi dei fondi che erano stati congelati per il mancato rispetto di diverse norme, a partire da quelle sullo Stato di diritto. Ma evidentemente sono serviti a “pagare” il via libera all’avvio dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Ora ha avviato una seconda mano, per ottenere un’altra quota dei restanti 21 miliardi ancora “congelati”. Anche se la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha ripetuto: «Tutti i Paesi membri conoscono le regole e sanno che i pagamenti arrivano con le riforme».

Sullo sfondo ci sono le elezioni europee e probabilmente l’obiettivo di Orbán è indebolire l’Unione. In particolare nel rapporto con Mosca. L’allargamento e una maggiore integrazione e quindi una riforma dei Trattati, equivalgono a far perdere peso all’Ungheria: un Paese con dieci milioni di abitanti e quindi sostanzialmente piccolo, ma che fonda il suo ruolo in Europa sulla regola del voto all’unanimità. Ma anche su questo punto il vertice ha glissato. È evidente che la regola del voto all’unanimità - quello che ha permesso a Orbán di paralizzare l’Unione - non funziona. «Riformare i meccanismi di funzionamento dell’Ue è essenziale», ha avvertito il presidente francese Macron.

Che qualcosa non vada lo si è visto anche in merito al conflitto in Medio Oriente. Nei confronti del quale l’Ue non è stata in grado di esprimere una posizione unitaria. Neanche una parola nel documento finale. Per non parlare del Patto di Stabilità: nessun confronto e tutto rinviato all’Ecofin di martedì prossimo. Che però potrebbe a sua volta far slittare la scelta a gennaio.

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