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Brexit, cresce lo scontento dei britannici: solo per il 13% è stata benefica per l’economia

(afp)
A tre anni esatti dall’addio all’Ue, l'impietoso sondaggio dell’Observer: il 22% dei cittadini pensa che l’uscita dalla Ue abbia avuto un impatto positivo, il 48% sostiene il contrario. Ma anche una vittoria del Labour alle elezioni di quest’anno potrebbe non cambiare le cose. E dopo la stretta sui ricongiungimenti familiari, è fuga di studenti stranieri
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LONDRA - Il governo di Rishi Sunak insiste nel lodare le straordinarie opportunità della Brexit. Eppure i britannici, a tre anni esatti dall’addio definitivo all’Unione Europea, ne sono sempre meno convinti. Lo conferma un ultimo sondaggio sull’Observer, commissionato alla società Opinium, per cui oramai soltanto il 22% dei cittadini del Regno Unito pensa che l’uscita dalla Ue abbia avuto un impatto generale positivo, contro il 48% che sostiene il contrario (il resto non sa).

Non solo: solo il 10% dei britannici crede che la Brexit abbia migliorato la propria situazione finanziaria e un misero 9% pensa che abbia fatto progredire la sanità pubblica oltremanica, una delle massime promesse di Boris Johnson e degli altri brexiter marchiata sul famigerato bus della campagna referendaria “con la Brexit 350 milioni in più alla settimana per la Nhs” (ovvero la sanità britannica). Il 23 giugno 2016, il 52% della popolazione votò per l’uscita dalla Ue.

Ora, l’indagine di Opinium, svolta su 2.13…

LONDRA - Il governo di Rishi Sunak insiste nel lodare le straordinarie opportunità della Brexit. Eppure i britannici, a tre anni esatti dall’addio definitivo all’Unione Europea, ne sono sempre meno convinti. Lo conferma un ultimo sondaggio sull’Observer, commissionato alla società Opinium, per cui oramai soltanto il 22% dei cittadini del Regno Unito pensa che l’uscita dalla Ue abbia avuto un impatto generale positivo, contro il 48% che sostiene il contrario (il resto non sa).

Non solo: solo il 10% dei britannici crede che la Brexit abbia migliorato la propria situazione finanziaria e un misero 9% pensa che abbia fatto progredire la sanità pubblica oltremanica, una delle massime promesse di Boris Johnson e degli altri brexiter marchiata sul famigerato bus della campagna referendaria “con la Brexit 350 milioni in più alla settimana per la Nhs” (ovvero la sanità britannica). Il 23 giugno 2016, il 52% della popolazione votò per l’uscita dalla Ue.

Ora, l’indagine di Opinium, svolta su 2.132 adulti, svela anche come solo il 7% dei britannici dichiara che la Brexit abbia avuto un impatto positivo sui prezzi di supermercati e negozi, il 10% che abbia migliorato le importazioni dalla Ue e il 13% pensa che sia stata benefica per l’economia britannica in generale.

Insomma, dilagano scontento e scetticismo, mentre, proprio in questo mese, il Regno Unito dovrebbe finalmente mettere in atto tutti i controlli doganali su merci e animali dalla Ue previsti dalla Brexit, sinora rinviati più volte perché i britannici non erano ancora pronti e soprattutto, come ha ammesso lo stesso governo in un paper qualche mese fa, per i rischi che le nuove ispezioni alla frontiera e relativi costi potessero rinfocolare l’inflazione, di recente scesa al 3,9%.

In ogni caso, nonostante il malcontento dei cittadini oramai certificato da numerosi e continui sondaggi, è difficile che la Brexit venga messa in discussione. Anche se alle elezioni di quest’anno dovesse vincere il Labour di Sir Keir Starmer, in vantaggio di oltre 20 punti nei sondaggi rispetto ai tories. Lui e il suo partito rimarcano da mesi che il primo obiettivo del nuovo possibile governo sarà quello di “riavvicinarsi” sensibilmente all’Europa, ma smentiscono ogni tentativo di rimettere in discussione la decisione del referendum del 2016, e tantomeno il ritorno nel mercato unico o nell’unione doganale europei.

