L’operazione lanciata dagli Usa nel Mar Rosso preoccupa l’alleato saudita che punta all’intesa con i ribelli Houti
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliRibelli houti sul ponte della nave Galaxy Leader nel Mar Rosso
NEW YORK — Anche l’Onu condanna gli attacchi lanciati dagli houti nel Mar Rosso dal 7 ottobre in poi, dando quanto meno una copertura indiretta ai Paesi che si stanno mobilitando per fermarli, come l’Italia. «Condanniamo queste azioni - ha detto a Repubblica il portavoce del Palazzo di Vetro Stéphane Dujarric - perché in generale ci opponiamo all’uso della forza senza alcuna giustificazione legale formale, per il rischio di provocare un allargamento del conflitto, per il danno arrecato alla libera navigazione e ai commerci civili internazionali, ma anche per il pericolo di causare un disastro ecologico colpendo qualche petroliera in mezzo al mare». L’Onu non prende posizione sulla Operation Prosperity Guardian, lanciata dagli Usa per formare una coalizione impegnata a bloccare gli attacchi, perché è un’iniziativa autonoma di alcuni Paesi fuori dal suo perimetro. La condanna delle azioni che hanno reso necessario questo intervento, però, offre una sponda a chi partecipa. Questo è impor…
NEW YORK — Anche l’Onu condanna gli attacchi lanciati dagli houti nel Mar Rosso dal 7 ottobre in poi, dando quanto meno una copertura indiretta ai Paesi che si stanno mobilitando per fermarli, come l’Italia. «Condanniamo queste azioni - ha detto a Repubblica il portavoce del Palazzo di Vetro Stéphane Dujarric - perché in generale ci opponiamo all’uso della forza senza alcuna giustificazione legale formale, per il rischio di provocare un allargamento del conflitto, per il danno arrecato alla libera navigazione e ai commerci civili internazionali, ma anche per il pericolo di causare un disastro ecologico colpendo qualche petroliera in mezzo al mare». L’Onu non prende posizione sulla Operation Prosperity Guardian, lanciata dagli Usa per formare una coalizione impegnata a bloccare gli attacchi, perché è un’iniziativa autonoma di alcuni Paesi fuori dal suo perimetro. La condanna delle azioni che hanno reso necessario questo intervento, però, offre una sponda a chi partecipa. Questo è importante sul piano politico non solo per l’Italia, ma soprattutto per i molti Paesi arabi che almeno pubblicamente non hanno aderito.
Ieri il capo del Pentagono Austin è andato in Bahrein, dove ha tenuto una riunione virtuale con i ministri della regione, condannando gli attacchi degli houti come «una minaccia per la sicurezza dell’intera comunità internazionale». Il Paese che ospita la Quinta Flotta è però l’unica nazione araba che ha aderito alla Operation Prosperity Guardian, insieme a Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Canada, Olanda, Norvegia, Spagna e Seychelles. Fonti Usa dicono che la porta è sempre aperta, e non smentiscono che altri membri abbiano chiesto di conservare l’anonimato sulla loro partecipazione. Questo problema è dovuto ai complicati equilibri regionali, aggravati dalla guerra a Gaza. È noto ad esempio che gli Emirati Arabi Uniti, promotori della risoluzione per gli aiuti a Gaza discussa ieri dal Consiglio di Sicurezza, sarebbero favorevoli a colpire le basi degli houti nello Yemen, mentre l’Arabia Saudita frena, perché vuole preservare la possibilità di un accordo con i ribelli ed evitare il rischio di uno scontro diretto con l’Iran, che li arma, li finanzia e li manovra. Altri Paesi arabi condividono l’iniziativa della Operation Prosperity Guardian ma non vogliono figurarci ufficialmente, perché temono di essere accusati di dare un appoggio ad Israele, aiutando gli Usa che sono il principale alleato dello Stato ebraico. Questo è anche l’argomento usato per evitare azioni offensive nello Yemen, perché gli houti sostengono di colpire solo le navi commerciali che operano con gli israeliani, allo scopo di fermare le operazioni militari a Gaza. Chiunque li attaccasse dimostrerebbe di essere un braccio armato dello Stato ebraico, giustificando l’allargamento del conflitto.
L’Operation Prosperity Guardian viene presentata come un’evoluzione della Combined Task Force 153, a cui avevano aderito 39 Paesi per proteggere il Mar Rosso da pirateria e terrorismo. Quindi membri come l’Italia possono giustificarla come un impegno in continuità con quanto già facevano. Poi le varie componenti possono distribuirsi i compiti in base alle sensibilità politiche nazionali, ad esempio con americani, britannici e francesi impegnati nelle azioni militari, e gli altri nei pattugliamenti o l’intelligence. Il primo obiettivo è la deterrenza, ossia proteggere le navi commerciali e convincere gli houti a fermarsi. Se ciò non bastasse, bloccare gli assalti abbattendo droni e missili. Il passo successivo diventerebbe offensivo, bombardando le basi da dove partono gli attacchi, anche per lanciare un segnale all’Iran.