Nell’ultimo fazzoletto di terra più di un milione di persone. E poi Gaza non esisterà più
di Sami al-AjramiRAFAH — Quella appena trascorsa a Gaza è stata un’altra notte di bombardamenti intensi che ha portato a nuovi morti – almeno cinquanta - e nuovi feriti. E anche nuovi profughi che si sono spinti fin qui, nell’estrema punta meridionale della Striscia sebbene ormai non ci sia più posto, schiacciati come siamo gli uni sugli altri. Un fiume umano che l’esercito di Israele alimenta continuando ad attaccare edifici civili nel centro della Striscia pur ancora non dichiarata esplicitamente zona di guerra: come il quartier generale della Mezzaluna rossa di Khan Yunis dove ci sono già stati morti e feriti.
Un messaggio chiaro: vogliono mandare via la gente anche da quel compound che era considerato uno dei luoghi più sicuri della Striscia e dove sono tuttora rifugiate circa 14mila persone. Strizzare qui a Rafah l’intera popolazione sopravvissuta agli attacchi: siamo ormai circa un milione e mezzo di persone in una cittadina dove prima della guerra ne vivevano meno di centomila e nulla bast…
RAFAH — Quella appena trascorsa a Gaza è stata un’altra notte di bombardamenti intensi che ha portato a nuovi morti – almeno cinquanta - e nuovi feriti. E anche nuovi profughi che si sono spinti fin qui, nell’estrema punta meridionale della Striscia sebbene ormai non ci sia più posto, schiacciati come siamo gli uni sugli altri. Un fiume umano che l’esercito di Israele alimenta continuando ad attaccare edifici civili nel centro della Striscia pur ancora non dichiarata esplicitamente zona di guerra: come il quartier generale della Mezzaluna rossa di Khan Yunis dove ci sono già stati morti e feriti.
Un messaggio chiaro: vogliono mandare via la gente anche da quel compound che era considerato uno dei luoghi più sicuri della Striscia e dove sono tuttora rifugiate circa 14mila persone. Strizzare qui a Rafah l’intera popolazione sopravvissuta agli attacchi: siamo ormai circa un milione e mezzo di persone in una cittadina dove prima della guerra ne vivevano meno di centomila e nulla basta per così tanta gente.
I nuovi arrivi nella cittadina stracolma non fanno che accrescere la disperazione dei tanti che si ammassano nelle strade strapiene senza trovare un tetto. Come se non bastasse, da tre giorni non fa che piovere. Acquazzoni sferzanti e gelidi che stanno portando all’estremo una situazione già al limite. Non c’è più spazio da nessuna parte: gli ultimi arrivati sono costretti ad accamparsi dove possono: cercando di piazzarsi il più vicino possibile ai centri di smistamento degli aiuti, sperando così di riuscire almeno a procurarsi da mangiare. A chi non trova spazio in strade ormai strapiene, resta la spiaggia. Il tratto di costa vicinissimo al mare. E immaginatevi cosa significa per famiglie con bambini, stremate dal lungo viaggio, piantare tende logore e malferme sulla sabbia, sotto la pioggia battente. Ci si ritrova fradici insieme ai propri averi, anche quando si pensa di essere al coperto. Vedere quelle persone mi ha fatto pensare che anche se con la mia famiglia siamo in 24 in una stanza rispetto a loro siamo fortunati perché abbiamo un tetto solido sulla testa, che almeno ci tiene asciutti.
La pioggia, poi, significa anche altro: non poter mangiare cibo caldo, perché ormai siamo tutti costretti a cucinare quel poco che troviamo all’aperto, su focolai di fortuna tirati su con le pietre. Certo, ieri con gli aiuti sono entrati anche quattro camion pieni di bombole del gas. Ma è sempre troppo poco rispetto all’enorme numero di persone affollate quaggiù. E procurarsele con questo tempo, poi, non è affatto semplice. Bisogna stare in fila per ore, all’aperto e soggetti alle intemperie, rischiando di buscarsi una polmonite, se non se la si è già presa. Sì, perché fa anche molto freddo e stiamo già tutti male, grandi e bambini che si contagiano a vicenda negli spazi ristretti. Che poi, per una cosa che entra, ce n’è un’altra che si esaurisce.
La benzina è di nuovo sparita, non se ne trova nemmeno alla borsa nera. E questo sta bloccando di nuovo tutto: non ce n’è più abbastanza per attivare le pompe dell’acqua, drenare le fogne, accendere i forni per fare il pane. La disperazione è sovrana. La gente è al limite della sopportazione e sono stupito che ancora nessuno abbia preso d’assalto il confine con l’Egitto in cerca di salvezza. Dall’altra parte non saremmo ben accolti, ma qui rischiamo di morire davvero tutti. La fine dell’anno si avvicina. E sempre più gente dice che con il 2023 finirà anche l’esistenza di Gaza. Israele vuole cancellarci, disperderci. Ce l’hanno quasi fatta.
(testo raccolto da Anna Lombardi)