Strage nei campi profughi, 200 morti a Gaza: “Israele vuole costringerci a scappare tutti in Egitto”
di Sami al-AjramiRAFAH — È stato un Natale di sangue a Gaza. Mentre il mondo celebrava fra luci e regali, nessuno è venuto a salvare la popolazione civile della Striscia: nemmeno le Nazioni Unite che non hanno avuto il coraggio di chiedere il cessate il fuoco. Così, nella notte fra 24 e 25 i bombardamenti sono stati incessanti. E sono continuati anche dopo: colpiti centinaia di obiettivi provocando oltre duecento morti — per metà come al solito bambini — anche se, come al solito, è difficile stabilire con precisione quante siano state effettivamente le vittime.
Di sicuro la maggior parte ha perso la vita durante i raid sui campi profughi di al-Maghazi e al-Bureis, nel centro di Gaza, zona dove molti sfollati del Nord avevano trovato rifugio nelle scorse settimane. Mentre il numero totale delle vittime arriva ormai a 21mila. Nulla, d’altronde, mette freno alla guerra. Anche ieri mattina ci sono stati nuovi attacchi: con l’artiglieria israeliana che ha sparato perfino contro il quartier generale de…
RAFAH — È stato un Natale di sangue a Gaza. Mentre il mondo celebrava fra luci e regali, nessuno è venuto a salvare la popolazione civile della Striscia: nemmeno le Nazioni Unite che non hanno avuto il coraggio di chiedere il cessate il fuoco. Così, nella notte fra 24 e 25 i bombardamenti sono stati incessanti. E sono continuati anche dopo: colpiti centinaia di obiettivi provocando oltre duecento morti — per metà come al solito bambini — anche se, come al solito, è difficile stabilire con precisione quante siano state effettivamente le vittime.
Di sicuro la maggior parte ha perso la vita durante i raid sui campi profughi di al-Maghazi e al-Bureis, nel centro di Gaza, zona dove molti sfollati del Nord avevano trovato rifugio nelle scorse settimane. Mentre il numero totale delle vittime arriva ormai a 21mila. Nulla, d’altronde, mette freno alla guerra. Anche ieri mattina ci sono stati nuovi attacchi: con l’artiglieria israeliana che ha sparato perfino contro il quartier generale della Mezzaluna rossa a Khan Yunis, un compound dove ci sono magazzini in cui vengono conservati buona parte degli aiuti umanitari, un piccolo ospedale, un parcheggio di ambulanze e un ostello per i rifugiati. Lì dentro ci sono almeno 15mila persone, famiglie che speravano di essere — almeno in quel luogo — al sicuro.
E fra questi ci sono anche numerosi miei parenti, troppo anziani per spostarsi ancora. Non sembra ci siano stati morti, ma numerosi feriti. Se gli israeliani sono arrivati ad attaccare anche quel luogo gestito dall’organizzazione che pure tanto li ha aiutati nello scambio di ostaggi e che sorge nella zona occidentale di Khan Yunis, dove fino ad ora non ci sono stati scontri né incidenti, vuol dire che Israele vuole mandar via da lì anche quelle persone. Spingere, insomma, quanta più gente possibile verso Sud. Far evacuare cioè sempre più giù anche chi ancora staziona nelle aree meridionali considerate — secondo indicazioni dell’esercito — sicure.
Una pressione che è una nuova preoccupazione anche personale: in quell’area, a Dair al Balah sono rimasti i miei genitori, accuditi da mio fratello con la sua famiglia. Se dovessero essere costretti a spostarsi ancora sarei davvero disperato. Qui a Rafah condividiamo in 24 uno spazio più che ristretto. Non so proprio dove potrei sistemare anche quei vecchietti. In città non c’è più non dico un alloggio, ma una stalla, un portico, un sottotetto coperto da affittare. La gente vive in strada, in condizioni igieniche precarie. Un milione di persone affollano una cittadina che contava meno di 100mila abitanti. Il nervosismo è alle stelle, le risse costanti. Si litiga su tutto e per tutto. Per accaparrarsi un chilo di cipolle, per sistemare i propri bambini all’asciutto, per utilizzare un cespuglio come gabinetto.
Che a Gaza non sia rimasto ormai nessun luogo sicuro è ormai chiaro. Siamo tutti in pericolo costante, ovunque. Il timore più grande, quello di cui oggi si discute in strada, è che le operazioni militari si estendano fino a Rafah, d’altronde già colpita più volte dai bombardamenti. A farcelo pensare è anche il fatto che il 24 dicembre gli israeliani hanno chiesto di evacuare anche tutte le persone presenti nel campo profughi di Nuseirat, nei pressi di Dair el Balah: 300mila in totale, costretti a mettersi repentinamente in marcia verso sud. Chi non ha obbedito immediatamente e si è attardato, in queste ore fugge a suo rischio: circolano notizie che è stato aperto il fuoco anche su alcune famiglie di profughi che avanzano con la bandiera bianca. Li vedo passare proprio ora stracarichi di qualunque cosa: auto trainate da asini su cui ciascuno ha caricato tutto quel che può. Perché ormai abbiamo tutti imparato la lezione. Quel che si lascia indietro è perso per sempre.
L’esercito israeliano sembra non aver intenzione di fermarsi. E se dovessero a un certo punto puntare anche su Rafah con le sue operazioni di terra, ci chiediamo tutti, cosa faremo? Non ci resterebbe che buttarci a mare o sfondare i cancelli del confine egiziano dove anche un altro esercito è schierato e non saremmo certo i benvenuti. Non abbiamo più molte speranze per il futuro.