Dichiarazioni credibili, perché è praticamente impossibile che il Labour decida di far risprofondare il Paese in uno psicodramma nazionale come quello vissuto negli anni scorsi, visto che potrebbe tornare al potere dopo 13 anni di astinenza. Tuttavia, a sentire fonti delle autorità europee, non c’è molto margine di manovra tra l’accordo di libero scambio post Brexit oggi in vigore tra Uk e Ue e un eventuale reingresso nel mercato unico. E se l’insoddisfazione del popolo britannico verso la Brexit dovesse dilagare, sarebbe difficile non tornare sull’argomento, soprattutto in vista di un eventuale secondo mandato per il Labour.

Intanto, molti studenti stranieri stanno rinunciando a venire a studiare nel Regno Unito. Il motivo è la nuova stretta sull’immigrazione di Rishi Sunak, dopo i numeri record di ingressi netti dell’anno scorso (735mila). Lo ha ricordato oggi lo stesso primo ministro su X (Twitter): “Dal primo gennaio, la maggioranza degli studenti stranieri non potrà far entrare nel Paese i suoi familiari, come abbiamo promesso ai britannici”.

Sono inclusi ovviamente anche quelli europei, già colpiti dall’aumento mostruoso delle rette universitarie perché, dopo la Brexit, non hanno più gli stessi diritti e agevolazioni degli inglesi. David Latchman, vicepreside dell’università di Birbeck, ha dichiarato al Telegraph che il 10% degli studenti stranieri dell’ateneo ha deciso di rinunciare alla propria iscrizione “per l’atmosfera spiacevole” che si vivrebbe oggi nel Regno Unito. Nei giorni scorsi, dopo roventi polemiche, Downing Street ha già dovuto fare marcia indietro sui ricongiungimenti familiari dei lavoratori con visto, impossibili per coloro con un reddito inferiore alle 38.700 sterline all’anno. Ora la soglia è stata abbassata a 29mila sterline (poco meno di 34mila euro).

Nel frattempo, stanno facendo discutere due golem della Brexit. Il primo è Dominic Cummings, il genio della propaganda per l’uscita dalla Ue ed ex “Rasputin” di Boris Johnson, fino alla sua defenestrazione due anni voluta dalla moglie dell’ex leader, Carrie Symonds. Secondo il Sunday Times, Sunak avrebbe incontrato Cummings per due volte in segreto l’anno scorso, con la tentazione di reimbarcarlo nella macchina elettorale dei conservatori in vista del voto - previsto il prossimo maggio o in autunno.

Downing Street non smentisce i summit privati ma non conferma un clamoroso ritorno di Cummings, il cui spettro sta già inquietando l’ala moderata del partito. Da mesi a Whitehall e nelle cerchie vicine a Johnson, circolano rumour e complottismi sull’ascesa di Sunak - e il contemporaneo “assassinio politico” di Boris - “architettata proprio da Cummings”. Ricostruzioni sinora senza riscontro fattuale.

Il secondo eccellente brexiter tornato alla ribalta è Matthew Elliott, presidente della piattaforma “Vote Leave” nel 2016 e appena premiato da Liz Truss con la nomina a Lord, nonostante l’ex prima ministra sia durata a Number 10 solo 49 giorni e “meno di una lattuga”, come sottolineato in una virale diretta online del Daily Star. Il giornalista investigativo del Guardian Luke Harding ha postato su X una foto di Elliott a Mosca nel 2012, ricordando come fosse "un importante membro dell’associazione Amici Conservatori della Russia”.

Elliott avrebbe poi definito quella visita “un errore” e tutte le inchieste ufficiali nel Regno Unito hanno smentito un legame diretto tra Brexit, i suoi principali promotori e influenze russe. Tuttavia, come ha scritto lo stesso Harding nel suo libro “Shadow State”, l’allora ambasciatore russo nel Regno Unito, Alexander Yakovenko, esultò dopo la vittoria della Brexit, confidando a un altro diplomatico: “Abbiamo schiantato i britannici. Li abbiamo messi in ginocchio. E ora non si rialzeranno per molto tempo”.

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