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Qui a Rafah i missili uccidono senza che Israele ci spieghi perché. Ma siamo stufi anche di Hamas

(reuters)
I civili vengono puniti per colpa dei miliziani. Che alla popolazione fanno ancora paura
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RAFAH — Sono 75 giorni che viviamo con la sensazione di poter morire in ogni istante, senza mai riuscire a mitigare questa ansia che non ti fa chiudere occhio la notte. Pensi che sarai tu il prossimo, che saranno i tuoi cari, e intanto sono morte 20mila persone e altre 20mila risultano scomparse senza che nessuno vada a cercarle perché non ci sono le condizioni per farlo.

Abbiamo vissuto altre 48 ore di blackout, altre morti – in due giorni almeno 390 vittime e 700 feriti – altri feroci bombardamenti anche qui a Rafah dove siamo arrivati in oltre un milione su indicazione di Israele per trovare riparo in un territorio sicuro. E invece i raid hanno colpito anche le case dei civili. Il palazzo dove viviamo ha tremato talmente forte che pensavo stesse per crollare. A poche centinaia di metri le forze israeliane hanno bombardato la moschea Ali bin Abi Talib e il quartiere intorno. Sono morte decine di persone. Qui non si parla d’altro.

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RAFAH — Sono 75 giorni che viviamo con la sensazione di poter morire in ogni istante, senza mai riuscire a mitigare questa ansia che non ti fa chiudere occhio la notte. Pensi che sarai tu il prossimo, che saranno i tuoi cari, e intanto sono morte 20mila persone e altre 20mila risultano scomparse senza che nessuno vada a cercarle perché non ci sono le condizioni per farlo.

Abbiamo vissuto altre 48 ore di blackout, altre morti – in due giorni almeno 390 vittime e 700 feriti – altri feroci bombardamenti anche qui a Rafah dove siamo arrivati in oltre un milione su indicazione di Israele per trovare riparo in un territorio sicuro. E invece i raid hanno colpito anche le case dei civili. Il palazzo dove viviamo ha tremato talmente forte che pensavo stesse per crollare. A poche centinaia di metri le forze israeliane hanno bombardato la moschea Ali bin Abi Talib e il quartiere intorno. Sono morte decine di persone. Qui non si parla d’altro.

(afp)

Perché colpire una moschea vuota, dove da tempo nessuno va più a pregare? Perché non spiegare che tipo di obiettivo fosse e chi pensavano si nascondesse all’interno? Attaccare una moschea significa attaccare un intero quartiere abitato da civili perché non è più lì dentro che si radicalizzano i jihadisti. Ma non solo. È stato colpito anche l’esterno dell’ospedale del Kuwait, un punto di ritrovo dei giornalisti in servizio, e alcuni colleghi sono rimasti feriti. Con un bombardamento aereo mirato è stata sventrata una macchina di civili. Sono morti due bambini e un uomo, sei i feriti. Qualcuno ci dirà mai se il destinatario era veramente la persona che stavano cercando?

A finire nell’obiettivo degli attacchi a questo punto non sono più soltanto i vivi. A Gaza City, nella città vecchia, uno dei cimiteri più antichi e simbolici è stato travolto dai carri armati israeliani che sono entrati schiacciando le tombe e facendo emergere i corpi dei nostri morti. Non c’è bisogno che vi spieghi quanto è grande il rispetto per un defunto. Nessuno può entrare in un cimitero con un’automobile e neppure camminare sopra a una tomba, i militari israeliani lo hanno fatto anche in passato ma stavolta la mancanza di rispetto sembra essere ancora più feroce. Vogliono toglierci la dignità, rimuovere la nostra memoria e soprattutto, come hanno già fatto con case, scuole, ospedali e strade, eliminare ogni luogo dove potremmo voler tornare dopo la fine della guerra.

(afp)

Non mi sono mai sentito così in pericolo dall’inizio della guerra. Come gli altri cerco di rimanere in casa il più possibile ma sempre più spesso anche le case diventano tombe. Siamo un milione e 200mila intrappolati qui a Rafah su indicazione di Israele, che dice di averci messo nelle condizioni di ricevere gli aiuti umanitari. In verità ci stanno bombardando e ci hanno lasciato soltanto quattro ore al giorno, dalle 10 alle 14, per uscire e trovare del cibo. Spesso non bastano neanche per raggiungere i luoghi di raccolta degli aiuti, mettersi in fila e tornare a casa. Questa non è una vita degna ma la conseguenza della propaganda di Israele.

(afp)

Non stiamo più assistendo al compimento di un progetto militare ma a una forma di punizione che si fa tanto più aspra quanto più il momento del cessate il fuoco sembra avvicinarsi. Una punizione che sempre più persone riconducono ad Hamas. Da giorni non incontro più nessuno che dichiari di sostenere Hamas e anche quelli che la sostenevano, in particolare all’inizio della guerra, hanno contezza delle atrocità che hanno commesso e di come hanno reso possibile che i palestinesi venissero uccisi, cacciati dalle loro case, umiliati. In tanti hanno maturato un sentimento di rabbia nei loro confronti ma l’organizzazione è ancora presente e attiva sul territorio e a prevalere è la paura. Lo vedo quando faccio domande dirette sul regime, la prima reazione è guardarsi intorno per vedere se qualcuno sta controllando. Gli occhi di Hamas sono ancora aperti.
(testo raccolto da Benedetta Perilli)

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