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Milei chiede pieni poteri: la minaccia ai deputati fa tremare l’Argentina

(reuters)
Il presidente progetta la svolta autoritaria. I sindacati pronti allo sciopero generale
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È il “popolo” contro la “casta”. La semplice ricetta populista che ha permesso a Javier Milei di conquistare la presidenza dell’Argentina – e che molti pensavano, o speravano, che si sarebbe in parte sgonfiata alla prova dei fatti – è diventata in pochi giorni il vero piano strategico del governo. A minacciare, senza scomporsi, una svolta autoritaria appena venti giorni dopo essersi insediato alla Casa Rosada è lo stesso leader anarco-capitalista. Che in piene feste natalizie, nell’ultima intervista dell’anno, ha lanciato il siluro: se il Parlamento si rifiuta di approvare il megadecreto con il quale l’esecutivo intende modificare o derogare 366 leggi che regolano diversi settori dell’economia, lui convocherà un plebiscito, perché sia il popolo a decidere.

È il “popolo” contro la “casta”. La semplice ricetta populista che ha permesso a Javier Milei di conquistare la presidenza dell’Argentina – e che molti pensavano, o speravano, che si sarebbe in parte sgonfiata alla prova dei fatti – è diventata in pochi giorni il vero piano strategico del governo. A minacciare, senza scomporsi, una svolta autoritaria appena venti giorni dopo essersi insediato alla Casa Rosada è lo stesso leader anarco-capitalista. Che in piene feste natalizie, nell’ultima intervista dell’anno, ha lanciato il siluro: se il Parlamento si rifiuta di approvare il megadecreto con il quale l’esecutivo intende modificare o derogare 366 leggi che regolano diversi settori dell’economia, lui convocherà un plebiscito, perché sia il popolo a decidere.

In sostanza, il pre-annuncio di una deriva autoritaria, sul modello dell’“autogolpe” di Alberto Fujimori in Perù che, eletto presidente nel 1990, due anni dopo sciolse il Parlamento trasfromandosi in dittatore. Ed è curioso che il suo rivale alle urne in quella occasione, il Nobel Mario Vargas Llosa, ora sia un fan dell’Argentina a guida Milei.

Ma a far scattare l’allarme sulla stabilità delle istituzioni democratiche non è stata solo la minaccia di un plebiscito che, di fatto, esautorerebbe il Parlamento di Buenos Aires. La conferma delle intenzioni di Milei è arrivata due giorni fa, con la presentazione al Congresso di una “legge omnibus”, con la quale chiede in sostanza ai deputati che gli concedano i pieni poteri. La proposta è quella di “dichiarare l’emergenza pubblica in materia economica, finanziaria, fiscale, di sicurezza, difesa, tariffaria, energetica, sanitaria, amministrativa e sociale”.

Fino al 31 dicembre 2025, ma prorogabile di altri due anni, ovvero per tutto il suo mandato presidenziale. Un periodo nel quale Milei avrebbe il potere di decidere su questioni che, in base alla Costituzione, può legiferare solo il Parlamento. Il presidente punta cioè a cumulare nelle sue mani, con questa norma definita pomposamente “Legge delle basi e punti di partenza per la libertà degli argentini”, sia il potere esecutivo che quello legislativo.

Una mossa dalle prospettive incerte perché, nonostante sia stato eletto presidente con il 56 per cento dei voti al ballottaggio contro il candidato peronista Sergio Massa, la pattuglia parlamentare del suo partito La Libertad Avanza conta solo su 40 deputati, il 15 per cento del totale.

Per questo Milei, ancora forte della “luna di miele” con gli elettori, sembra avere molta fretta. Appena 48 ore dopo il suo insediamento aveva fatto presentare dal ministro dell’Economia Luis Caputo dieci drastiche “misure d’emergenza”, compresa la svalutazione del peso del 50 per cento. Poi è arrivato il “megadecreto”, infine la “legge omnibus” che, tra le tante misure, contempla anche severi limiti al diritto di manifestazione. I sindacati sono già sul piede di guerra e hanno annunciato uno sciopero generale per fine gennaio. Anche in Parlamento si annunciano dibattiti infuocati. Non è detto che il piano di Milei possa avere vita facile.

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