Usa, l’assedio dei repubblicani alla presidente dell’Università di Harvard
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – È salva, per il momento, la presidente dell’università di Harvard Claudine Gay, perché il consiglio di amministrazione dell’ateneo più famoso degli Stati Uniti ha deciso di perdonarle le accuse di plagio emerse nelle ultime settimane. La partita però non è chiusa, perché la Camera a guida repubblicana vuole ora condurre un’inchiesta, che va ben oltre il comportamento accademico della professoressa o i suoi commenti su Gaza e l’antisemitismo, ma riguarda più in generale la guerra culturale scatenata in America.
Gay ha 53 anni, era la preside dell’Harvard Faculty of Arts and Sciences, e nel luglio scorso è diventata la prima presidente nera nella storia dell’ateneo dove aveva studiato John Kennedy.
Una svolta epocale non solo per la prima università Usa, ma per l’intera società americana. Il problema è che questa nomina è avvenuta nel mezzo della guerra culturale scatenata in particolare dai repubblicani trumpisti, che accusano i liberal di usare il razzismo come arma politica…
NEW YORK – È salva, per il momento, la presidente dell’università di Harvard Claudine Gay, perché il consiglio di amministrazione dell’ateneo più famoso degli Stati Uniti ha deciso di perdonarle le accuse di plagio emerse nelle ultime settimane. La partita però non è chiusa, perché la Camera a guida repubblicana vuole ora condurre un’inchiesta, che va ben oltre il comportamento accademico della professoressa o i suoi commenti su Gaza e l’antisemitismo, ma riguarda più in generale la guerra culturale scatenata in America.
Gay ha 53 anni, era la preside dell’Harvard Faculty of Arts and Sciences, e nel luglio scorso è diventata la prima presidente nera nella storia dell’ateneo dove aveva studiato John Kennedy.
Una svolta epocale non solo per la prima università Usa, ma per l’intera società americana. Il problema è che questa nomina è avvenuta nel mezzo della guerra culturale scatenata in particolare dai repubblicani trumpisti, che accusano i liberal di usare il razzismo come arma politica per penalizzare i bianchi e dare vantaggi ingiusti alle minoranze. L’esempio più evidente è la crociata lanciata dall’attivista Chris Rufo contro la "critical race theory", che in sostanza mette lo schiavismo all’origine di quasi tutte le discriminazioni esistenti negli Stati Uniti.
Il 5 dicembre scorso Gay è stata invitata a testimoniare alle audizioni dell’House Committee on Education sull’antisemitismo, con i leader di altre università, accusati di aver reagito in maniera troppo blanda alla strage commessa da Hamas il 7 ottobre. In particolare, al centro della discussione c’erano le misure prese dagli atenei per garantire la libertà di espressione e la sicurezza di tutti gli studenti, evitando le espressioni di protesta che incoraggiavano violenze contro gli ebrei e Israele. Le risposte erano state molto evasive, imbarazzanti, costringendo poi la presidente della University of Pennsylvania Liz Magill alle dimissioni e Gay alle scuse.
La questione però non si è chiusa li, perché il vero obiettivo delle audizioni non era l’antisemitismo. Nello stesso tempo, infatti, sono riemerse le accuse di plagio contro la leader di Harvard, rilanciate in particolare da Rufo, che è diventato uno stretto consigliere e collaboratore del governatore della Florida Ron DeSantis nella sua battaglia contro la cultura "woke" dei liberal. Gay non ha pubblicato molti lavori accademici: solo la sua tesi di dottorato e 11 articoli, ma nessun libro. Quindi l’accusa implicita dei suoi critici è che non è stata messa alla guida di Harvard per la competenza scientifica, ma per il colore della sua pelle. Da qui è iniziata la caccia agli elementi che potrebbero screditarla, fino a spingerla alle dimissioni o al licenziamento.
Nella tesi e negli articoli ci sono in effetti diversi passaggi discutibili, che sembrano presi da altri lavori senza le adeguate citazioni. Le università però fanno una distinzione fra gli episodi di plagio che riguardano il furto di idee altrui, e quelli che sono invece leggerezze o imprecisioni. Il consiglio di amministrazione di Harvard per ora è arrivato alla conclusione che Gay ha commesso il secondo peccato, e quindi deve correggere i suoi testi ma può restare al suo posto, e non il primo, che invece sarebbe molto più grave e incompatibile con la sua carica al vertice dell’università.
La questione però non è chiusa, perché i crociati della guerra culturale pensano di avere ormai nel mirino la preda più grossa che potevano immaginare. Il punto non è l’antisemitismo, per quanto importante sia questa discussione e gravi le negligenze o le complicità delle università. La questione è assai più ampia. Riguarda la politica e i rapporti di forza nella guerra culturale, e se i combattenti alla DeSantis e Rufo riuscissero ad abbattere in pochi mesi la prima presidente nera di Harvard, raggiungerebbero un risultato che forse alla vigilia di questa crisi neanche loro si sognavano.