Israele smobilita cinque brigate: “Ma la guerra sarà lunga”. Bocciata la riforma di Bibi
di Fabio TonacciIl 2024 per Israele comincia con una certezza e un dubbio. La certezza è che sarà un altro anno di guerra: lo ha detto il premier Netanyahu nel discorso alla nazione del 31 dicembre e lo hanno ribadito i vertici militari. Il conflitto nella Striscia di Gaza contro Hamas e Jihad Islamica, arrivato all’88esimo giorno, entra però nella terza fase, passando da «alta» a «bassa intensità», come aveva chiesto il presidente americano Biden a novembre. Il 2024 si apre anche con un’enorme incognita. Cosa succederà ora che la Corte Suprema, con una decisione senza precedenti presa nel primo lunedì dell’anno, ha bocciato la norma-architrave della discussa riforma Netanyahu sulla giustizia, quella che prima dell’attentato del 7 ottobre aveva scatenato la protesta del popolo israeliano e riempito le piazze? La crisi costituzionale incombe sullo Stato ebraico?
La terza fase dicevamo, partiamo da qui. Lo Stato maggiore delle forze armate (Idf) ha comunicato la smobilitazione di cinque brigate da…
Il 2024 per Israele comincia con una certezza e un dubbio. La certezza è che sarà un altro anno di guerra: lo ha detto il premier Netanyahu nel discorso alla nazione del 31 dicembre e lo hanno ribadito i vertici militari. Il conflitto nella Striscia di Gaza contro Hamas e Jihad Islamica, arrivato all’88esimo giorno, entra però nella terza fase, passando da «alta» a «bassa intensità», come aveva chiesto il presidente americano Biden a novembre. Il 2024 si apre anche con un’enorme incognita. Cosa succederà ora che la Corte Suprema, con una decisione senza precedenti presa nel primo lunedì dell’anno, ha bocciato la norma-architrave della discussa riforma Netanyahu sulla giustizia, quella che prima dell’attentato del 7 ottobre aveva scatenato la protesta del popolo israeliano e riempito le piazze? La crisi costituzionale incombe sullo Stato ebraico?
La terza fase dicevamo, partiamo da qui. Lo Stato maggiore delle forze armate (Idf) ha comunicato la smobilitazione di cinque brigate dal nord della Striscia di Gaza: due, composte di riservisti, saranno mandate a casa questa settimana, tre torneranno nelle basi di addestramento. L’Idf non ha rivelato quante truppe ha schierato, né riferisce quanti sono i soldati che intende smobilitare. Una brigata, di solito, ha tra i 4 mila e i 5 mila militari. E tuttavia, non pare l’anticamera del ritiro.
Il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, in conferenza stampa sostiene che il rientro delle cinque brigate non indica alcuna intenzione di Israele di ritirarsi dalla Striscia e non fa neanche cenno alla richiesta degli Stati Uniti di abbassare l’intensità del conflitto. «Una parte di questi soldati potrà essere impiegata di nuovo, durante l’anno», si limita a dire. Giustifica la mossa con la necessità di dare fiato all’economia israeliana, quindi con l’esigenza di far tornare i riservisti al lavoro. Del resto il Taub Center per gli studi sociali, think tank indipendente, ha stimato in un 2 per cento la contrazione economica che Israele si aspetta nel primo trimestre del 2024.
«La fase tre durerà almeno sei mesi», dicono. Dopo i raid dell’aviazione (fase uno) e l’invasione di terra con bombardamenti a tutto campo iniziata il 27 ottobre (fase due, ad «alta intensità»), gli analisti militari si aspettano di vedere d’ora in avanti più azioni chirurgiche contro gli obiettivi di Hamas e Jihad Islamica e meno raid indiscriminati, che hanno causato sinora 21 mila morti, secondo le autorità palestinesi.
Una strategia su cui premono gli Stati Uniti, che nei prossimi giorni invieranno il segretario di Stato Blinken in una nuova missione in Medio Oriente per tenere vivo il dialogo regionale. Gli sforzi diplomatici appaiono quanto mai necessari visto che la guerra rischia di allargarsi, come dimostra l’escalation nel Mar Rosso, dove gli americani hanno affondato tre imbarcazioni degli Houti, il gruppo armato yemenita sostenuto dall’Iran, per proteggere i mercantili occidentali.
Ma in Israele si parla soprattutto della voragine costituzionale che si è aperta con il verdetto della Corte Suprema. Otto giudici su quindici sono stati concordi nell’invalidare l’emendamento della riforma Netanyahu, votato a luglio dalla Knesset, che toglieva alla stessa Corte il potere di ribaltare i provvedimenti del governo quando essi siano «palesemente irragionevoli». Come nel caso della nomina proposta da Netanyahu di un ministro delle finanze condannato per frode fiscale, bloccata dalla Corte Suprema. Non a caso, dunque, l’emendamento era fortemente voluto dal governo più di destra della storia di Israele: rendeva più forte l’esecutivo e si sbarazzava del contrappeso democratico tra poteri, rappresentato nell’ordinamento israeliano (privo di costituzione scritta e con una sola camera legislativa) dalla Corte Suprema. «Creava una ferita insanabile alla nostra democrazia», osservano i giudici nella motivazione. Dodici su 15 hanno poi votato un secondo pronunciamento, con cui confermano che la Corte ha l’autorità di esercitare la revisione delle leggi fondamentali.
«La Corte ha sovvertito la volontà degli elettori», è la reazione della coalizione di maggioranza. «Si chiude una disputa che ci ha lacerato dall’interno», secondo Yair Lapid, leader dell’opposizione.