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La fine di al-Arouri, anello di congiunzione tra l’Iran e i miliziani

Saleh al Arouri con l'ayatollah Khamenei nel 2019 a Teheran 

 

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Teorico della “convergenza delle arene” tra Gaza e la Cisgiordania, era – secondo indiscrezioni – il solo leader fuori dalla Striscia di Gaza a sapere in anticipo dei piani per il 7 ottobre
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Saleh al Arouri era l’uomo delle connessioni: con l’Iran, con gli Hezbollah libanesi, con la Cisgiordania che sognava di portare sotto il governo di Hamas, finalmente riappacificata con Fatah grazie alla lotta armata. L’hanno ucciso ieri, insieme ad altri cinque funzionari di Hamas, tutti comandanti militari, secondo le informazioni finora disponibili.

E lo hanno fatto a Dahieh, il quartiere di Beirut Sud roccaforte di Hezbollah, dove Arouri cambiava spesso nascondiglio, ma si muoveva tutto sommato in sicurezza. Forte non tanto della protezione del controspionaggio dei miliziani, ma di quell’equilibrio di deterrenza con il partito di Dio che Israele ora sembra voler riscrivere.

Netanyahu l’aveva promesso: colpiremo i leader di Hamas ovunque nel mondo, non importa quanto ci vorrà, come Golda Meier fece per vendicare il massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972. All’operazione “Ira di Dio” servirono due decenni per eliminare tutti i responsabili palestinesi di quell’attacco.

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Saleh al Arouri era l’uomo delle connessioni: con l’Iran, con gli Hezbollah libanesi, con la Cisgiordania che sognava di portare sotto il governo di Hamas, finalmente riappacificata con Fatah grazie alla lotta armata. L’hanno ucciso ieri, insieme ad altri cinque funzionari di Hamas, tutti comandanti militari, secondo le informazioni finora disponibili.

E lo hanno fatto a Dahieh, il quartiere di Beirut Sud roccaforte di Hezbollah, dove Arouri cambiava spesso nascondiglio, ma si muoveva tutto sommato in sicurezza. Forte non tanto della protezione del controspionaggio dei miliziani, ma di quell’equilibrio di deterrenza con il partito di Dio che Israele ora sembra voler riscrivere.

Netanyahu l’aveva promesso: colpiremo i leader di Hamas ovunque nel mondo, non importa quanto ci vorrà, come Golda Meier fece per vendicare il massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972. All’operazione “Ira di Dio” servirono due decenni per eliminare tutti i responsabili palestinesi di quell’attacco.

Ma questa è una guerra, e l’assassinio di Dahieh rischia di alterare il fragile equilibrio che finora ha evitato un conflitto regionale su vasta scala. Arouri era la “nuova” Hamas. Cinquantotto anni, originario di Aroura, vicino Ramallah, in Cisgiordania, aveva fondato le Brigate Izz al Din al Qassam, l’ala armata del gruppo, ne era il responsabile nella West Bank e aveva un peso politico di primo piano. Era di fatto il vice di Haniyeh, numero due del Politburo che aveva voluto fortemente per sottrarre il movimento palestinese alla leadership solitaria.

Ed era il teorico della “convergenza delle arene”, una strategia mirata a rompere la separazione tra Cisgiordania e Gaza, collegandole in un’alleanza più larga con l’asse sciita. Dopo la rottura del 2014 tra Hamas e Hezbollah, schierati su opposti fronti nella guerra civile siriana, era stato proprio Arouri a ricucire con Teheran e con Nasrallah. All’epoca passava molto del suo tempo a Istanbul.

Una foto del 2019 ne racconta l’ ascesa: è a Teheran e consegna all’ayatollah Khamenei un bassorilievo della moschea di Al Aqsa, come il nome che i miliziani di Hamas hanno dato al massacro del 7 ottobre (“Tempesta di Al Aqsa”). Si dice che Arouri fosse tra i pochi leader del gruppo all’estero a sapere in anticipo dell’operazione ideata dall’amico Sinwar, ex compagno di cella nelle prigioni israeliane. Certo la mattina di quel sabato nero fu il primo a incontrare Nasrallah.

Come reagirà il movimento libanese è ora la domanda più scottante, quella che può dare un’altra direzione al conflitto. «L’assassinio di alti funzionari di Hamas a Beirut è un grave assalto al Libano e uno sviluppo pericoloso che non rimarrà impunito», dice la dichiarazione ufficiale del movimento. Per oggi era atteso un discorso di Nasrallah, nel giorno dell’anniversario dell’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano americana, ma non è certo che ci sarà.

Finora il Partito di Dio ha mantenuto la sua risposta alla guerra di Israele a Gaza dentro il perimetro di un conflitto d’attrito a bassa intensità, circoscritto a pochi chilometri oltreconfine. L’operazione di Dahieh cambia il quadro, è una «chiara violazione da parte di Israele delle regole di ingaggio, una incursione profonda in territorio libanese», dice Amal Saal, analista esperta di Hezbollah.

Ad agosto Nasrallah aveva avvertito che qualsiasi omicidio non solo di funzionari di Hezbollah ma anche di personalità palestinesi o iraniane sul suolo libanese non sarebbe stata tollerata. «Hezbollah reagirà con un’escalation proporzionata alla portata dell’assassinio israeliano per ripristinare l’equilibrio della deterrenza, ma credo che rimarrà a un livello “sotto-soglia”, cioè senza una guerra totale».

Forse a Gerusalemme il calcolo è stato proprio questo, che la risposta del partito di Dio non sarebbe stata tale da costringere Israele a entrare in guerra contro Hezbollah. «Non credo che Israele sia pronto a una invasione del Libano per realizzare la quale dovrebbe coinvolgere anche gli Stati Uniti. Aveva bisogno di una vittoria simbolica alla luce del fallimento militare a Gaza, e l’uccisione di un leader di alto livello come Arouri lo è, ma una guerra aperta con Hezbollah non è un prezzo che valga la pena per uccidere un leader di Hamas».

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