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Gaza, Onu e mediatori lavorano a una tregua per liberare 40 ostaggi

(reuters)
Discussioni al Palazzo di Vetro su un testo che ottenga il sì americano. Negoziati tra Cia, Mossad e Qatar per la liberazione degli ostaggi
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Da quando è finito il primo cessate il fuoco, venti giorni e cinquemila morti fa, non si è mai stati così vicini a un secondo cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, a vedere quello che fanno e dicono sia i diplomatici sia i negoziatori: l’ipotesi è quella di uno stop ai combattimenti di una settimana per il rilascio di quaranta ostaggi. A New York il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso per tutto il giorno una risoluzione scritta e proposta dagli Emirati Arabi Uniti – che avevano scritto anche le prime due, già respinte – che questa volta non è destinata necessariamente a infrangersi contro il veto degli Stati Uniti.

L’Amministrazione Biden potrebbe essere disposta a votare sì, ma vuole che nel testo compaia la parola “sospensione” e non la parola “cessazione”: la prima permetterebbe a Israele di riprendere i bombardamenti come è successo dopo il primo cessate il fuoco, la seconda invece fermerebbe a tempo indeterminato la guerra. Per il presidente americano v…

Da quando è finito il primo cessate il fuoco, venti giorni e cinquemila morti fa, non si è mai stati così vicini a un secondo cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, a vedere quello che fanno e dicono sia i diplomatici sia i negoziatori: l’ipotesi è quella di uno stop ai combattimenti di una settimana per il rilascio di quaranta ostaggi. A New York il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso per tutto il giorno una risoluzione scritta e proposta dagli Emirati Arabi Uniti – che avevano scritto anche le prime due, già respinte – che questa volta non è destinata necessariamente a infrangersi contro il veto degli Stati Uniti.

L’Amministrazione Biden potrebbe essere disposta a votare sì, ma vuole che nel testo compaia la parola “sospensione” e non la parola “cessazione”: la prima permetterebbe a Israele di riprendere i bombardamenti come è successo dopo il primo cessate il fuoco, la seconda invece fermerebbe a tempo indeterminato la guerra. Per il presidente americano votare no una seconda volta avrebbe un prezzo politico alto con i suoi elettori e ieri la homepage del New York Times sfoggiava con il massimo dell’evidenza un sondaggio critico: la maggioranza pensa che lui non stia facendo un buon lavoro nella crisi di Gaza e che Trump farebbe meglio.

I negoziati due giorni fa si sono spostati a Varsavia, in Polonia, con lo stesso terzetto che era riuscito a strappare sette giorni di tregua e scambi di prigionieri nell’ultima settimana di novembre. Ora si stanno vedendo di nuovo: il capo della Cia, William Burns, quello del Mossad, David Barnea, e il primo ministro del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, che è in contatto regolare con Hamas. E oggi si trasferiscono al Cairo, dove per la prima volta dall’inizio della guerra è arrivata anche una delegazione di Hamas guidata dal leader di Ismail Haniye – che da anni non lasciava Doha e sul quale gravano le minacce di morte dei servizi d’intelligence israeliani.

Il presidente israeliano Herzog ha dichiarato che Israele è pronto a un cessate il fuoco per ottenere indietro gli ostaggi – del resto in questi ultimi venti giorni nessun rapito è uscito vivo dalla Striscia – e Hamas è a favore, perché qualsiasi interruzione della guerra va a suo vantaggio. C’è ancora molto spazio, però, perché sia la diplomazia sia i negoziatori esperti falliscano.

Dentro la Striscia la situazione per i civili palestinesi è catastrofica. Il conteggio ufficiale dei morti è un poco rallentato rispetto ai periodi più intensi, ma ci sono stati ancora singoli raid aerei israeliani che hanno ucciso trenta persone per volta, secondo i dati del ministero della Salute palestinese, che però è probabile errino sul lato della prudenza perché non contano gli scomparsi sotto le macerie degli edifici. In ogni caso, è presto per dire se i combattimenti si stiano veramente riducendo di intensità. non tutti i giorni di bombardamenti sono uguali.

Ieri sono entrati dall’Egitto 127 tir carichi di aiuti, ma ne sarebbero necessari almeno duecento per la sussistenza e la normalità partirebbe da sopra la soglia dei quattrocento al giorno. Il risultato è che secondo fonti sul posto delle Nazioni Unite i civili palestinesi soffrono la fame e continua il rischio di epidemie. L’Idf ieri ha dichiarato di avere conquistato tutta Jabalia, l’area molto popolosa a Nord-Est di Gaza City, e di avere ucciso con un singolo missile sulla sua macchina Subhi Ferwana, specializzato nel far scorrere i finanziamenti occulti di Hamas dall’esterno.

L’Idf e lo Shin Bet hanno diffuso il video dell’interrogatorio del direttore palestinese dell’ospedale Kamal Adawan di Gaza, in stato di arresto, nel quale afferma che «circa sedici dipendenti dell’ospedale fanno parte delle brigate Qassam di Hamas: dottori, infermieri e paramedici, che usano gli ospedali perché lì si sentono più al sicuro».

Infine, il ministro per la Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, è andato in visita al kibbutz di Nir Oz, uno dei più colpiti dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre, ma è stato duramente contestato dai residenti: «È venuto qui a danzare sui nostri morti?».

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