Sarà la fregata Virginio Fasan ad attraversare nei prossimi giorni il canale di Suez per raggiungere il Mar Rosso. E non è escluso che una seconda nave si aggiunga in seguito. Come anticipato da Repubblica, la prima fregata italiana sarà schierata in brevissimo tempo nella missione di contenimento degli attacchi Houti ai mercantili commerciali. I contorni dell’operazione, però, sono ancora da definire: ieri Guido Crosetto ha offerto all’omologo americano Lloyd Austin la disponibilità di Roma a giocare un ruolo, ma per il momento fuori dall’operazione Prosperity Guardian recentemente lanciata dagli Usa per assicurare la libera navigazione. Conteranno le regole di ingaggio, da cui discenderà anche la scelta sull’eventuale passaggio parlamentare utile a fornire il perimetro legale all’impegno italiano.
Di certo, i paletti attuali permettono l’azione di sorveglianza marittima, ma non sembrano garantire la possibilità di abbattere i droni e i missili che partono dallo Yemen.
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Sarà la fregata Virginio Fasan ad attraversare nei prossimi giorni il canale di Suez per raggiungere il Mar Rosso. E non è escluso che una seconda nave si aggiunga in seguito. Come anticipato da Repubblica, la prima fregata italiana sarà schierata in brevissimo tempo nella missione di contenimento degli attacchi Houti ai mercantili commerciali. I contorni dell’operazione, però, sono ancora da definire: ieri Guido Crosetto ha offerto all’omologo americano Lloyd Austin la disponibilità di Roma a giocare un ruolo, ma per il momento fuori dall’operazione Prosperity Guardian recentemente lanciata dagli Usa per assicurare la libera navigazione. Conteranno le regole di ingaggio, da cui discenderà anche la scelta sull’eventuale passaggio parlamentare utile a fornire il perimetro legale all’impegno italiano.
Di certo, i paletti attuali permettono l’azione di sorveglianza marittima, ma non sembrano garantire la possibilità di abbattere i droni e i missili che partono dallo Yemen.
Sono ore confuse, perché gli alleati stanno costruendo una coalizione e raccolgono la disponibilità dei Paesi occidentali. Per l’Italia, è necessario innanzitutto definire la cornice: Fasan si muove nell’ambito di Mediterraneo Sicuro, ma potrebbe cambiare presto la sua natura. La nave partirà infatti sotto il comando nazionale, poi potrebbe inserirsi nel dispositivo europeo della missione Atalanta, che opera davanti alla Somalia - e quindi anche allo Yemen - dal 2008. Oppure in quella della Combined Maritime Forces.
In ogni caso, contano come detto le regole di ingaggio. Quelle della missione europea sono chiare e rodate: prevedono l’intervento armato delle navi - e degli elicotteri che imbarcano - soltanto come extrema ratio per proteggere i mercantili dalle aggressioni di pirati. Non sono invece possibili attacchi sulla terraferma, neppure in caso di battelli sequestrati o equipaggi presi in ostaggio: il confine dell’attività sono le acque internazionali. D’altra parte, il mandato della coalizione continentale prevede la lotta alla pirateria, mentre gli attacchi degli Houti hanno una valenza terroristica o militare, a seconda del riconoscimento che viene dato al movimento Houti. Un discorso sarebbe dunque quello di intervenire per difendere un mercantile italiano dai missili, altro quello di intercettare uno sciame di ordigni diretto verso Israele o verso mercantili di altri Paesi.
Quanto alla partecipazione alla missione Prosperity Guardian, la questione è ancora più complessa. Per adesso, fa sapere la Difesa, non se ne parla: «Rispondendo a una precisa richiesta di tutela degli interessi nazionali pervenuta dai nostri armatori, abbiamo deciso di spostare nel Mar Rosso una delle nostre unità navali già in Medio Oriente nell’ambito di un’operazione già esistente e autorizzata dal Parlamento e non dell’operazione Prosperity Guardian». Nel frattempo, è previsto che la Fasan scambi informazioni - quelle raccolte con i suoi radar di bordo - e si interfacci con la missione a guida statunitense. Eventuali evoluzioni dell’impegno italiano dovranno invece essere bollinate dal Parlamento. Dove intanto, a breve, approderà il decreto – varato ieri dal consiglio dei ministri – che fornisce copertura legale agli invii di materiale bellico all’Ucraina per il 2024.
Non era un provvedimento all’ordine del giorno. E Crosetto, al mattino, aveva indicato in gennaio il momento giusto per l’ok al dl. La questione non è banale: senza il rinnovo del decreto entro il 31 dicembre, si sarebbe creato un vuoto di alcune settimane, con Roma impossibilitata a coprire eventuali richieste di Kiev. Il segnale sarebbe stato politicamente devastante.
Con un blitz che ha sorpreso gli alleati, Crosetto ha invece illustrato a sommi capi la novità nella riunione dell’esecutivo. Senza incontrare resistenze. Seguirà un atto di indirizzo parlamentare con l’intervento in Aula del ministro, il prossimo 10 gennaio. Poi sarà la volta del voto sul decreto. Due momenti politicamente molto delicati, perché la Lega dovrà decidere se firmare una risoluzione di maggioranza con il resto del centrodestra e poi sostenere il decreto, negando i dubbi degli ultimi mesi. La scelta di Crosetto ha però un tratto bipartisan: ieri, poco prima dell’annuncio a sorpresa, il ministro è stato visto parlare a lungo alla Camera con il presidente del Copasir Lorenzo Guerini (Pd). Il quale ha poi significativamente plaudito alla «continuità negli aiuti militari all’Ucraina».