Gaza, si spegne la speranza di curare fuori dalla Striscia migliaia di feriti gravi
di Sami al-AjramiRAFAH — Mentre le bombe continuano a cadere a Nord e al centro della Striscia e la gente continua a morire, si comincia a perdere la speranza anche per chi è stato ferito e con le cure adeguate si potrebbe salvare: ma fuori da qui. Lontano da Gaza, dove dopo 82 giorni di guerra gli ospedali sono stracolmi e manca l’essenziale. L’accordo per portare fuori i feriti gravi esiste: e i luoghi pronti ad accoglierli anche, compresa la nave-ospedale italiana Vulcano attraccata al porto egiziano di Al Arish, nel Sinai, ad appena 45 chilometri dal valico di Rafah dove qualche “fortunato” – si fa per dire - è già arrivato. Ma la lista d’attesa è sterminata e si allunga ogni giorno di più. A oggi i feriti sono circa 9mila, e ben 3mila i casi gravi: quelli appunto, che andrebbero trasportati urgentemente altrove. Il permesso di far uscire quelle persone – in molti casi donne, bambini, adolescenti – viene concesso con il contagocce da Israele che si prende il suo tempo per revisionare ogni caso.
…
RAFAH — Mentre le bombe continuano a cadere a Nord e al centro della Striscia e la gente continua a morire, si comincia a perdere la speranza anche per chi è stato ferito e con le cure adeguate si potrebbe salvare: ma fuori da qui. Lontano da Gaza, dove dopo 82 giorni di guerra gli ospedali sono stracolmi e manca l’essenziale. L’accordo per portare fuori i feriti gravi esiste: e i luoghi pronti ad accoglierli anche, compresa la nave-ospedale italiana Vulcano attraccata al porto egiziano di Al Arish, nel Sinai, ad appena 45 chilometri dal valico di Rafah dove qualche “fortunato” – si fa per dire - è già arrivato. Ma la lista d’attesa è sterminata e si allunga ogni giorno di più. A oggi i feriti sono circa 9mila, e ben 3mila i casi gravi: quelli appunto, che andrebbero trasportati urgentemente altrove. Il permesso di far uscire quelle persone – in molti casi donne, bambini, adolescenti – viene concesso con il contagocce da Israele che si prende il suo tempo per revisionare ogni caso.
Il risultato è che le ambulanze riescono a trasportare fuori appena una ventina di feriti gravi al giorno. Mentre fra coloro che restano indietro sono tanti quelli che continuano a morire. Nella lista c’è anche una mia nipote. È stata ferita gravemente un mese fa e le sue condizioni non migliorano. Siamo riusciti a farla trasportare dall’ospedale indonesiano vicino a Jabalia a quello di Rafah, ma per ora langue lì, ancora impossibilitata a uscire per essere curata altrove. Il suo destino è incerto, dicono i medici. Se non verrà curata al più presto, rischia di morire. Lo stesso destino cui ogni giorno vanno incontro anziani e malati cronici: le medicine che dovrebbero prendere sono scomparse dalle farmacie. Chi ha diabete, problemi di cuore, problemi renali, tumori o quant’altro, rischia di non farcela – e tanti sono infatti già morti.
A Rafah il numero dei rifugiati continua a crescere: eravamo un milione e 200mila una settimana fa: adesso siamo 1 milione e mezzo dopo che si sono aggiunti anche i trecentomila costretti a evacuare il 24 dicembre da Nusairat, nel centro della Striscia. E per sopravvivere si trova sempre meno. Gli aiuti umanitari non bastano mai: entrano poche medicine e poco cibo. Da settimane non mangiamo altro che carne e fagioli in scatola: niente di fresco ora che sono finiti anche i vegetali che fino a poco tempo fa ancora qualcuno riusciva a coltivare. Il risultato è che le malattie di stomaco sono sempre più diffuse. E nella situazione sanitaria precaria in cui siamo è l’ennesimo problema. Liquami infetti sono ormai dappertutto. Anche le nostre notti insonni si susseguono: nella notte di ieri Israele ha bombardato incessantemente Khan Yunis.
La terra ha tremato fin qua, a 15 chilometri di distanza: abbiamo sentito il rombo degli aerei e il boato delle bombe, abbiamo visto i bagliori. Non ci si abitua. Il pensiero corre sempre alle persone colpite. E sempre ieri, a ora di pranzo, il quartier generale della Mezzaluna rossa, sempre a Khan Yunis, è stato nuovamente preso di mira. Hanno sparato coi droni sulle persone rifugiate laggiù: i morti sono almeno venticinque, uccisi proprio nel luogo che credevano più sicuro. Mentre tutto questo accadeva, un nuovo blackout delle comunicazioni ha spento cellulari e Internet di tutta la Striscia: dalle tre del pomeriggio del 26 a mezzogiorno del 27. Ogni volta tremiamo e non solo perché, noi che siamo già in gabbia, veniamo così isolati dal mondo. Abbiamo imparato che Israele lo fa quando entra in azione. Sappiamo che quel silenzio e quell’isolamento significano morte.